DARON ACEMOGLU, JAMES A. ROBINSON.
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PERCHÉ LE NAZIONI FALLISCONO.
Alle origini di potenza, prosperità e povertà.
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Parte 2.
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Titolo originale: Why nations fail.
Traduzione di: Marco Allegra e Matteo Vegetti.
2013. Il saggiatore editrice.
Collezione: La cultura. 
ISBN 978-88-428-1873-1. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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6. Sentieri divergenti: Come le istituzioni si evolvono nel tempo, spesso differenziandosi a poco a poco.
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7. Il punto di svolta: Come le riforme politiche del 1688 cambiarono le istituzioni in Inghilterra, portando alla rivoluzione industriale.
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8. Non a casa nostra: le barriere allo sviluppo: Perché in molte nazioni i potentati politici si opposero alla rivoluzione industriale.
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9. L'arresto dello sviluppo: Come il colonialismo europeo impoverì vaste aree del mondo.
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10. La diffusione della prosperità. Come alcune regioni del mondo imboccarono sentieri verso la prosperità diversi da quello della Gran Bretagna.
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Fine Indice.
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6. Sentieri divergenti: Come Venezia è diventata un museo.
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Il gruppo di isole che formano Venezia si trova all'estremità settentrionale del mar Adriatico.
Nel Medioevo, Venezia era forse il luogo più ricco del mondo, dotato del più avanzato sistema di
istituzioni economiche inclusive e rafforzato da un livello crescente di inclusione politica. Venezia
conquistò l'indipendenza nell'810 d.C., un'epoca che si rivelò estremamente ricca di opportunità.
L'economia europea si stava riprendendo dal declino sofferto in seguito al collasso dell'Impero
romano; re come Carlo Magno stavano ricostituendo un forte potere politico centrale, portando
stabilità, maggiore sicurezza e un'espansione del commercio. Le caratteristiche di Venezia la
mettevano in una posizione unica per cogliere i benefici di questa espansione: una città di navigatori,
posta esattamente al centro del Mediterraneo. Dall'Oriente arrivavano spezie, manufatti bizantini e
schiavi. Venezia si arricchì. Intorno al 1050, quando il suo successo economico durava già da un
secolo, la città aveva una popolazione di 45000 abitanti, che nel 1200 aumentò del 50 per cento,
arrivando a 70000; nel 1330 la popolazione era salita ancora della stessa quota, toccando le 110000
unità: Venezia aveva allora le stesse dimensioni di Parigi, ed era circa tre volte più grande di Londra.
Una delle chiavi dell'espansione economica di Venezia fu una serie di innovazioni nel campo
dei contratti, che resero le istituzioni economiche della città molto più inclusive. La più celebre fu la
"commenda", una rudimentale società per azioni che veniva costituita solo per una singola spedizione
commerciale. La commenda prevedeva due soci, uno dei quali, il "sedentario", restava a Venezia,
mentre l'altro viaggiava. Il primo, l'"accomandante", metteva a disposizione il capitale per la
spedizione; il secondo, l'"accomandatario", accompagnava il carico durante il viaggio. Generalmente,
era l'accomandante a fornire la maggior parte del capitale. I giovani mercanti che non disponevano di
ricchezze personali da investire potevano dunque entrare nel settore commerciale accompagnando le
merci nel viaggio. Questo istituto rappresentava un importantissimo canale di ascesa sociale. Le perdite
subite durante il viaggio venivano divise in proporzione alla quota di capitale investito inizialmente dai
soci. Se il viaggio portava profitti, erano divisi a seconda di quale dei due tipi di commenda fosse stato
stipulato: se la commenda era unilaterale, l'accomandante forniva tutto il capitale necessario e riceveva
il 75 per cento dei profitti; se la commenda era bilaterale, egli forniva invece il 67 per cento del
capitale, incassando il 50 per cento dei profitti. Lo studio dei documenti ufficiali ci mostra come la
commenda fosse una potente molla sociale: sono carte piene di nomi di persone che non appartenevano
all'élite veneziana. Nei documenti governativi del 960, 971 e 982 d.C., il numero di nuovi nominativi è
pari rispettivamente al 69, 81 e 65 per cento.
Questo grado di inclusività economica e l'ascesa di nuove famiglie grazie al commercio
costrinsero il sistema politico ad aprirsi maggiormente. Il doge che governava Venezia era nominato a
vita da un'assemblea generale (detta Concio). Benché formalmente fosse un'assemblea aperta alla
partecipazione di tutti i cittadini, in pratica era dominata da un nucleo centrale di influenti famiglie. Il
doge era sì molto potente, ma il suo potere fu gradualmente ridotto nel tempo da una serie di riforme
delle istituzioni politiche. Dopo il 1032, accanto al doge fu eletto un Consiglio ducale di nuova
creazione, il cui compito era assicurarsi che chi ricopriva la massima carica non acquisisse un potere
assoluto. Il primo doge posto sotto la tutela del Consiglio, Domenico Flabianico, era un ricco mercante
di seta e proveniva da una famiglia che non aveva mai occupato cariche importanti. A questa riforma
istituzionale seguì un'enorme espansione del potere navale e mercantile veneziano. Nel 1082, alla città
furono garantiti importanti privilegi commerciali presso Costantinopoli, dove venne inaugurato un
quartiere veneziano che ben presto ospitò diecimila residenti. Qui possiamo vedere come le istituzioni
politiche ed economiche di tipo inclusivo iniziassero a lavorare in tandem.
L'espansione economica di Venezia, che ne stimolò le riforme politiche, decollò con una serie
di cambiamenti alle istituzioni politiche ed economiche che si susseguirono dopo l'assassinio del doge
nel 1171. La prima importante innovazione fu il Maggior consiglio, che da allora sarebbe stato la
principale sede del potere politico a Venezia. Il Consiglio era composto da funzionari pubblici della
Repubblica veneziana, come per esempio i giudici, ed era dominato dagli aristocratici. In aggiunta ai
funzionari, ogni anno cento nuovi membri venivano nominati da un apposito comitato di quattro
persone, estratte a sorte tra i consiglieri stessi. Il Consiglio sceglieva a sua volta i membri di due
assemblee, il Senato e il Consiglio dei Quaranta, cui erano assegnate varie funzioni legislative ed
esecutive. Il Maggior consiglio nominava anche il Minor consiglio, i cui componenti furono portati da
due a sei. La seconda innovazione fu la costituzione di un altro comitato, designato dal Maggior
consiglio attraverso una serie successiva di estrazioni a sorte, con il compito di eleggere il doge.
Sebbene la scelta della massima carica dovesse essere ratificata dal Concio, il fatto che non ci fossero
alternative alla persona proposta dal comitato significava che la scelta del doge dipendeva dal Maggior
consiglio. La terza innovazione fu imporre al doge, al momento dell'accettazione della carica, un
giuramento che limitava il suo potere. Nel tempo questi vincoli divennero sempre più stringenti, al
punto che i dogi dovevano rispondere ai magistrati della Repubblica e sottoporre tutte le loro decisioni
all'approvazione del Minor consiglio, il quale aveva anche la funzione di verificare che il doge si
conformasse alle decisioni del Maggior consiglio.
Le riforme politiche portarono a un'ulteriore serie di innovazioni istituzionali: nell'ambito del
diritto, la creazione di una magistratura indipendente, di una corte d'appello e di nuove leggi sui
contratti e sulla disciplina della bancarotta. Queste nuove istituzioni economiche permisero a nuovi tipi
di impresa e di contratti di affermarsi. Si verificò poi un rapido rinnovamento in campo finanziario: fu a
Venezia, in questo periodo, che si svilupparono le prime banche moderne. La corsa della città lagunare
verso istituzioni pienamente inclusive sembrava inarrestabile.
Questo processo, però, non era privo di tensioni. La crescita economica sostenuta dalle
istituzioni inclusive veneziane fu accompagnata da una distruzione creatrice. Ciascuna nuova ondata di
giovani intraprendenti che si arricchivano attraverso la commenda o altri istituti simili tendeva a
diminuire i profitti e mettere in crisi il successo economico delle élite già affermate. Non si trattava di
una semplice riduzione delle entrate: anche il potere politico era messo in discussione. Dunque, la
classe dominante che sedeva nel Maggior consiglio fu sempre tentata di chiudere le porte del sistema ai
nuovi arrivati, quando ciò era possibile senza conseguenze negative.
Nel momento in cui il Maggior consiglio fu istituito, i suoi componenti venivano rinnovati ogni
anno. Al termine del loro mandato, come abbiamo visto, si sceglievano a sorte quattro delegati, che per
l'anno successivo eleggevano cento nuovi membri, automaticamente nominati nel Consiglio. Il 3
ottobre 1286 fu presentata al Maggior consiglio una proposta di modifica di queste regole, che avrebbe
condizionato le nomine dei nuovi consiglieri all'approvazione della maggioranza del Consiglio dei
Quaranta, strettamente controllato dalle principali famiglie della città. La riforma avrebbe dato all'élite
un potere di veto sulle nuove designazioni al Consiglio, di cui prima non disponevano, e fu respinta. Il
5 ottobre 1286 fu inoltrata una proposta simile, ma stavolta con successo. Da quel momento la
conferma di un consigliere divenne automatica nel caso in cui suo padre e suo nonno avessero ricoperto
la stessa carica; in caso contrario, la conferma spettava al Minor consiglio. Il 17 ottobre fu aggiunto un
altro emendamento, che prevedeva l'approvazione di ogni nomina al Maggior consiglio da parte del
Consiglio dei Quaranta, del doge e del Minor consiglio.
Il dibattito e gli emendamenti costituzionali del 1286 prepararono il campo alla "serrata" del
Maggior consiglio. Nel febbraio 1297 fu stabilito che per chiunque fosse stato membro del Maggior
consiglio nei quattro anni precedenti la nomina diventasse automatica; le nuove candidature avrebbero
dovuto essere approvate dal Consiglio dei Quaranta, ma erano sufficienti dodici voti. A partire dall'11
settembre 1298, gli allora consiglieri e i loro parenti non ebbero più bisogno di una conferma per
entrare in carica. Il Maggior consiglio a questo punto era diventato un'assemblea chiusa agli outsider, e
i consiglieri in carica divennero di fatto un'aristocrazia ereditaria. Questo passaggio fu formalizzato nel
1315, con la creazione del Libro d'oro, il registro ufficiale della nobiltà veneziana.
Gli esclusi dal novero dell'aristocrazia nascente non accettarono il declino del loro potere senza
opporsi, e tra il 1297 e il 1315 la tensione politica a Venezia si fece sempre più alta. La risposta del
Maggior consiglio fu, in parte, di allargare il numero dei consiglieri, che, in un tentativo di cooptare i
propri oppositori più critici, aumentò da 450 a 1500. Complementare a questa apertura fu la repressione
del dissenso. Nel 1310 fu istituito per la prima volta un corpo di polizia; le pratiche coercitive crebbero
costantemente, senza dubbio nell'ottica di consolidare il nuovo ordine politico.
Dopo aver imposto la serrata politica, il Maggior consiglio si attivò per introdurne una
economica: lo scivolamento verso istituzioni politiche di tipo estrattivo fu seguito da un'analoga
trasformazione delle istituzioni economiche. Come prima e più importante tappa, fu bandita la stipula
dei contratti di commenda, una delle grandi innovazioni istituzionali che avevano reso ricca Venezia. Il
che non sorprende, poiché i beneficiari della commenda erano i nuovi mercanti, che ora l'élite al potere
voleva escludere. Ma questo fu solo uno dei passi verso un sistema di istituzioni economiche estrattive.
Quello successivo si realizzò quando, nel 1314, la repubblica decise di nazionalizzare il commercio e
prenderne il controllo. Fu costruita una flotta statale di galee mercantili e, a partire dal 1324, venne
imposta una forte tassazione sui privati che volevano dedicarsi alle attività commerciali. Il commercio
a lunga distanza divenne appannaggio dell'aristocrazia. Fu l'inizio della fine per la prosperità di
Venezia. Con il monopolio di un'élite sempre più ristretta sulle principali attività economiche il declino
era alle porte. Venezia era sembrata sul punto di diventare la prima società al mondo a sviluppare
istituzioni pienamente inclusive, ma il processo fu rovesciato da un colpo di stato. Le istituzioni
politiche ed economiche diventarono più estrattive e Venezia iniziò a sperimentare un'involuzione
economica. Entro il 1500, gli abitanti erano scesi a centomila, e tra il 1650 e il 1800, mentre la
popolazione europea aumentava rapidamente, quella di Venezia si riduceva.
Oggi l'unica attività economica a Venezia, se si esclude un po' di pesca, è il turismo. Invece di
aprire nuove rotte commerciali e sperimentare nuove istituzioni, i veneziani vendono pizze, gelati e
vetro soffiato colorato a orde di visitatori stranieri. I turisti accorrono per vedere le meraviglie create da
Venezia nel periodo precedente la serrata, come il palazzo dei dogi e i leoni della basilica di San
Marco, provenienti dal saccheggio di Bisanzio, quando i veneziani dominavano il Mediterraneo. Da
potenza economica qual era, Venezia è diventata un museo.
In questo capitolo ci occupiamo dello sviluppo storico delle istituzioni in varie parti del mondo,
cercando di spiegare perché si siano evolute in modi diversi. Nel quarto capitolo abbiamo visto come le
istituzioni dell'Europa occidentale abbiano cominciato a divergere da quelle dell'Europa orientale e
quelle inglesi, in seguito, si siano distinte rispetto alle altre società dell'Europa occidentale. Tutto ciò fu
la conseguenza di piccole discrepanze istituzionali, derivate dall'interazione tra un processo di
divergenza istituzionale e alcune congiunture critiche. Si potrebbe pensare che queste differenze
istituzionali siano la punta di un enorme iceberg storico, sotto la cui superficie troveremmo che le
istituzioni inglesi ed europee si erano allontanate da quelle di altre regioni del globo per via di eventi
storici di millenni fa. Il resto, come si suol dire, è storia.
Eppure questo non è vero, per due ragioni. In primo luogo, il processo di creazione di istituzioni
inclusive, come il caso di Venezia dimostra, può essere ribaltato. Venezia divenne ricca, ma quando le
sue istituzioni politiche ed economiche furono rovesciate, la prosperità iniziò a declinare. Oggi Venezia
è ricca soltanto perché individui che guadagnano i loro soldi altrove scelgono di spenderli per
ammirarne le glorie passate. Il fatto che le istituzioni inclusive possano essere smantellate dimostra che
i progressi delle istituzioni non sono semplicemente cumulativi.
In secondo luogo, le lievi differenze che giocano un ruolo cruciale durante le congiunture
critiche sono per loro natura effimere. Proprio perché lievi, possono essere annullate, riemergere e
sparire di nuovo. In questo capitolo osserveremo come, in contrasto con quanto ci si potrebbe aspettare
dall'ipotesi geografica, o da quella culturale, l'Inghilterra, i cui passi decisivi verso istituzioni inclusive
si sarebbero compiuti nel XVII secolo, era un'area relativamente arretrata non solo nei millenni
immediatamente successivi alla rivoluzione neolitica in Medio Oriente, ma anche all'inizio del
Medioevo, dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente. Le isole britanniche costituivano un
territorio marginale dell'Impero romano, certo di minore importanza rispetto all'Europa occidentale, al
Nordafrica, ai Balcani, a Costantinopoli o al Medio Oriente. Quando nel V secolo d.C. l'Impero
romano d'Occidente collassò, le isole britanniche soffrirono un profondo declino. Ma le rivoluzioni
politiche che finirono per portare alla rivoluzione industriale avvennero lì, e non in Italia, in Turchia o
nell'Europa continentale.
In ogni caso, per comprendere il percorso che portò l'Inghilterra alla rivoluzione industriale e
che in seguito fu battuto da altri paesi, l'eredità romana è importante per diverse ragioni. Per prima
cosa, Roma, al pari di Venezia, attraversò una fase molto precoce di considerevoli innovazioni
istituzionali. Come quello veneziano, anche il suo sviluppo economico inizialmente si fondò su
istituzioni inclusive - per lo meno rispetto a gli standard dell'epoca - e analogamente a quanto sarebbe
accaduto nella Serenissima, con il passare del tempo anche a Roma le istituzioni si fecero assai più
estrattive. Questa involuzione fu una conseguenza del passaggio dalla repubblica (510-549 a.C.)
all'impero (49 a.C.-476 d.C.). Benché durante il periodo repubblicano Roma avesse costruito un grande
dominio e fossero fioriti i trasporti e il commercio a lunga distanza, gran parte dell'economia romana
era fondata su dinamiche estrattive. La transizione dalla repubblica all'impero rafforzò questo stato di
cose, creando le premesse per lotte intestine, instabilità e collasso, allo stesso modo delle città-stato
maya che abbiamo osservato.
Ancora più importante, in secondo luogo, è il fatto che il successivo sviluppo istituzionale
dell'Europa occidentale, pur non essendo un risultato diretto dell'eredità romana, scaturì dalle
congiunture critiche realizzatesi dopo il crollo dell'Impero romano d'Occidente. Congiunture critiche
che ebbero pochi equivalenti nelle diverse regioni del mondo, come Africa, Asia o Americhe, anche se,
con riferimento alla storia dell'Etiopia, mostreremo come altre società, di fronte a situazioni simili,
abbiano reagito in modo analogo. Il tramonto di Roma portò al feudalesimo, il cui effetto collaterale fu
la fine della schiavitù e la nascita di città escluse dalla sfera di influenza di monarchi e aristocratici; un
processo nel corso del quale si formò un sistema istituzionale in cui il potere politico dei governanti era
relativamente debole. Innestandosi in questo sistema feudale, la Peste nera finì per rafforzare
l'indipendenza delle città e dei contadini a spese di re, aristocratici e grandi proprietari terrieri. Una
situazione che, a sua volta, permise alle opportunità create dal commercio atlantico di essere colte.
Molte altre aree del mondo non passarono attraverso queste trasformazioni, e di conseguenza presero
altre strade.
Le virtù di Roma...
Nel 133 a.C., il tribuno della plebe Tiberio Gracco fu bastonato a morte dai senatori romani, e il
suo corpo gettato senza troppe cerimonie nel Tevere. Gli assassini erano aristocratici come lo stesso
Tiberio, e l'omicidio fu organizzato dal cugino Publio Cornelio Scipione Nasica. Tiberio Gracco aveva
ineccepibili credenziali aristocratiche: era discendente di alcuni dei più illustri personaggi della Roma
repubblicana, fra cui Lucio Emilio Paolo, eroe delle guerre illiriche e della Seconda guerra punica, e
Scipione l'Africano, il generale che aveva sconfitto Annibale. Perché dunque i potenti senatori del
tempo - e persino suo cugino - gli erano divenuti ostili?
La risposta è indicativa delle tensioni che agitavano la Repubblica romana e delle cause del suo
successivo declino. A determinare i contrasti tra i senatori e Tiberio era stata la volontà di quest'ultimo
di opporsi al Senato su una questione allora cruciale: la distribuzione della terra e i diritti dei plebei, i
comuni cittadini romani.
Al tempo di Tiberio Gracco, Roma era una repubblica ormai consolidata. Le sue istituzioni
politiche e le virtù dei cittadini-soldati romani - immortalate dal celebre quadro di Jacques-Louis
David, Il giuramento degli Orazi, che mostra tre fratelli mentre giurano al padre di difendere la
Repubblica romana a costo della vita - sono ancora oggi considerate da molti storici le basi del
successo della repubblica. I cittadini romani instaurarono la repubblica rovesciando re Lucio Tarquinio,
detto il Superbo, intorno al 510 a.C. La repubblica modellò sapientemente le proprie istituzioni con
parecchie strutture di tipo inclusivo. Il governo spettava a magistrati eletti ogni anno. E il fatto che le
cariche fossero annuali, elettive e condivise da più persone riduceva la possibilità di ciascun singolo
individuo di rafforzare troppo il proprio potere e di abusarne. Le istituzioni repubblicane prevedevano
un sistema di controlli e contrappesi che rendeva il potere abbastanza diffuso nella società, anche se,
essendo il voto indiretto, non tutti i cittadini erano rappresentati allo stesso modo. Esisteva inoltre un
gran numero di schiavi, pari forse a un terzo della popolazione, il cui lavoro era fondamentale per
l'economia di gran parte della penisola italiana. Ovviamente, gli schiavi non godevano di alcun diritto,
tantomeno di rappresentanza politica.
Tuttavia, come a Venezia, le istituzioni politiche romane incorporavano degli elementi di
pluralismo. I plebei avevano una propria assemblea (il Concilium plebis), che eleggeva un tribuno della
plebe, il quale aveva a sua volta il potere di porre il veto sulle decisioni degli altri magistrati, di
convocare l'assemblea stessa e di fare proposte di legge. Furono i plebei a conferire a Tiberio Gracco la
carica, nel 133 a.C. Essi avevano acquisito il loro potere grazie alle cosiddette secessiones plebis, una
sorta di sciopero generale durante il quale i plebei, e in particolare i soldati, abbandonavano la città
ritirandosi su una collina vicina, rifiutandosi di cooperare con i magistrati cittadini fino a quando le loro
richieste non fossero state soddisfatte. Una minaccia particolarmente efficace in tempo di guerra. Si
ipotizza che proprio durante una di queste "secessioni", nel V secolo a.C., i plebei abbiano guadagnato
il diritto di eleggere un proprio tribuno e di emanare le leggi relative alla loro comunità. La presenza di
tutele politiche e legali, sebbene limitata in confronto ai nostri attuali standard, creò opportunità
economiche per i cittadini e impresse un certo grado di inclusività alle istituzioni economiche. Come
risultato, al tempo della repubblica i commerci fiorirono in tutto il Mediterraneo. Le scoperte
archeologiche suggeriscono che, nonostante la maggioranza dei plebei e degli schiavi vivesse appena al
di sopra del livello di sussistenza, molti romani, tra i quali anche plebei, percepivano alti redditi e
avevano accesso ad alcuni servizi pubblici, tra i quali un sistema fognario cittadino e l'illuminazione
notturna.
Per di più, ci sono prove di una certa crescita, durante la repubblica. Possiamo ricostruire le
fortune economiche dei romani a partire dai naufragi delle navi. L'impero da loro fondato era, in un
certo senso, una rete di città portuali: da Atene, Antiochia e Alessandria, a est, a Londra nell'estremo
occidente, passando per Roma, Cartagine e Cadice. Man mano che i territori romani si espandevano, si
ampliavano le rotte commerciali, di cui possiamo ricostruire una mappa grazie ai relitti ritrovati dagli
archeologi sul fondo del Mediterraneo. Ci sono vari modi per datare i naufragi. Spesso le navi
caricavano anfore piene di olio o vino, trasportandole dall'Italia alla Gallia, oppure olio spagnolo da
vendere o distribuire gratuitamente a Roma. Spesso le anfore, recipienti di argilla sigillati, riportavano
informazioni su chi le aveva prodotte e dove. Proprio vicino alle rive del Tevere, a Roma, c'è una
collina, il monte Testaccio - conosciuto anche come monte dei Cocci -, formata da circa 53 milioni di
anfore. Una volta scaricate dalle navi, le anfore venivano ammassate in questa località, creando nei
secoli un piccolo rilievo.
Alcune delle altre merci presenti sulle navi possono essere analizzate con l'efficace metodo del
carbonio-14, inventato dagli archeologi per datare resti di tipo organico. Le piante creano energia
attraverso la fotosintesi, che utilizza la luce solare per trasformare l'anidride carbonica in carboidrati. In
questo processo, la pianta accumula un isotopo radioattivo normalmente presente in natura, il
carbonio-14, che dopo la morte del vegetale inizia a scomparire gradualmente per il fenomeno del
decadimento radioattivo. Quando gli archeologi trovano i resti di un naufragio, possono datare il legno
della nave confrontando la quantità di carbonio-14 rimanente nel materiale esaminato con quella che si
suppone fosse presente nell'atmosfera, fornendo così una stima della data in cui l'albero è stato
abbattuto. Finora sono stati ritrovati i relitti di soli venti naufragi databili intorno al 500 a.C.
Probabilmente si trattava di navi cartaginesi, e non romane. A partire da quella data, però, il numero dei
naufragi inizia ad aumentare rapidamente, raggiungendo un picco di centottanta relitti, databili intorno
al periodo della nascita di Cristo.
L'esame dei resti dei naufragi è un efficace mezzo per ricostruire l'andamento economico della
Repubblica romana, e di sicuro prova il raggiungimento di un certo tasso di crescita economica, ma
occorre mettere questi dati in prospettiva. Probabilmente due terzi del carico delle navi erano beni di
proprietà dello stato: tasse e tributi spediti a Roma dalle province o grano e olio d'oliva provenienti dal
Nordafrica, che i residenti della città si spartivano gratuitamente. Gran parte del monte Testaccio è
costituita dai frutti di un processo estrattivo.
Un'altra affascinante tecnica per trovare prove della crescita economica è quella adottata dal
Greenland Ice Core Project. Cadendo, i fiocchi di neve assorbono piccole quantità dell'inquinamento
atmosferico, e in particolare le particelle metalliche di piombo, argento e rame. La neve si deposita al
suolo e congela, e con il tempo si aggiunge allo strato di ghiaccio formatosi negli anni. Questo processo
di millenni fornisce agli scienziati un'opportunità straordinaria per stimare il grado di inquinamento
atmosferico di migliaia di anni fa. Tra il 1990 e il 1992, il Greenland Ice Core Project ha perforato la
calotta di ghiaccio groenlandese fino a una profondità di 3030 metri, misura che copre circa 250000
anni di storia umana. Una delle scoperte più importanti è che a partire dal 500 a.C. ci fu un netto
incremento dell'inquinamento atmosferico: la presenza di particelle di piombo, argento e rame
nell'atmosfera continuò a crescere, fino a toccare un picco nel I secolo d.C. Significativamente, simili
quantità di inquinanti si ripresentarono nell'atmosfera solo intorno al XIII secolo. Questi dati
dimostrano la maggiore intensità dell'attività mineraria rispetto all'epoca precedente e a quella
successiva, un chiaro indicatore di sviluppo economico.
Ma la crescita romana, avvenendo in un sistema di istituzioni in parte estrattive e in parte
inclusive, era insostenibile. Nonostante i cittadini romani godessero di diritti politici ed economici, la
schiavitù era diffusissima e fortemente connotata in senso estrattivo. L'élite, cioè i senatori, dominava
sia la politica sia il sistema economico. Malgrado la presenza dell'assemblea e dei tribuni della plebe, il
potere reale era nelle mani del Senato, i cui membri provenivano dalle famiglie dei grandi proprietari
terrieri. Secondo lo storico romano Tito Livio, il Senato fu creato da Romolo, il primo re di Roma, ed
era composto all'epoca da cento membri. I loro discendenti costituivano la classe senatoriale, che pure,
con il tempo, si allargò includendo nuovi componenti. La proprietà delle terre era distribuita in modo
assai diseguale, una situazione che si aggravò intorno all'inizio del II secolo a.C. Questo stato di cose
era alla radice dei problemi che Tiberio Gracco portò all'attenzione pubblica in veste di tribuno.
Man mano che il suo dominio avanzava nel Mediterraneo, Roma conobbe un grande afflusso di
ricchezze. Ma questa abbondanza finiva perlopiù nelle mani di poche famiglie appartenenti alla classe
senatoriale, e le disuguaglianze tra ricchi e poveri aumentarono progressivamente. I senatori dovevano
le loro ricchezze non solo al controllo delle ricche province dell'impero, ma anche alle loro grandi
proprietà terriere italiane, i latifondi. Queste proprietà erano coltivate da gruppi di schiavi, spesso
prigionieri catturati durante le guerre combattute da Roma. Ma l'origine dei latifondi è altrettanto
significativa. Gli eserciti romani, durante il periodo repubblicano, erano formati da cittadini-soldato,
piccoli proprietari terrieri prima a Roma e poi in altre parti d'Italia, che, per tradizione, prestavano
servizio nell'esercito quando ce ne era bisogno, ritornando in seguito alla propria occupazione. Quando
Roma estese i suoi domini e le campagne militari divennero più lunghe, il sistema smise di funzionare.
I soldati restavano lontani dai loro campi per diversi anni, e così molte terre cessavano di essere
produttive. A volte le famiglie dei militari si trovavano sommerse dai debiti e sull'orlo della fame.
Molte piccole proprietà, quindi, vennero a poco a poco abbandonate, e finirono per essere assorbite dai
latifondi dei senatori. Mentre la classe senatoriale diventava sempre più ricca, gran parte dei cittadini
senza terra iniziò a concentrarsi a Roma, spesso subito dopo il congedo dall'esercito: non avendo campi
cui fare ritorno, cercavano lavoro in città. Alla fine del II secolo a.C., la situazione era sul punto di
scoppiare, sia per la crescita senza precedenti delle disuguaglianze tra ricchi e poveri, sia per la
presenza a Roma di un gran numero di cittadini insoddisfatti, sempre pronti a ribellarsi a queste
ingiustizie e a rivoltarsi contro l'aristocrazia romana. Il potere politico, tuttavia, era concentrato nelle
mani dei ricchi latifondisti della classe senatoriale, favoriti dalle trasformazioni dei due secoli
precedenti. La maggior parte di loro non aveva alcuna intenzione di modificare il sistema che aveva
portato tanti benefici.
Secondo lo storico romano Plutarco, Tiberio Gracco, viaggiando in Etruria, si era reso conto
delle gravi difficoltà affrontate dalle famiglie dei cittadini-soldato. Forse a causa di questa esperienza, o
forse per altri contrasti con i potenti senatori del tempo, decise di realizzare un coraggioso piano di
riforma della proprietà terriera in Italia. Eletto tribuno della plebe nel 133 a.C., Tiberio Gracco sfruttò
la sua carica per proporre una riforma agraria: una commissione avrebbe dovuto stabilire quali terre
pubbliche fossero state occupate illegalmente, redistribuendo le proprietà che eccedevano il limite
legale - fissato in centoventi ettari - ai cittadini romani che non possedevano terreni. La soglia dei
centoventi ettari, in effetti, era stata stabilita da una vecchia legge, che tuttavia era rimasta ignorata e
inapplicata per secoli. Il piano di Tiberio Gracco scatenò un terremoto nella classe senatoriale, che per
un certo tempo fu in grado di impedire l'attuazione delle sue riforme. Quando Tiberio riuscì,
minacciando un'insurrezione della plebe, a far deporre un altro tribuno che avrebbe posto il veto alla
sua riforma, la commissione venne finalmente istituita. Ma il Senato impedì l'avvio dei suoi lavori,
negandole i fondi necessari.
Il culmine fu raggiunto quando Tiberio Gracco chiese di finanziare la commissione con il tesoro
che il re della città greca di Pergamo aveva lasciato in eredità al popolo romano. In seguito si candidò a
tribuno per la seconda volta, anche per paura di possibili ritorsioni del Senato una volta abbandonata la
carica. I senatori trovarono così il pretesto per sostenere che Tiberio volesse proclamarsi re: lui e i suoi
sostenitori furono assaliti, e molti di loro uccisi. Tiberio fu uno dei primi a cadere, ma la sua morte non
risolse il problema. Altri, in seguito, tentarono di riformare il sistema della proprietà terriera e ulteriori
aspetti della società e dell'economia romana. E molti incontrarono un destino simile. Anche il fratello
di Tiberio Gracco, Gaio, dopo averne raccolto il testimone, fu assassinato dai grandi proprietari terrieri.
Queste tensioni sarebbero periodicamente emerse per tutto il secolo successivo, come nel caso
della cosiddetta guerra sociale tra il 91 e l'88 a.C. Lo strenuo difensore degli interessi senatoriali, Lucio
Cornelio Silla, non solo soppresse con violenza le richieste di riforma, ma restrinse in modo
significativo il potere dei tribuni della plebe. E le stesse tensioni sarebbero state determinanti per
l'appoggio che Giulio Cesare ricevette dagli abitanti di Roma nella sua lotta contro il Senato.
Le istituzioni politiche che costituivano il nucleo della Repubblica romana furono rovesciate nel
49 a.C. da Giulio Cesare, che attraversò con le sue legioni il Rubicone, il fiume che allora
rappresentava il confine tra l'Italia e le province romane della Gallia Cisalpina. Cesare conquistò Roma
e una nuova guerra civile cominciò. Benché Cesare ne fosse uscito vittorioso, nel 44 a.C. fu assassinato
da un gruppo di senatori a lui ostili, guidati da Bruto e Cassio. La Repubblica romana non fu mai più
ricostituita. Scoppiò una nuova guerra civile tra i nemici di Cesare e i suoi sostenitori, in particolare
Marco Antonio e Ottaviano, i quali, dopo aver ottenuto la vittoria, si scontrarono fra loro, finché
Ottaviano non trionfò nella battaglia di Azio del 31 a.C. A partire dall'anno successivo e per i seguenti
quarantacinque anni, Ottaviano, divenuto Cesare Augusto nel 28 a.C., avrebbe regnato da solo su
Roma. Augusto fu il fondatore dell'Impero romano, sebbene preferisse il titolo di princeps, che
indicava una sorta di "primo fra pari", e chiamasse principato il suo regime.
Cartina 11. L'Impero romano nel 117 d.C.
La cartina 11 riproduce la massima estensione raggiunta dall'Impero romano, nel 117 d.C., e
mostra il Rubicone, il cui attraversamento da parte di Cesare fu così ricco di conseguenze per la storia
romana.
Fu questa transizione dalla repubblica al principato, e più tardi a un vero e proprio impero, a
creare le condizioni per il tramonto di Roma. Le istituzioni politiche parzialmente inclusive che
avevano posto le basi per lo sviluppo economico furono a poco a poco smantellate. Benché nella
Repubblica romana le regole del gioco favorissero la classe senatoriale e i cittadini più abbienti, non si
trattò di un regime assolutista, e il potere non fu mai concentrato in una sola carica. Le riforme
introdotte da Augusto, come nel caso della serrata veneziana, agirono dapprima in campo politico, ma
ebbero poi importanti implicazioni economiche. Di conseguenza, all'inizio del V secolo d.C., l'Impero
romano d'Occidente - questo il nome che i territori dell'ovest si erano dati dopo la separazione da
quelli orientali - attraversò una fase di profondo declino economico e militare, giungendo sull'orlo del
collasso.
... e i suoi vizi
Il generale Flavio Ezio, che Edward Gibbon, autore di Ascesa e declino dell'Impero romano,
definisce "l'ultimo dei romani", fu uno dei romanzeschi protagonisti del tardo Impero romano. Tra il
433 e il 454 d.C., fino a quando non venne assassinato dall'imperatore Valentiniano III, Ezio fu
probabilmente l'individuo più potente di tutto l'Impero. Influente sia sulle questioni interne che in
politica estera, combatté una serie di battaglie cruciali contro i barbari e al tempo stesso contro altri
romani, in un susseguirsi di guerre civili. Tra i potenti generali impegnati in queste guerre, egli fu
l'unico a non cercare di diventare imperatore. Dalla fine del II secolo, i conflitti civili erano ormai un
evento piuttosto comune nell'impero. Tra la morte di Marco Aurelio nel 180 e il crollo dell'Impero
romano d'Occidente nel 476 d.C., è difficile trovare un decennio che non sia stato toccato da una
guerra civile o da un colpo di stato contro l'imperatore. E pochi imperatori morirono per cause naturali
o in battaglia; la maggior parte fu invece assassinata da usurpatori o dai propri soldati.
La carriera di Flavio Ezio è emblematica dei cambiamenti intervenuti tra il periodo della
repubblica, la prima età imperiale e il tardo Impero romano. Il suo coinvolgimento in interminabili
guerre civili e la sua influenza su ogni aspetto della vita dell'impero sono in netto contrasto con il
potere, assai più limitato, di senatori e generali delle epoche precedenti, ma non solo: la sua esperienza
rivela come, in quest'arco di tempo, le vite dei romani fossero radicalmente cambiate sotto molti altri
punti di vista.
Al tempo del tardo impero i cosiddetti barbari, prima assoggettati al dominio di Roma e sfruttati
come soldati o schiavi, avevano sottomesso vasti territori. Da giovane, Ezio era stato loro ostaggio,
prima dei goti di Alarico, poi degli unni. Le relazioni dei romani con i barbari sono indicative di come
le cose andassero diversamente, rispetto ai tempi della repubblica. Alarico era al contempo un feroce
nemico e un alleato, tanto che nel 405 gli fu affidata una delle cariche militari più importanti
nell'esercito romano. Ma l'accordo era solo temporaneo. Nel 408 Alarico combatteva di nuovo contro i
romani, invadendo l'Italia e saccheggiando Roma.
Anche gli unni erano sia potenti avversari, sia, spesso, alleati dei romani. Sebbene avessero
tenuto Ezio in ostaggio, in seguito combatterono al suo fianco in una delle guerre civili. Ma gli unni
non erano soliti mantenere alleanze durature, e sotto Attila, nel 451, si scontrarono con i romani in
un'importante battaglia sul fiume Reno. Questa volta erano i goti di Teodorico a difendere Roma.
Tutto ciò non dissuase l'élite romana dal cercare di addomesticare i comandanti barbari, spesso
non tanto per proteggere i territori dell'impero, quanto per avere la meglio nelle lotte intestine per il
potere. Un esempio, i vandali che, sotto la guida di re Genserico, saccheggiarono vaste aree della
penisola iberica e, dal 429 in poi, occuparono i "granai imperiali" del Nordafrica. Per tutta risposta,
Roma offrì la figlia dell'imperatore Valentiniano III, allora bambina, in sposa a Genserico. Il re dei
vandali, all'epoca, era sposato con la figlia di un capo dei goti, ma pare che questo non gli creò alcun
problema: annullò il matrimonio con il pretesto che la moglie voleva attentare alla sua vita,
restituendola alla famiglia dopo averle tagliato il naso e le orecchie. Fortunatamente per lei, la nuova
promessa sposa, a causa della sua giovane età, rimase in Italia, e il matrimonio con Genserico non fu
mai consumato. In seguito sarebbe diventata moglie di un altro potente generale, Petronio Massimo,
l'uomo che aveva tramato per spingere Valentiniano III ad assassinare Flavio Ezio. E di lì a poco anche
lo stesso Valentiniano III fu assassinato a seguito di un complotto ordito da Massimo. Più tardi,
quest'ultimo si autoproclamò imperatore, ma il suo regno fu molto breve, concludendosi con la morte
di Massimo durante la grande campagna militare dei vandali di Genserico in Italia, con la caduta di
Roma e il saccheggio selvaggio della città.
All'inizio del V secolo, i barbari erano letteralmente alle porte. Alcuni storici ritengono che ciò
avvenne perché Roma, all'epoca del tardo impero, si trovò di fronte i nemici più formidabili della sua
storia. Ma i successi di goti, unni e vandali rappresentano il sintomo, non la causa, del declino di Roma,
che nell'età repubblicana aveva combattuto nemici ben più organizzati e minacciosi, come i
cartaginesi. La decadenza dell'impero ha radici simili a quelle del collasso delle città-stato maya. Fu la
natura sempre più estrattiva delle sue istituzioni politiche ed economiche a provocare la caduta di
Roma, generando lotte intestine e guerre civili.
Le origini del declino risalgono quantomeno all'ascesa al potere di Augusto, le cui riforme
resero le istituzioni politiche molto più estrattive. Tra queste riforme, i cambiamenti nella struttura
dell'esercito impedirono le secessioni dei plebei, eliminando uno degli strumenti cruciali con cui questi
ultimi potevano garantirsi una rappresentanza politica. L'imperatore Tiberio, che successe ad Augusto
nel 14 d.C., abolì il Concilium plebis trasferendo i suoi poteri al Senato. In luogo di una rappresentanza
politica, i plebei romani ottennero distribuzioni gratuite di grano e, in seguito, di olio, vino e carne di
maiale, e il loro buon umore fu preservato dagli spettacoli circensi e gladiatorii. Con le riforme di
Augusto, gli imperatori non si appoggiarono più a un esercito di cittadini-soldato, ma alla Guardia
pretoriana, un'élite militare formata da soldati professionisti, fondata dallo stesso Augusto. La Guardia,
dal canto suo, divenne ben presto un attore autonomo, capace di influire sulla nomina degli imperatori,
spesso attraverso intrighi e guerre civili, piuttosto che in modo pacifico. Augusto, inoltre, rafforzò
l'aristocrazia a danno dei plebei; le disuguaglianze tra classi, su cui si era fondato il conflitto fra
Tiberio Gracco e l'aristocrazia, proseguirono, e forse si allargarono.
L'accumulo di potere da parte di un'autorità centrale rese i diritti di proprietà dei plebei più
fragili. La quantità di terre possedute dallo stato aumentò in seguito a diverse confische, arrivando a
costituire, in alcune aree dell'impero, la metà di tutti i possedimenti. I diritti di proprietà si fecero
particolarmente instabili per via della concentrazione del potere nelle mani dell'imperatore e della sua
cerchia. Seguendo un percorso non dissimile dalle città-stato maya, le lotte interne per accedere alle
posizioni di potere si intensificarono. Le guerre civili divennero un evento ricorrente anche prima del V
secolo, quando i barbari ormai regnavano incontrastati. Per esempio, Lucio Settimio Severo depose
Didio Giuliano, a sua volta proclamatosi imperatore dopo l'assassinio di Pertinace nel 193 d.C. Severo,
il terzo del cosiddetto "anno dei cinque imperatori", si scontrò con i suoi rivali, i generali Pescennio
Nigro e Clodio Albino, riuscendo infine a piegarli rispettivamente nel 194 e nel 197 d.C. Severo
confiscò tutte le proprietà degli avversari sconfitti. Anche se abili governanti come Traiano (imperatore
dal 98 al 117 d.C.), o Adriano e Marco Aurelio nel secolo successivo, riuscirono ad arrestare il declino
di Roma, essi non furono in grado di - o non vollero - affrontare i problemi istituzionali che ne erano
alla base. Nessuno di loro propose l'abbandono del sistema imperiale o la reintroduzione di istituzioni
politiche analoghe a quelle dimostratesi efficaci in età repubblicana. A Marco Aurelio, che ottenne
grandi successi, seguì il figlio Commodo, più simile a imperatori come Caligola o Nerone che al padre.
La crescente instabilità del periodo imperiale è ben visibile nell'ubicazione e nell'architettura
delle città. Nel III secolo d.C., tutte le città di una certa dimensione erano cinte da mura e fortificazioni,
in alcuni casi costruite con le pietre ricavate dalla demolizione dei monumenti esistenti. Prima
dell'arrivo dei romani nel 125 a.C., in Gallia gli insediamenti venivano costruiti sulle cime delle
colline, per essere difesi più facilmente. Con l'avvento dei romani i centri abitati cominciarono a essere
edificati in pianura, ma nel III secolo d.C. questo tendenza si invertì.
Di pari passo con l'instabilità politica, alcuni cambiamenti della società resero le istituzioni
economiche più estrattive. Nonostante la cittadinanza romana fosse stata estesa al punto che, nel 212
d.C., spettava a tutti gli abitanti dell'impero, a questo si accompagnò un aumento delle disparità tra
cittadini. L'idea che tutti fossero uguali davanti alla legge venne meno. Durante il regno di Adriano
(dal 117 al 138 d.C.), per esempio, a ciascuna categoria di cittadini si applicava una legislazione
diversa. Bisogna anche considerare che il ruolo dei cittadini era ormai cambiato, rispetto ai giorni della
repubblica, quando i plebei di Roma, con le loro assemblee, potevano incidere sulle decisioni in campo
politico ed economico.
La schiavitù fu una costante storica di Roma, anche se c'è chi ritiene che in realtà la
proporzione di schiavi tra la popolazione calò nel corso dei secoli. Di pari importanza è il fatto che
durante l'espansione dell'impero sempre più contadini furono ridotti a uno stato semiservile e vincolati
alla terra. Lo status di servi dei coloni ebbe probabilmente origine con il regno di Diocleziano (284-305
d.C.), e fu approfondito nei dettagli in raccolte di leggi come il Codice teodosiano e il Codice
giustinianeo. I diritti dei proprietari terrieri sui contadini furono progressivamente rafforzati.
L'imperatore Costantino, nel 332 d.C., permise ai latifondisti di incatenare i contadini sospettati di
voler fuggire; a partire dal 365, fu vietata la vendita delle proprietà dei coloni privi di un permesso del
latifondista.
Così come i naufragi e la calotta ghiacciata della Groenlandia possono essere utili a ricostruire
la fase di espansione dell'economia di Roma nei periodi precedenti, ci aiutano a ripercorrerne il
declino. Da un massimo di centottanta, entro il 500 d.C. i naufragi si ridussero a venti. Con la
decadenza di Roma, il commercio nel Mediterraneo precipitò, e alcuni studiosi ipotizzano che il
volume di scambi raggiunto nel periodo romano sia stato eguagliato soltanto nel XIX secolo. I ghiacci
della Groenlandia ci raccontano una storia simile. I romani utilizzavano l'argento per le monete, mentre
il piombo aveva una varietà di usi diversi, dai tubi alle stoviglie. Dopo aver raggiunto il picco durante il
I secolo d.C., la concentrazione di particelle di piombo, argento e rame negli strati di ghiaccio iniziò a
calare.
Lo sviluppo economico della Repubblica romana fu sicuramente impressionante, così come altri
casi di crescita con istituzioni estrattive, per esempio l'Unione Sovietica. Ma si tratta di una crescita
limitata e non sostenibile nel lungo periodo, pur prendendo atto che si realizzò in un contesto
istituzionale parzialmente inclusivo. Si basava su una produttività agricola relativamente alta, sulla
riscossione di sostanziosi tributi dalle province e sul commercio a lunga distanza, ma non era
supportata dal progresso tecnologico o da dinamiche di distruzione creatrice. I romani avevano
ereditato alcune tecnologie di base, l'uso del ferro per strumenti e armi, la scrittura alfabetica, l'aratro e
varie tecniche edilizie. Nelle prime fasi dell'età repubblicana ne furono introdotte altre: cemento per le
costruzioni, pompe e ruote idrauliche. In seguito, tuttavia, il progresso tecnologico ristagnò per tutto il
periodo dell'impero. In campo navale, per esempio, i cambiamenti nella progettazione delle
imbarcazioni o nell'utilizzo dei cordami furono scarsi; i romani non svilupparono mai il timone,
continuando a manovrare gli scafi a remi. La ruota idraulica si diffuse molto lentamente e non giunse
mai a rivoluzionare l'economia. Anche grandi realizzazioni come acquedotti e fognature, perfezionate
dai romani, si basavano su tecnologie già esistenti. Senza innovazione poteva certo realizzarsi un certo
grado di crescita, ma non c'era distruzione creatrice. Non sarebbe durata a lungo: non appena i diritti di
proprietà divennero più precari e i diritti economici dei cittadini seguirono la parabola verso il basso già
sperimentata nel campo dei diritti politici, la crescita economica si fermò.
Un aspetto interessante del progresso tecnologico in epoca romana è che, a quanto sembra, fu
sostenuto ed esteso grazie all'azione dello stato. Di solito è un fatto senz'altro positivo, almeno fino a
quando il governo non decide che non è più interessato allo sviluppo tecnologico: un evento fin troppo
comune, dettato dalla paura della distruzione creatrice. Il grande scrittore romano Plinio il Vecchio
racconta un episodio. Durante il regno di Tiberio, un uomo inventò un tipo di vetro infrangibile e andò
dall'imperatore, aspettandosi una grande ricompensa. Dopo che ebbe mostrato la sua invenzione,
Tiberio gli chiese se ne avesse mai parlato con qualcuno. Quando l'uomo rispose negativamente,
Tiberio lo fece portare via e uccidere "per evitare che il valore dell'oro si riduca a quello del fango". Ci
sono due elementi interessanti in questa storia. In primo luogo, l'uomo andò da Tiberio in cerca di una
ricompensa, invece di avviare lui stesso un'attività e arricchirsi vendendo il suo vetro, il che mostra il
ruolo del governo romano nel controllo della tecnologia. In secondo luogo, Tiberio non esitò a
distruggere un'innovazione tecnologica per paura degli effetti economici negativi che avrebbe
generato, un tipico esempio dei timori che le conseguenze economiche della distruzione creatrice
possono suscitare.
Ci sono prove evidenti che la paura della distruzione creatrice e dei suoi effetti, durante l'età
imperiale, si sia manifestata anche in campo politico. Svetonio ci racconta che Vespasiano, imperatore
tra il 69 e il 79 d.C., fu contattato dall'inventore di un macchinario per trasportare colonne di pietra sul
Campidoglio - il centro politico e religioso di Roma - a costi relativamente bassi. Spostare le colonne
dalle miniere in cui erano prodotte alla città richiedeva il lavoro di migliaia di persone e grandi spese da
parte del governo. Vespasiano non uccise l'uomo, ma si rifiutò comunque di adottare l'innovativo
macchinario, dichiarando: "Come sarà possibile per me nutrire il popolo?". Ancora una volta un
inventore si era rivolto al governo - benché rispetto al caso del vetro infrangibile la scelta risulti più
comprensibile, essendo il governo romano il soggetto più interessato alla produzione e al trasporto di
colonne - e ancora una volta l'innovazione era stata respinta per via della minaccia implicita nel
processo di distruzione creatrice, in questo caso non tanto in campo economico, quanto in ambito
politico. Vespasiano si preoccupava perché perdere la capacità di controllare la popolazione e
mantenerla soddisfatta sarebbe stato politicamente destabilizzante. La plebe romana doveva restare
indaffarata e obbediente, e a questo scopo era utile avere molti lavori da affidarle, come per esempio
spostare colonne da un posto all'altro. Un valido complemento a panem et circenses, offerti
gratuitamente nell'intento di mantenere sempre appagata la popolazione. È significativo che questa
politica abbia avuto inizio subito dopo il crollo della repubblica. Rispetto ai governanti del periodo
repubblicano, gli imperatori romani avevano a loro disposizione molti più mezzi per fermare il
cambiamento.
La schiavitù era un'altra importante ragione della carenza di progresso tecnologico. Man mano
che i territori controllati dai romani si espandevano, numerosi individui venivano schiavizzati, e spesso
portati in Italia per lavorare nei latifondi. Molti cittadini romani non avevano bisogno di lavorare;
vivevano delle offerte del governo. Da dove poteva arrivare l'innovazione? Abbiamo argomentato che
l'innovazione è data dall'azione di persone nuove, che applicano nuove idee e soluzioni a vecchi
problemi. A Roma i lavoratori erano schiavi e, più tardi, coloni dallo status semiservile, con pochi
incentivi a innovare, dato che ad avvantaggiarsi di qualsiasi progresso tecnologico sarebbero stati i loro
padroni. Come vedremo più volte in questo libro, i sistemi economici basati sull'oppressione dei
lavoratori e su istituzioni come la schiavitù o la servitù della gleba sono tipicamente avversi
all'innovazione. Lo si può dimostrare con esempi che vanno dal mondo antico all'età moderna. Negli
Stati Uniti, per esempio, furono gli stati del Nord a sperimentare la rivoluzione industriale, non quelli
del Sud. Naturalmente, schiavitù e servitù della gleba producevano enormi ricchezze per i proprietari
degli schiavi e per chi sfruttava i servi, ma non crearono progresso tecnologico né prosperità per la
società nel suo complesso.
Nessuna lettera da Vindolandia
Nel 43 d.C., l'imperatore romano Claudio aveva già conquistato l'Inghilterra, ma non la Scozia.
Un ultimo, inutile tentativo in questo senso fu compiuto dal governatore della Britannia, Gneo Giulio
Agricola, che infine rinunciò e, nell'85 d.C., costruì una serie di forti per proteggere il confine
settentrionale dell'Inghilterra. Tra i più grandi c'era quello di Vindolandia, meno di sessanta chilometri
a ovest dell'odierna Newcastle; la cartina 11 ne mostra l'ubicazione, all'estremità nordoccidentale
dell'Impero romano. Più tardi, Vindolandia fu incorporata nella muraglia difensiva, lunga quasi
centoquaranta chilometri, eretta dall'imperatore Adriano. Ma quando, nel 103 d.C., il centurione
romano Candido vi fu assegnato, Vindolandia era ormai una fortezza isolata. Insieme all'amico
Ottavio, Candido si occupava dell'approvvigionamento della guarnigione, e a una sua lettera ricevette
questa risposta:
Da Ottavio al suo fratello Candido, cui porge un saluto.
Ti ho scritto diverse volte per riferirti dell'acquisto di cinquemila moggi di spighe di grano, per
pagare i quali necessito di denaro. Se non mi invii un po' di contante, almeno cinquecento denari,
perderò, con mio grave imbarazzo, la cauzione che ho già versato, circa trecento denari. Ti chiedo per
questo di inviarmi il contante al più presto. Le pelli di cui parli si trovano a Cataractonium, comunica
che esse siano consegnate a me insieme al carro di cui mi scrivi. Sarei già passato a ritirarle se non
fosse che le strade sono ora in cattive condizioni e non voglio rischiare di ferire gli animali da tiro.
Parla con Terzio degli otto denari e mezzo che ha ricevuto da Fatalis. Non li ha ancora accreditati sul
mio conto. Assicurati di inviarmi il denaro in modo che io possa cominciare la trebbiatura del grano.
Saluta Spectato e Firmo. Addio.
La corrispondenza tra Candido e Ottavio chiarisce alcuni importanti aspetti dalla prosperità
economica dell'Inghilterra romana. Ci segnala che all'epoca esisteva un'avanzata economia monetaria,
con servizi finanziari. Indica la presenza di strade, anche se a volte in cattive condizioni, e di un
sistema fiscale che raccoglieva imposte per pagare i salari di Candido. Rivela ovviamente che i due
uomini erano in grado di leggere e scrivere, e di avvalersi di una sorta di servizio postale. L'Inghilterra
romana beneficiava anche di vaste fabbriche di raffinate ceramiche, in particolare nell'Oxfordshire, di
centri urbani dotati di bagni e edifici pubblici, di tecniche edilizie che utilizzavano la malta e le tegole.
Nel IV secolo d.C., il declino si era fatto ormai inesorabile, e dopo il 410 l'Impero romano
rinunciò all'Inghilterra. Le truppe vennero ritirate; quelle rimaste sul posto non vennero pagate e, con
lo sgretolamento dello stato romano, la popolazione locale espulse gli amministratori. Nel 450, tutti i
segni della prosperità economica erano svaniti. La moneta sparì dalla circolazione. Le aree urbane
furono abbandonate e gli edifici smantellati per recuperarne le pietre. L'erba ricoprì le strade. Gli unici
esempi di vasellame dell'epoca sono rozzi e fatti a mano, e non più fabbricati su larga scala. La gente
abbandonò l'uso della malta e il livello di alfabetizzazione declinò drasticamente. I tetti tornarono a
essere fatti di fascine, invece che di tegole. Da Vindolandia non giunse più alcuna lettera.
Dopo il 410 d.C., l'Inghilterra conobbe un tracollo economico e diventò un'area povera e
arretrata - e non per la prima volta nella sua storia. Nel capitolo precedente abbiamo visto come la
rivoluzione neolitica avesse preso piede in Medio Oriente intorno al 9500 a.C. Mentre gli abitanti di
Gerico e Abu Hureira vivevano in piccole città e praticavano l'agricoltura, quelli dell'Inghilterra erano
ancora dediti alla caccia e alla raccolta, una situazione che sarebbe durata per altri 5500 anni. E anche
allora non furono gli inglesi a scoprire l'agricoltura e l'allevamento, ma popolazioni d'oltremanica che,
con una migrazione durata migliaia di anni, si erano riversate dal Medio Oriente in tutto il continente
europeo. Mentre gli inglesi si apprestavano a adottare queste fondamentali innovazioni, le popolazioni
mediorientali stavano inventando le città, la scrittura e la lavorazione della ceramica. Nel periodo
intorno al 3500 a.C., in Mesopotamia, nel territorio dell'odierno Iraq, erano nate grandi città come
Uruk e Ur. Uruk contava probabilmente 14000 abitanti, ma raggiunse presto i 40000. Il tornio da
vasaio fu inventato in Mesopotamia più o meno nello stesso periodo della ruota. La capitale egiziana di
Menfi divenne una grande città subito dopo. La scrittura fu inventata in entrambe le regioni
autonomamente. Mentre gli egiziani stavano innalzando le grandi piramidi di Giza, nel 2500 a.C., gli
inglesi costruivano il più famoso monumento della loro antichità, il cerchio di pietre di Stonehenge.
Un'opera di tutto rispetto per gli standard dell'isola, ma con una circonferenza che non sarebbe bastata
a contenere una delle barche cerimoniali sepolte ai piedi della piramide del faraone Cheope.
L'Inghilterra rimase nell'arretratezza, continuando a importare tecnologie del Medio Oriente e dal resto
dell'Europa fino all'età romana inclusa.
Sebbene questi precedenti non lasciassero ben sperare, la prima società pienamente inclusiva e
la rivoluzione industriale si realizzarono proprio in Inghilterra. Come abbiamo sostenuto nel quarto
capitolo, questo fu il risultato di ripetute interazioni tra un insieme di piccole differenze istituzionali e
alcune congiunture critiche, come la Peste nera e la scoperta delle Americhe. La particolarità del caso
inglese aveva radici storiche, ma il punto di vista di Vindolandia suggerisce che queste radici non erano
così profonde, e certo non storicamente predeterminate. I semi del cambiamento non furono piantati
durante la rivoluzione neolitica, e nemmeno nel periodo della dominazione romana. Nel 450 d.C.,
all'inizio di quelli che gli storici chiamano i secoli bui, l'Inghilterra era scivolata in una condizione di
povertà e caos politico. Non sarebbe più esistito uno stato centralizzato per diverse centinaia di anni.
Strade diverse
L'ascesa di istituzioni inclusive e la successiva espansione dell'industria in Inghilterra non
derivarono dall'eredità diretta dell'Impero romano o di altre istituzioni precedenti. Ciò non significa
che la caduta dell'Impero romano d'Occidente - un evento fondamentale che riguardò gran parte
dell'Europa - non abbia avuto conseguenze significative. Dato che varie regioni europee condivisero le
medesime congiunture critiche, le loro istituzioni si svilupparono in maniera omologa, seguendo -
potremmo dire - una via europea. La caduta dell'Impero romano fu un episodio decisivo, in questo
insieme di comuni congiunture critiche. La traiettoria dell'Europa si differenzia in tal senso da quelle di
altre aree del mondo - Africa subsahariana, Asia e Americhe -, che imboccarono un percorso diverso,
in parte per non aver affrontato le stesse congiunture critiche.
L'Inghilterra romana crollò in modo brusco e repentino; questo non fu il caso dell'Italia, della
Gallia romana (l'odierna Francia) e anche del Nordafrica, dove molte delle vecchie istituzioni in
qualche misura sopravvissero. Non c'è dubbio, però, che il passaggio dall'estesa dominazione del solo
stato romano a una pletora di stati governati da franchi, visigoti, ostrogoti, vandali e burgundi fu
piuttosto netto. L'autorità di questi stati era molto più debole, e venne costantemente sfidata da una
lunga serie di incursioni dalle periferie. Da nord arrivarono vichinghi e dani con le loro caratteristiche
navi allungate; da est vennero i cavalieri unni. Infine, la nascita dell'islam e la sua diffusione come
religione e forza politica nel secolo successivo alla morte di Maometto portò nel 632 d.C. alla
fondazione di nuovi stati islamici in gran parte dell'Impero bizantino, in Nordafrica e Spagna. Questi
processi condivisi scossero l'Europa, e sulla loro scia nacque quel particolare tipo di società
comunemente definita feudale. La società feudale era decentralizzata, perché gli stati provvisti di una
solida autorità centrale si erano ormai atrofizzati, nonostante il tentativo di ricostruirli da parte di
sovrani come Carlo Magno.
Le istituzioni feudali, fondate sul lavoro forzato (e sulla servitù della gleba), erano ovviamente
estrattive, e crearono il contesto per il lungo periodo di bassa crescita di natura estrattiva che
caratterizzò il Medioevo. Ma furono importanti anche per gli sviluppi successivi. L'imposizione della
servitù della gleba sulla popolazione rurale, per esempio, portò alla scomparsa della schiavitù in
Europa. Poiché per l'élite era possibile trasformare tutti gli abitanti delle campagne in servi della gleba,
la presenza di una classe separata di schiavi come quella esistita in tutte le società precedenti non era
più necessaria. Il feudalesimo generò anche un vuoto di potere in cui le città indipendenti specializzate
nella produzione e nel commercio poterono fiorire. Quando, in seguito alla Peste nera, l'equilibrio dei
poteri cambiò, e in Europa occidentale la servitù della gleba iniziò a venire meno, si crearono le
condizioni per l'emergere di una società molto più pluralista, in cui non esistevano schiavi.
Le congiunture critiche che determinarono l'ascesa della società feudale furono particolari, ma
la loro influenza non si restrinse alla sola Europa. Un confronto indicativo può essere quello con
l'attuale stato africano dell'Etiopia, che si sviluppò a partire dal regno di Aksum, fondato intorno al 400
a.C. nel nord del paese. Aksum era uno stato relativamente avanzato per l'epoca, dedito al commercio
internazionale con India, Arabia, Grecia e Impero romano. Per molti versi, era paragonabile all'Impero
romano d'Oriente. Si utilizzava la moneta, si costruivano strade e edifici pubblici monumentali, e il
livello tecnologico era molto simile, per esempio in campo navale e agricolo. Tra Aksum e Roma,
inoltre, si possono osservare interessanti tratti ideologici in comune. Nel 312 d.C., l'imperatore romano
Costantino si convertì al cristianesimo; lo stesso fece, più o meno contemporaneamente, re Ezana di
Aksum.
Cartina 12. Il regno di Aksum e i clan somali.
La cartina 12 mostra la posizione del regno di Aksum tra le odierne Etiopia ed Eritrea e i
territori che controllava nella penisola araba, al di là del Mar Rosso.
Proprio come Roma, anche Aksum declinò, secondo dinamiche storiche che richiamano
l'Impero romano d'Occidente. Il ruolo di vandali e unni nella decadenza di Roma fu qui assunto dagli
arabi, che nel VII secolo si espansero nel Mar Rosso e oltre la penisola araba. Aksum perse le colonie
fondate in Arabia e le sue rotte commerciali. Questo ne decretò il tracollo economico: le monete non
furono più coniate, la popolazione urbana calò, e il baricentro del regno si spostò verso l'interno del
paese e sull'altopiano etiope.
In Europa, le istituzioni feudali emersero in seguito al collasso dell'autorità statale centrale. Lo
stesso accadde in Etiopia, dove si affermò un sistema chiamato gult, che si fondava sull'assegnazione
di terre da parte del re. L'istituto del gult è menzionato da manoscritti risalenti al XIII secolo, ma è
probabilmente più antico. Il termine deriva da una parola amarica che significa "egli ha assegnato un
feudo". La concessione di terreni implicava, come contropartita, che il beneficiario del gult fornisse
una serie di prestazioni al re, e in particolare servizi militari. A sua volta, egli acquisiva il diritto di
imporre tributi ai contadini del feudo. Diverse fonti storiche suggeriscono che il prelievo potesse
variare dalla metà ai tre quarti della produzione agricola dei contadini. Questo sistema, sviluppatosi in
modo autonomo, aveva notevoli aspetti in comune con il feudalesimo europeo, pur essendo
probabilmente ancora più estrattivo. In Inghilterra, anche all'apice del feudalesimo, i servi della gleba
erano sottoposti a una minore estrazione di ricchezza, che portava nelle mani del feudatario, in varie
forme, circa la metà dei frutti del loro lavoro.
Ma l'Etiopia non era rappresentativa dell'Africa. Altrove la schiavitù non fu sostituita dalla
servitù della gleba; il sistema schiavista africano e le istituzioni su cui si basava avrebbero continuato a
esistere ancora per svariati secoli. Anche la sorte a cui l'Etiopia andava incontro sarebbe stata diversa.
Dopo il VII secolo, l'Etiopia, il cui territorio si era ormai ridotto all'area montuosa dell'Africa
orientale, rimase isolata dai processi che poi influenzarono il percorso istituzionale dell'Europa, come
la nascita delle città indipendenti, le prime forme di limitazione del potere monarchico e l'espansione
dei commerci atlantici dopo la scoperta delle Americhe. Di conseguenza, la sua particolare variante
dell'assolutismo istituzionale restò di fatto immutata. In seguito, il continente africano avrebbe
interagito in misura molto diversa con l'Europa e l'Asia. L'Africa orientale divenne una delle maggiori
fonti d'approvvigionamento di schiavi per il mondo arabo; l'Africa centrale e occidentale furono
trascinate nell'economia mondiale come fornitori di schiavi, a seguito dell'espansione europea
associata al commercio atlantico. Che l'avvio dei commerci atlantici abbia condotto a una forte
divergenza tra le traiettorie storiche dell'Europa occidentale e dell'Africa rappresenta un ulteriore
esempio di divergenza istituzionale derivante dall'interazione tra congiunture critiche e differenze
istituzionali preesistenti. Mentre in Inghilterra i profitti del commercio di schiavi arricchirono coloro
che si opponevano all'assolutismo, in Africa crearono o rafforzarono l'assolutismo.
Altrove, in regioni più lontane dall'Europa, la differenziazione istituzionale si sviluppò secondo
modalità del tutto autonome. Per esempio, nelle Americhe, che si separarono dall'Europa intorno al
15000 a.C., dopo lo scioglimento della piattaforma di ghiaccio che collegava Alaska e Russia, si ebbero
progressi simili a quelli realizzati dai natufiani, che portarono a sedentarizzazione, gerarchie sociali e
disuguaglianze; in breve, alla creazione di istituzioni estrattive. Questi fenomeni si verificarono per la
prima volta in Messico e nell'area andina di Perù e Bolivia, mettendo in moto la rivoluzione neolitica
americana grazie all'addomesticamento del mais. Fu in queste aree che avvennero i primi casi di
crescita con istituzioni estrattive, come abbiamo visto nelle città-stato maya. Ma - esattamente come in
Europa, dove i grandi passi in avanti verso istituzioni inclusive e industrializzazione non si erano
realizzati nelle regioni in cui l'influenza romana era stata più forte - le istituzioni inclusive americane
non si svilupparono nei territori di queste precedenti civiltà. In effetti, come abbiamo visto nel primo
capitolo, ci fu una perversa interazione tra civiltà caratterizzate da un'alta densità di popolazione e
colonialismo europeo, che produsse un ribaltamento dei destini economici nel continente, impoverendo
proprio le aree delle Americhe che erano state più prospere. Oggi, Stati Uniti e Canada, che a suo
tempo erano molto più arretrati rispetto alle complesse civiltà di Messico, Perù e Bolivia, sono molto
più ricchi del resto del continente.
Le conseguenze della crescita precoce
Il lungo arco di tempo che dalla rivoluzione neolitica, nel 9500 a.C., portò alla rivoluzione
industriale britannica, verso la fine del XVIII secolo, è costellato di episodi di rapida ed effimera
crescita economica. Questi scatti furono determinati da innovazioni istituzionali che a un certo punto
persero slancio. Nell'antica Roma, le istituzioni repubblicane, dopo avere creato un certo dinamismo
economico e permesso la costruzione di un immenso dominio, si sfaldarono a seguito del colpo di stato
di Giulio Cesare e la fondazione dell'impero sotto Augusto. Ci vollero secoli prima che l'Impero
romano svanisse, e il suo declino si trascinò a lungo; ma una volta che le istituzioni repubblicane,
relativamente inclusive, cedettero il passo a quelle estrattive dell'impero, l'arretramento economico fu
inevitabile.
La storia veneziana seguì strade analoghe. La prosperità economica di Venezia fu promossa da
istituzioni che presentavano importanti elementi inclusivi, ma che vennero insidiate dall'azione
dell'élite, la quale chiuse il sistema all'ingresso di nuovi attori e addirittura smantellò le istituzioni
economiche che avevano fatto la fortuna della repubblica.
Per quanto significativa fosse stata la storia di Roma, non fu la sua eredità, almeno non
direttamente, a far emergere istituzioni inclusive in Inghilterra e a dare avvio alla rivoluzione
industriale. Le variabili storiche determinano il modo in cui le istituzioni si sviluppano, ma questo
processo non è predeterminato né semplicemente cumulativo. I casi di Roma e Venezia dimostrano
come i precoci passi in direzione dell'inclusività si siano poi rivolti in direzione opposta. Il panorama
economico e istituzionale che Roma affermò in tutta Europa e in Medio Oriente non portò
all'inesorabile creazione, nei secoli successivi, di più solide istituzioni inclusive. In realtà, un sistema
simile prese piede per la prima volta, e nel modo più accentuato, in Inghilterra, dove il controllo
romano era stato più debole, svanendo bruscamente, senza quasi lasciare traccia, nel V secolo d.C.
Come abbiamo visto nel quarto capitolo, la storia gioca un ruolo decisivo, attraverso divergenze
istituzionali che generano differenze nelle istituzioni locali, le quali, per quanto piccole, tendono a loro
volta ad amplificarsi appena interagiscono con congiunture critiche. Proprio perché piccole, queste
differenze sono facilmente reversibili, e non necessariamente derivano da semplici stratificazioni
storiche.
Naturalmente, la storia di Roma ha avuto importanti e durature conseguenze per l'Europa. Le
istituzioni e il diritto romano influenzarono i sistemi di governo fondati dai regni barbarici dopo il
crollo dell'Impero romano d'Occidente. La caduta di Roma è anche all'origine di uno scenario politico
frammentato e privo di forti autorità centrali, che poi sfociò nel feudalesimo. La scomparsa della
schiavitù e l'emergere di città indipendenti sono derivati di lungo periodo (ovviamente legati
all'accidentalità della storia) di tale processo. Questi effetti collaterali furono particolarmente gravidi di
conseguenze quando la Peste nera scosse alle fondamenta la società feudale, dalle cui ceneri nacquero
città più forti e una popolazione contadina non più legata alla terra, ma libera dagli obblighi feudali.
Furono proprio le congiunture critiche ereditate dalla caduta dell'Impero romano ad avviare le
innovazioni istituzionali che investirono l'Europa, in un modo che non ha eguali nell'Africa
subsahariana, in Asia o nelle Americhe.
Nel XVI secolo, l'Europa era ormai piuttosto diversa dall'Africa subsahariana e dalle
Americhe. Pur non essendo molto più ricco delle grandiose civiltà dell'Asia, indiana o cinese, il
Vecchio continente si distingueva da queste sotto alcuni aspetti fondamentali. In Europa, per esempio,
si erano evoluti sistemi politici rappresentativi che altrove non avevano equivalenti, e che avrebbero
giocato un ruolo cruciale nello sviluppo delle istituzioni inclusive. Come analizzeremo nei prossimi due
capitoli, a contare di più in Europa sarebbero state le piccole differenze istituzionali; esse favorirono
l'Inghilterra, dove l'erosione dell'ordine feudale aprì i maggiori spazi per una classe di contadini inclini
al commercio e per centri urbani in cui mercanti e industriali potessero prosperare. Già da tempo queste
categorie chiedevano una maggiore protezione dei diritti di proprietà, istituzioni economiche diverse e
più voce in capitolo nelle scelte del sovrano. Questo processo giunse a un punto di svolta nel XVII
secolo.
7. Il punto di svolta
Guai con le calze
Nel 1583, al termine dei suoi studi a Cambridge, William Lee tornò a Calverton, in Inghilterra,
per diventare parroco del paese. Elisabetta I aveva da poco varato una legge che rendeva obbligatorio
indossare sempre un berretto fatto a maglia. Lee osservò che "lavorare a maglia era l'unico modo per
produrre questi abiti, ma il tempo di lavorazione era molto lungo. Iniziai a pensarci. Guardai mia madre
e mia sorella sferruzzare al tramonto. Se questo capo veniva realizzato usando due ferri e un filo,
perché non utilizzare molti ferri contemporaneamente operanti sullo stesso filo".
Questa provvidenziale osservazione rappresentò l'avvio della meccanizzazione della
produzione tessile. Lee divenne ossessionato dall'idea di costruire una macchina capace di liberare le
persone dalla necessità di interminabili lavori a maglia. Così ricordava: "Cominciai a trascurare i miei
doveri verso la Chiesa e la mia famiglia. L'idea della mia macchina e della sua costruzione mi
consumavano il cuore e lo spirito".
Nel 1589, finalmente, lo stocking frame, la sua macchina automatica per la produzione di calze,
fu pronto. Pieno di entusiasmo, Lee si diresse a Londra per chiedere udienza a Elisabetta I, per
mostrarle le grandi potenzialità della macchina e sollecitare il rilascio di un brevetto che impedisse alla
concorrenza di copiare la sua invenzione. Affittò un edificio per installare la macchina e, con l'aiuto del
parlamentare eletto nella sua circoscrizione, Richard Perkins, incontrò Henry Carey, Lord Hundson,
membro del Consiglio privato della regina. Carey a sua volta organizzò un incontro con Elisabetta, che
andò a vedere la macchina in funzione. Ma la sua reazione fu assolutamente negativa. Si rifiutò di
concedere il brevetto a Lee, obiettando:
Avete mirato troppo in alto, mastro Lee. Considerate le conseguenze che l'uso della vostra
macchina avrebbe sui miei poveri sudditi. Li porterebbe certamente alla rovina, privandoli del loro
impiego e trasformandoli così in mendicanti.
Lee, abbattuto, si trasferì in Francia in cerca di una migliore accoglienza per sua macchina; non
riuscendo a trovarla, tornò in Inghilterra, dove chiese un brevetto a Giacomo I (1603-1625), successore
di Elisabetta. Anche lui, tuttavia, rifiutò, adducendo le stesse motivazioni. Entrambi i sovrani temevano
che la meccanizzazione della produzione di calze potesse portare a una destabilizzazione politica.
Avrebbe provocato perdita di posti di lavoro, disoccupazione e instabilità politica, minacciando il
potere del sovrano. L'innovazione dello stocking frame preannunciava enormi aumenti della
produttività, ma, allo stesso tempo, un processo di distruzione creatrice.
Le reazioni alla brillante invenzione di Lee chiariscono uno dei concetti fondamentali di questo
libro. La paura della distruzione creatrice è la ragione principale per cui tra la rivoluzione neolitica e
quella industriale non ci fu un grande miglioramento delle condizioni di vita. L'innovazione
tecnologica rende le società umane più prospere, ma implica un avvicendamento tra vecchio e nuovo,
oltre che il dissolvimento dei privilegi economici e del potere politico di alcune persone. Per una
crescita economica duratura c'è bisogno di nuove tecnologie, nuovi modi di fare le cose, e il più delle
volte queste innovazioni nascono da persone che, come Lee, non fanno parte dell'élite. Tutto questo
può arricchire la società, ma il processo di distruzione creatrice che ne deriva minaccia i mezzi di
sussistenza di chi impiega vecchi metodi e strumenti, come gli artigiani che lavoravano a maglia e che
con l'introduzione della tecnologia di Lee sarebbero rimasti disoccupati. Ma, ancora più importante, le
grandi innovazioni tecnologiche come lo stocking frame di Lee implicano il rischio di una ridefinizione
dell'ordine costituito. In fin dei conti non fu la preoccupazione per chi sarebbe rimasto disoccupato a
spingere Elisabetta I e Giacomo I a rifiutare di concedere un brevetto a Lee; fu invece la paura di
divenire loro stessi political losers, cioè che il malcontento creato dall'introduzione della nuova
macchina potesse generare instabilità politica e minacciare il loro potere. Come abbiamo visto nel terzo
capitolo, esaminando il caso dei luddisti, spesso è possibile superare le resistenze dei lavoratori, in
questo caso gli artigiani che lavoravano a mano i tessuti. Ma l'élite, specialmente quando il suo potere
è messo in discussione, costituisce un ostacolo molto più arduo all'introduzione di nuove tecnologie.
Che le classi dominanti abbiano molto da perdere da una distruzione creatrice significa non solo che
saranno restie a adottare innovazioni, ma anche che spesso agiranno cercando di frenarle. Per questo, in
ogni società, le trasformazioni più radicali devono essere prodotte da outsider, i quali, insieme alla
distruzione creatrice che scatenano, devono spesso superare molte resistenze, ivi compresa quella
opposta dai governanti e dalle classi dominanti.
Prima dell'esperienza inglese nel XVII secolo, in tutta la storia umana le istituzioni estrattive
avevano rappresentato la norma. In alcuni casi, si erano dimostrate capaci di produrre crescita
economica, soprattutto - l'abbiamo visto negli ultimi due capitoli - quando incorporavano elementi di
inclusività, come nei casi di Venezia e Roma. Ma tali istituzioni non permettevano il dispiegarsi della
distruzione creatrice. La crescita così generata non era sostenibile nel lungo periodo, e si arrestò a causa
dell'assenza di innovazione o delle lotte intestine per controllare le leve dell'estrazione di risorse,
oppure perché la creazione di istituzioni inclusive venne stroncata sul nascere, come a Venezia.
La speranza di vita di un abitante del villaggio natufiano di Abu Hureira probabilmente non
differiva molto da quella di un cittadino dell'antica Roma, che a sua volta era abbastanza simile a un
qualsiasi abitante dell'Inghilterra del XVII secolo. Per quanto riguarda i redditi, nel 301 d.C.
l'imperatore romano Diocleziano promulgò l'Editto sui prezzi massimi, che elencava l'ammontare dei
compensi dovuti alle diverse categorie di lavoratori. Non sappiamo esattamente se e in che misura
l'editto fosse stato effettivamente applicato, ma quando lo storico dell'economia Robert Allen vi fa
riferimento per calcolare gli standard di vita di un lavoratore non qualificato, conclude che
corrispondevano all'incirca a quelli di un lavoratore di pari livello nell'Italia del XVII secolo. Più a
nord, in Inghilterra, i salari erano più alti e in crescita, e le cose stavano cambiando. Come ciò sia
avvenuto è il tema di questo capitolo.
L'onnipresenza del conflitto politico
I conflitti istituzionali e per la distribuzione delle risorse sono una costante di tutta la storia.
Abbiamo visto, per esempio, come i conflitti politici abbiano modellato l'evoluzione dell'antica Roma
e di Venezia, e come infine queste contrapposizioni si siano risolte con una vittoria dell'élite, che fu in
grado di accrescere il proprio controllo sul sistema.
Anche la storia inglese è ricca di conflitti tra la monarchia e i suoi sudditi, tra fazioni in lotta per
la conquista del potere e tra le élite e i cittadini. Non sempre, però, il risultato di questi contrasti
contribuì a rafforzare il sistema di potere esistente. Nel 1215, i baroni, la componente dell'élite
immediatamente al di sotto del re, riuscì a imporsi sul re Giovanni I e a ottenere la promulgazione della
Magna Carta (Magna Charta Libertatum, grande carta delle libertà) a Runnymede (si veda la cartina 9
nel quarto capitolo). Questo documento introduceva alcuni fondamentali princìpi, che andavano a
limitare l'autorità del sovrano. Soprattutto, stabiliva che il re dovesse consultarsi con i baroni per
imporre nuove tasse. La clausola più importante era la numero 61, che decretava:
I baroni eleggano venticinque baroni del regno che desiderano, allo scopo di osservare,
mantenere e far osservare con tutte le loro forze la pace e le libertà che ad essi abbiamo concesso e che
confermiamo con questa nostra carta.
In sostanza, i baroni crearono un consiglio con la funzione di garantire che il re attuasse le
disposizioni della Magna Carta; se ciò non avveniva, i venticinque baroni avevano il diritto di
confiscare castelli, terre e beni "finché l'abuso sarà corretto secondo il loro giudizio". Re Giovanni non
amava la Magna Carta e, non appena la pressione dei baroni declinò, ne ottenne l'annullamento dal
papa. Tuttavia, né il potere dei baroni né l'influenza della Magna Carta svanirono. L'Inghilterra aveva
compiuto il primo, esitante passo verso il pluralismo.
I conflitti intorno alle istituzioni politiche continuarono, e il potere della monarchia fu
ulteriormente limitato dalla prima elezione del Parlamento nel 1265. A differenza del Concilium plebis
romano o delle attuali assemblee elettive, in origine i suoi membri erano i grandi feudatari, seguiti dai
cavalieri e dai più ricchi nobili del regno. Nonostante fosse espressione dell'élite, il Parlamento inglese
sviluppò due caratteristiche particolari. In primo luogo, non rappresentava soltanto la cerchia più vicina
al sovrano, ma un più ampio spettro di interessi, tra cui i nobili minori, impegnati in varie attività
commerciali e produttive, e poi la cosiddetta gentry, classe emergente di facoltosi
agricoltori-commercianti. In questo modo il Parlamento garantiva una certa influenza a una fetta
piuttosto ampia della popolazione, specialmente per gli standard del tempo. In secondo luogo - e in
gran parte come risultato della prima caratteristica - molti membri del Parlamento si opponevano
vigorosamente ai tentativi del sovrano di accrescere il suo potere, e in seguito costituirono la colonna
portante della lotta contro la monarchia nella guerra civile inglese e poi nella Glorious Revolution.
A dispetto della Magna Carta e del primo Parlamento eletto, il conflitto politico sui poteri della
monarchia e sulla successione al trono continuò. Una disputa tutta interna all'élite, che ebbe fine con la
Guerra delle due rose, una lunga lotta tra le casate di Lancaster e York, che si contendevano la corona.
A vincere furono i Lancaster, il cui pretendente al trono, Enrico Tudor, divenne re con il nome di
Enrico VII nel 1485.
Si verificarono allora altri due fenomeni, tra loro collegati. Il primo fu una crescente
centralizzazione politica, attuata dai Tudor. Dopo il 1485, Enrico VII disarmò letteralmente
l'aristocrazia, riducendone la forza militare ed estendendo in modo imponente il potere dello stato
centrale. Il figlio Enrico VIII intraprese, con l'aiuto del suo primo ministro Thomas Cromwell, una vera
e propria rivoluzione amministrativa. Negli anni trenta del Cinquecento, Cromwell diede vita a una
forma embrionale di stato burocratico. Il governo, invece di coincidere semplicemente con la casa
reale, poté così trasformarsi in un sistema separato di istituzioni stabili. A ciò si aggiunsero la rottura di
Enrico VIII con la Chiesa cattolica e la "soppressione dei monasteri", una serie di atti amministrativi
con cui il sovrano espropriò le proprietà ecclesiastiche. Limitare il potere della Chiesa era parte del
processo di centralizzazione dello stato. E la centralizzazione rese possibile per la prima volta
l'emergere di istituzioni inclusive. Il percorso avviato da Enrico VII ed Enrico VIII non portò solo a
uno stato più accentrato, ma alimentò anche la domanda per un ampliamento della base della
rappresentanza politica. Il processo di centralizzazione rischia inoltre di favorire forme di assolutismo,
dal momento che il re e la sua cerchia se ne possono servire per schiacciare gli altri gruppi di potere. È
una delle ragioni per cui, come abbiamo visto nel terzo capitolo, la centralizzazione genera sempre
opposizioni. Tuttavia, alla centralizzazione si può contrapporre anche la domanda di un certo
pluralismo, ed è quanto accadde nell'Inghilterra dei Tudor. Quando i baroni e le élite locali
comprendono che il potere politico diventa sempre più centralizzato e che questo processo è difficile da
arrestare, chiederanno di poter dire la propria sul modo in cui il potere è gestito. Nell'Inghilterra del
XV e XVI secolo, tale domanda si tradusse nello sforzo di questi gruppi per fare del Parlamento un
contropotere della corona ed esercitare un controllo almeno parziale sul funzionamento dello stato. Le
riforme dei Tudor, pertanto, non solo promossero la centralizzazione politica, che è la prima condizione
per la nascita di istituzioni inclusive, ma indirettamente contribuirono anche a un maggior pluralismo,
che è il secondo presupposto.
Questi sviluppi nel campo delle istituzioni politiche avvennero nel contesto di altre importanti
trasformazioni della natura della società. Particolarmente significativo fu l'allargamento dei conflitti
politici, che moltiplicò il novero dei gruppi sociali capaci di rivolgere le proprie istanze alla monarchia
e all'élite politica. Alla cruciale rivolta dei contadini del 1381 seguì una lunga serie di moti popolari,
che scosse le classi dominanti inglesi. Il potere politico fu dunque redistribuito non solo dal re alla
nobiltà, ma anche dall'élite al popolo. Cambiamenti che, insieme ai maggiori vincoli al potere del
sovrano, consentirono a una grande coalizione avversa all'assolutismo di emergere e di gettare le basi
per la nascita di istituzioni politiche pluraliste.
Malgrado queste sfide, le istituzioni politiche ed economiche che i Tudor ereditarono e
contribuirono a sviluppare erano di tipo chiaramente estrattivo. Nel 1603, Elisabetta I, figlia di Enrico
VIII salita al trono nel 1553, morì senza lasciare eredi, e i Tudor furono sostituiti dagli Stuart. Il primo
re della dinastia Stuart, Giacomo I, ereditò insieme al trono tutti conflitti che lo circondavano. Egli
ambiva a governare in modo dispotico. Nonostante la maggior centralizzazione dello stato e una
trasformazione sociale che stava redistribuendo il potere nella società, le istituzioni politiche non erano
ancora pluraliste. In campo economico, il carattere estrattivo delle istituzioni si manifestava in episodi
come quello del brevetto rifiutato all'invenzione di William Lee, ma anche in forma di monopoli,
monopoli e ancora monopoli. Nel 1601, ne fu letta in Parlamento una lista, e uno dei membri
dell'assemblea chiese ironicamente: "Non ne esiste uno anche sul pane?". Nel 1621 se ne contavano
settecento. Come ha osservato lo storico inglese Christopher Hill, al tempo un uomo viveva
in una casa costruita con mattoni prodotti da monopolisti, dotata di finestre (...) realizzate da
monopolisti; riscaldata da carbone estratto da monopolisti (in Irlanda esisteva invece un monopolio
sulla legna da ardere) che bruciava in una stufa fatta di ferro prodotto in regime di monopolio (...). Si
lavava con sapone che era fabbricato da un monopolio, e lo stesso valeva per l'amido che usava per i
suoi vestiti. Il suo abbigliamento era fatto di pizzi, lino, cuoio, filo d'oro, tutti prodotti in regime di
monopolio (...); altrettanto poteva dirsi per i coloranti che utilizzati per tingerli, e per cinture, bottoni e
spille. Mangiava burro, ribes, aringhe, salmone e aragoste venduti da monopolisti, e li condiva con sale,
pepe e aceto prodotti in regime di monopolio (...). Scriveva con penne e carta da lettere sulla cui
produzione vigeva un monopolio; leggeva (utilizzando occhiali realizzati da monopolisti, alla luce di
candele prodotte da monopolisti) libri che erano stampati da editori titolari di un monopolio.
Questi monopoli, e molti altri ancora, davano a determinati individui o gruppi il diritto
esclusivo di controllare la produzione di numerose merci, impedendo così il libero impiego dei talenti
individuali, che è così importante per la prosperità economica.
Sia Giacomo I che suo figlio e successore Carlo I ambivano a rafforzare la monarchia, ridurre il
potere del Parlamento e instaurare un regime assolutista simile a quelli che si stavano formando in
Spagna e Francia, così da stringere il loro controllo, e quello dell'élite, sul sistema economico, e
rendere le istituzioni più estrattive. Il conflitto tra Giacomo I e il Parlamento giunse a una svolta negli
anni venti del Seicento. Al centro della controversia, c'era la gestione del commercio interno ed estero.
La prerogativa reale di concedere monopoli era per lo stato una delle principali fonti di entrate, e spesso
veniva utilizzata per concedere diritti esclusivi ai sostenitori del re. Non stupisce che il carattere
estrattivo di tale istituto, che impediva il libero funzionamento dei mercati e ne chiudeva l'accesso,
danneggiasse anche le attività e gli interessi di molti membri del Parlamento. Nel 1623, l'assemblea
ottenne una significativa vittoria, riuscendo a far approvare lo Statuto dei monopoli, che vietava al
sovrano di creare nuovi monopoli sul mercato interno. Lo statuto, però, non si applicava al commercio
internazionale, dato che gli affari esteri erano esclusi delle competenze parlamentari. E i monopoli già
esistenti, che fossero internazionali o meno, non vennero intaccati.
Il Parlamento non aveva un calendario di sedute regolare, e per riunirsi doveva attendere la
convocazione del sovrano. L'accordo stabilito dalla Magna Carta richiedeva al re di riunire il
Parlamento per ottenere l'approvazione di nuove tasse. Salito al trono nel 1625, dal 1629 Carlo I smise
di convocare il Parlamento e intensificò gli sforzi del padre per costruire un regime fortemente
assolutista; istituì il prestito forzoso, che obbligava le persone a concedergli prestiti, e cambiò
unilateralmente i termini degli accordi, al punto da rifiutarsi di restituire il denaro. Creò e vendette
licenze di monopolio nell'unico settore in cui lo Statuto ancora lo permetteva, quello del commercio
internazionale. Indebolì l'indipendenza della magistratura, intervenendo direttamente per influenzare
l'esito di casi giudiziari. Introdusse imposte di varia natura, la più controversa delle quali fu la "ship
money" - un contributo per sostenere le spese della Royal Navy -, richiesta nel 1634 alle contee della
fascia costiera ed estesa, a partire dal 1635, a quelle dell'interno. La ship money fu riscossa ogni anno
fino al 1640.
La condotta sempre più dispotica di Carlo I e le sue politiche estrattive provocarono
risentimento e resistenze in tutto il paese. Nel 1640, davanti alla prospettiva di una guerra con la
Scozia, privo delle risorse finanziarie necessarie a mettere in campo un esercito, Carlo fu costretto a
convocare il Parlamento per richiedere l'approvazione di nuove tasse. Il cosiddetto Short Parliament
rimase riunito tre sole settimane: i parlamentari giunti a Londra si rifiutarono di discutere di tasse e
sollevarono invece numerose altre questioni, fino a quando Carlo non sciolse l'assemblea. Gli scozzesi,
compreso che il re non aveva il sostegno del paese, invasero l'Inghilterra occupando la città di
Newcastle. Carlo avviò un negoziato, in cui gli scozzesi chiesero di coinvolgere il Parlamento nelle
trattative. A questo punto fu costretto a riunire quello che sarebbe poi passato alla storia come Long
Parliament, il quale si radunò fino al 1648, rifiutando di sciogliersi anche dietro richiesta del sovrano.
La guerra civile inglese del 1642 scoppiò a causa delle lotte tra sovrano e Parlamento, benché
nell'assemblea ci fossero anche molti sostenitori della corona. Gli eventi che portarono alla guerra
rispecchiano il conflitto per la gestione delle istituzioni economiche e politiche. Il Parlamento voleva
porre fine al sistema di istituzioni assolutiste, il re voleva rinforzarlo. La disputa affondava dunque le
sue radici nell'economia. Molti sostenevano la corona in quanto avevano ricevuto in concessione
monopoli molto redditizi. Per esempio, i monopoli locali gestiti dai ricchi e potenti mercanti di
Shrewsbury e Oswestry erano protetti, grazie all'intervento del sovrano, dalla concorrenza dei
commercianti di Londra, perciò questi mercanti appoggiavano Carlo I. Dall'altra parte, l'industria
metallurgica era fiorita a Birmingham, dove i monopoli erano più deboli e chi voleva avviare
un'attività non era tenuto all'apprendistato obbligatorio di sette anni come in altre zone del paese.
Durante la guerra civile, le fabbriche di Birmingham forgiavano spade per le milizie dell'opposizione
parlamentare e ne ingrossavano i ranghi arruolando volontari. Allo stesso modo, l'assenza di una
regolamentazione corporativa nella contea del Lancashire permise lo sviluppo, prima del 1640, delle
new drapperie, un nuovo tipo di tessuto leggero. L'area in cui si concentrava la produzione di questi
tessuti fu l'unica di tutto il Lancashire ad appoggiare il Parlamento.
Sotto la guida di Oliver Cromwell, i parlamentarians - detti anche Roundheads (Teste rotonde)
per il loro taglio di capelli - sconfissero i lealisti monarchici, noti con il nome di Cavaliers. Carlo I fu
processato e giustiziato nel 1649, ma la sua sconfitta e l'abolizione della monarchia non diedero luogo
a un sistema di istituzioni inclusive. Alla monarchia si sostituì invece la dittatura di Cromwell. Dopo la
morte di quest'ultimo, nel 1660 fu restaurata la monarchia, che riconquistò faticosamente molti dei
privilegi persi nel 1649. Il figlio di Carlo I, Carlo II, riprese l'opera del padre per trasformare
l'Inghilterra in uno stato assolutista. Questi sforzi si intensificarono ulteriormente durante il regno del
fratello Giacomo II, salito al trono dopo la sua morte nel 1685. Nel 1688, il tentativo di Giacomo II di
ristabilire l'assolutismo determinò una nuova crisi e una nuova guerra civile. Il Parlamento dell'epoca,
tuttavia, era più coeso e organizzato; i parlamentari invitarono lo statolder olandese,* Guglielmo
d'Orange, e sua moglie Maria, la figlia protestante di Giacomo II, a prendere il posto dello stesso
Giacomo. Guglielmo avrebbe condotto in Inghilterra un esercito e reclamato il trono, non come
monarca assoluto, bensì come sovrano costituzionale in un sistema retto dal Parlamento. Due mesi
dopo lo sbarco di Guglielmo nelle isole britanniche a Brixham, nel Devon (si veda la cartina 9 nel
quarto capitolo), l'esercito di Giacomo II si disintegrò e il re fuggì in Francia.
La Glorious Revolution
Dopo la vittoria ottenuta in quella che divenne celebre come Glorious Revolution, il Parlamento
e Guglielmo d'Orange negoziarono una nuova costituzione. I cambiamenti, anticipati da una
"dichiarazione" sottoscritta da Guglielmo poco prima dell'invasione, furono definitivamente sanciti
dalla Declaration of Rights elaborata dal Parlamento nel febbraio 1689 e letta a Guglielmo nella
medesima sessione in cui gli fu offerta la corona. Per molti versi la Declaration, che dopo la sua
promulgazione prese il nome di Bill of Rights, era piuttosto vaga; eppure introdusse alcuni
fondamentali principi costituzionali. Stabilì nuove regole per la successione al trono, che si
discostavano decisamente dal principio ereditario allora vigente: se già una volta il Parlamento aveva
potuto deporre un sovrano e sostituirlo con un altro più gradito, perché non prevedere esplicitamente
questa possibilità? La Declaration of Rights vietava inoltre al re di sospendere o disapplicare le leggi, e
ribadiva l'illiceità dell'imposizione fiscale senza l'approvazione del Parlamento. Stabiliva inoltre che in
Inghilterra non ci sarebbe stato alcun esercito permanente, senza il beneplacito del Parlamento. Altri
articoli mostravano una certa vaghezza, per esempio l'ottavo, che dichiarava: "L'elezione dei membri
del Parlamento dovrà essere libera", senza tuttavia specificare che cosa significasse esattamente
"libera". Ancora più vago era il tredicesimo articolo, il cui punto principale era la prescrizione di
convocazioni "frequenti" del Parlamento. Dal momento che le modalità di convocazione del
Parlamento erano state un tema assai spinoso per tutto il secolo, ci si sarebbero aspettate disposizioni
più dettagliate da questa clausola. La ragione di una formulazione così vaga, tuttavia, è chiara: alle
leggi bisogna dare esecuzione. Durante il regno di Carlo II, era già in vigore il Triennial Act, per il
quale il Parlamento avrebbe dovuto riunirsi almeno una volta ogni tre anni, ma Carlo II lo aveva
ignorato, e senza alcuna conseguenza, poiché non esistevano meccanismi che ne garantissero
l'applicazione. Dopo il 1688, il Parlamento avrebbe potuto istituire una procedura per assicurare il
rispetto di questa disposizione, così come avevano fatto i baroni per la loro assemblea dopo la firma
della Magna Carta. Se non lo fece fu perché non ce n'era bisogno. A partire dal 1688, il centro
dell'autorità e del potere decisionale si spostò in Parlamento: anche senza specifiche norme
costituzionali, il nuovo sovrano Guglielmo d'Orange semplicemente rinunciò a molte delle pratiche
caratteristiche dei suoi predecessori, ponendo fine alle interferenze nel sistema giudiziario e
rinunciando ad alcuni "diritti" reali, come quello di trattenere per sé le entrate doganali. Nel loro
insieme, questi cambiamenti nelle istituzioni politiche rappresentarono il trionfo del Parlamento sulla
monarchia, e dunque la fine dell'assolutismo in Inghilterra e in seguito nell'intera Gran Bretagna, dopo
che Inghilterra e Scozia furono unificate dall'Act of Union del 1707. Da allora, il Parlamento assunse il
controllo diretto delle politiche statali. Fu una svolta epocale, perché gli interessi del Parlamento erano
completamente diversi da quelli dei sovrani Stuart. Poiché molti parlamentari avevano importanti
investimenti nel commercio e nelle attività manifatturiere, essi erano direttamente interessati alla
garanzia dei diritti di proprietà. Spesso gli Stuart avevano violato questi diritti, che da quel momento
sarebbero stati tutelati. Per di più, al tempo in cui erano gli Stuart a controllare le spese del governo, i
parlamentari si erano sempre opposti strenuamente all'aumento delle tasse e al rafforzamento del
potere statale; ma quando la gestione del bilancio statale passò al Parlamento, questo fu ben felice di
accrescere l'imposizione fiscale e investire denaro pubblico in attività ritenute vantaggiose. Tra queste,
la più importante fu il rafforzamento della marina militare, che avrebbe protetto gli interessi
commerciali coltivati oltremare da molti suoi membri.
Ancora più importante degli interessi privati dei parlamentari fu la natura sempre più pluralista
delle istituzioni politiche. Il popolo inglese aveva ora accesso al Parlamento, e alle politiche e
istituzioni economiche che creava, in misura incomparabile rispetto ai tempi in cui lo stato era retto dal
sovrano. In parte, ovviamente, la ragione risiedeva nel fatto che i parlamentari fossero eletti. Ma
essendo l'Inghilterra di allora ben lontana dal costituire una democrazia, questa possibilità di accesso
portò soltanto a una limitata capacità di recepire le istanze dei cittadini. Tra le molte forme di
disuguaglianza, meno del 2 per cento della popolazione, soltanto gli uomini, aveva diritto di voto. Le
città in cui prese piede la rivoluzione industriale, Birmingham, Leeds, Manchester e Sheffield, non
avevano una rappresentanza autonoma al Parlamento, mentre le aree rurali erano sovrarappresentate.
Per giunta, il diritto di voto nelle zone rurali (le contee), si basava sulla proprietà terriera, e molte aree
urbane (i boroughs, che costituivano anche le circoscrizioni elettorali dell'epoca) restarono sotto il
controllo di una ristretta élite che impediva ai nuovi imprenditori industriali di votare o di candidarsi
alle elezioni. Nel borough di Buckingham, per esempio, soltanto tredici notabili avevano diritto di voto.
Il caso più paradossale era quello dei "borghi putridi" (rotten boroughs), che mantenevano il diritto alla
rappresentanza concesso loro in passato, pur essendosi "decomposti" in seguito a trasferimenti di
popolazione o, nel caso di Dunwich, sulla costa orientale dell'Inghilterra, nonostante fosse
letteralmente franato nell'oceano per l'erosione della costa. In questi boroughs, un numero molto
limitato di votanti poteva eleggere due rappresentanti al Parlamento. Old Sarum, con sette elettori, e
Dunwich, con trentadue, erano rappresentati da due parlamentari ciascuno.
Esistevano però altri mezzi per incidere sul Parlamento e quindi sull'assetto delle istituzioni
economiche. Il più importante era l'istituto della petizione, che, rispetto ai timidi accenni di
democrazia, fu molto più significativo per l'affermazione del pluralismo dopo la Glorious Revolution.
Chiunque poteva presentare una petizione al Parlamento, e ciò si verificava regolarmente. Ed è
indicativo che il Parlamento considerasse con attenzione queste petizioni, perché più di ogni altra cosa
ci dà la misura della sconfitta dell'assolutismo, di un potere distribuito a una porzione abbastanza
estesa della società e della nascita del pluralismo in Inghilterra dopo il 1688. La frenetica presentazione
di petizioni dimostra infatti che un ampio gruppo sociale, esteso ben oltre il novero di chi sedeva o era
formalmente rappresentato in Parlamento, disponeva ormai di una reale influenza sull'amministrazione
dello stato. E questa influenza fu a tutti gli effetti utilizzata.
Il caso dei monopoli è il più emblematico. In precedenza abbiamo visto come nel XVII secolo i
monopoli fossero un elemento centrale delle istituzioni economiche estrattive. Questo sistema era stato
messo una prima volta in discussione nel 1623, con lo Statuto dei monopoli, e aveva rappresentato il
principale pomo della discordia nella guerra civile inglese. Il Long Parliament abolì tutti i monopoli
interni, che incidevano in modo così pervasivo sulla vita delle persone. Nonostante Carlo II e Giacomo
II non fossero riusciti a reintrodurli, i sovrani conservarono la possibilità di concedere monopoli sui
commerci marittimi internazionali. Tra le compagnie che operavano in regime di monopolio c'era la
Royal African Company, il cui statuto fu approvato da Carlo II nel 1660. La compagnia aveva il
monopolio sulla redditizia tratta degli schiavi africani, e il suo direttore, nonché azionista principale,
era niente meno che il fratello dello stesso Carlo, Giacomo, che sarebbe ben presto diventato Giacomo
II. Dopo il 1688, la compagnia non perse solo il direttore, ma anche il suo protettore più importante.
Giacomo si era battuto strenuamente per proteggere il suo monopolio dai cosiddetti abusivi, i trafficanti
indipendenti che cercavano di comprare schiavi in Africa per venderli nelle Americhe. Trattandosi di
un commercio assai lucrativo, la Royal African Company doveva affrontare molte sfide al suo
monopolio, dato che le attività mercantili inglesi nell'Atlantico erano libere in tutti gli altri settori. Nel
1689, la compagnia requisì il carico di uno di questi trafficanti, un certo Nightingale. Nightingale citò
in giudizio la compagnia per sequestro illegale di beni e il presidente della Corte suprema, John Holt,
emise un giudizio in suo favore, sulla base del fatto che il monopolio della compagnia era stato ottenuto
grazie all'esercizio di una prerogativa reale. Secondo Holt, un simile monopolio sarebbe dovuto invece
derivare da uno statuto approvato dal Parlamento. Con questa sentenza, al Parlamento fu conferita
l'autorità sulla concessione futura di qualsiasi monopolio, e non sulla sola Royal African Company.
Prima del 1688, Giacomo II avrebbe immediatamente rimosso qualunque giudice si fosse pronunciato
in tal senso; dopo la rivoluzione, tuttavia, le cose erano cambiate.
A questo punto, sui monopoli spettava al Parlamento stabilire il da farsi, e iniziò una pioggia di
petizioni. Centotrentacinque furono presentate da trafficanti indipendenti che chiedevano la
liberalizzazione dei commerci nell'Atlantico. Benché la Royal African Company tentasse di rispondere
con mezzi analoghi, certo non poteva sperare di eguagliare il numero delle petizioni, o di controbattere
con efficacia agli argomenti di chi voleva l'abolizione del suo monopolio. Gli abusivi riuscirono a
presentare le loro ragioni nei termini di una difesa degli interessi nazionali e non del proprio gretto
tornaconto personale, il che di fatto corrispondeva al vero. Così, delle 135 petizioni presentate, solo 5
furono firmate dagli stessi trafficanti; 73 vennero da fuori Londra, contro le sole 8 della compagnia.
Dalle colonie, dove era inoltre possibile inoltrare petizioni, gli abusivi ne presentarono 27, la
compagnia 11. I trafficanti indipendenti raccolsero anche un numero di firme molto maggiore a
sostegno delle proprie istanze: 8000 in totale, contro le 2500 della compagnia. La lotta continuò fino al
1698, quando il monopolio della Royal African Company fu abolito.
Dopo aver assunto nel 1688 un nuovo ruolo, come sede per il dibattito sulle istituzioni
economiche, e una maggiore capacità di rispondere agli stimoli provenienti dalla società, il Parlamento
avviò una serie di cruciali riforme delle istituzioni economiche e delle politiche governative, che
avrebbero aperto la strada alla futura rivoluzione industriale. I diritti di proprietà, che avevano subito
un processo di erosione sotto gli Stuart, furono rafforzati. Le istituzioni economiche furono ripensate
nell'ottica di promuovere le attività manifatturiere, invece di tassarle e ostacolarle. La cosiddetta hearth
tax (tassa sui focolari) - un'imposta annuale riscossa in base al numero di camini o stufe, che pesava in
modo particolare sulle industrie manifatturiere - fu abolita nel 1689, subito dopo l'ascesa al trono di
Guglielmo e Maria d'Orange. Invece di tassare i focolari, il governo iniziò a raccogliere imposte sulla
terra.
Il riequilibrio del carico fiscale non fu l'unico provvedimento adottato dal Parlamento a
sostegno dell'industria. Fu introdotta una lunga serie di leggi volte a espandere il mercato dei tessuti di
lana e ad aumentare i profitti collegati a questa attività. Tutto ciò era perfettamente sensato, da un punto
di vista politico, poiché molti dei parlamentari che si erano opposti a Giacomo II avevano considerevoli
investimenti nel nascente settore manifatturiero. Il Parlamento emanò anche una legislazione che
consentiva una completa riorganizzazione dei diritti di proprietà fondiaria, oltre che l'eliminazione di
molti istituti arcaici che regolavano il possesso della terra e il suo utilizzo.
Un'altra priorità del Parlamento fu la riforma del settore finanziario. Benché nel periodo che
aveva preceduto la Glorious Revolution ci fosse già stata un'espansione delle attività finanziarie e
bancarie, questo processo fu consolidato con la fondazione, nel 1694, della Banca d'Inghilterra, per
aprire canali di credito alle attività industriali. Anche questa fu una conseguenza della Glorious
Revolution. La fondazione della Banca d'Inghilterra portò a una "rivoluzione finanziaria" ancora più
radicale, segnata da una grande espansione dei mercati finanziari e dell'attività bancaria. All'inizio del
XVIII secolo, i mutui erano ormai accessibili a chiunque potesse fornire garanzie sufficienti. Gli
archivi di una banca relativamente piccola, la C. Hoare's & Co. di Londra, che ci sono giunti intatti per
il periodo 1702-1724, ne sono una dimostrazione. Nonostante la banca prestasse denaro ad aristocratici
e signori, in questo periodo due terzi dei suoi maggiori debitori non venivano dalle classi alte, ma erano
commercianti e uomini d'affari, fra cui un certo John Smith - nome assurto a simbolo dell'inglese
medio -, a cui la banca prestò 2600 sterline tra il 1715 e il 1719.
Finora abbiamo sottolineato come la Glorious Revolution abbia trasformato le istituzioni
politiche inglesi, rendendole più pluraliste, e ponendo le fondamenta per istituzioni economiche più
inclusive. C'è però un altro e più significativo aspetto nella riforma istituzionale emersa dalla
rivoluzione del 1688: il Parlamento continuò il processo di centralizzazione politica intrapreso dai
Tudor. Dunque non si trattava soltanto di un aumento dei vincoli all'esercizio del potere, di una diversa
regolazione statale dell'economia, oppure di una diversa destinazione della spesa pubblica. Oltre a tutto
questo, lo stato vide crescere le sue prerogative e le sue competenze in ogni campo. Il che dimostra
ancora una volta il legame tra centralizzazione politica e pluralismo: prima del 1688, il Parlamento
aveva contrastato i tentativi di rendere la macchina statale più efficace e dotata di maggiori risorse,
perché non poteva controllarla; dopo il 1688 fu tutta un'altra storia.
Lo stato iniziò a crescere, e le sue spese raggiunsero ben presto il 10 per cento circa del reddito
nazionale, grazie all'allargamento della base imponibile, e con particolare riguardo alle imposte sui
consumi, che gravavano su una lunga lista di beni prodotti nel paese. Era un bilancio pubblico piuttosto
consistente per l'epoca, maggiore di quelli che oggi possiamo osservare in molti paesi del mondo. La
Colombia, per esempio, raggiunse questa percentuale del Pil solo negli anni ottanta. In vari paesi
dell'Africa subsahariana, come la Sierra Leone, ancora oggi il bilancio statale sarebbe molto inferiore a
questa quota, se non fosse per i rilevanti aiuti internazionali che ricevono.
L'aumento delle dimensioni dello stato, tuttavia, rappresentò solo una parte del processo di
centralizzazione politica. Ancora più rilevante fu il funzionamento della macchina statale da un punto
di vista qualitativo, nonché il comportamento di chi la controllava e dei dipendenti pubblici. La
struttura delle istituzioni pubbliche inglesi affondava le sue radici nel Medioevo, ma, come abbiamo
visto nel paragrafo precedente, passi decisivi verso la centralizzazione politica e lo sviluppo di un
moderno sistema amministrativo furono compiuti da Enrico VII ed Enrico VIII. Ma lo stato, all'epoca,
era ancora molto lontano dalla forma moderna che avrebbe assunto dopo il 1688. Molti incarichi, per
esempio, erano ancora assegnati su base politica e non meritocratica; lo stato aveva inoltre una capacità
molto limitata di imporre le tasse.
Dopo il 1688, il Parlamento iniziò ad affinare la propria capacità di garantire le entrate statali
attraverso la tassazione, uno sviluppo che è ben illustrato dalla burocrazia per la riscossione delle
imposte sui consumi, che passò rapidamente dai 1211 impiegati del 1690 ai 4800 del 1780. Gli ispettori
addetti al controllo di queste tasse erano distribuiti su tutto il territorio, sottoposti alla supervisione di
funzionari di grado superiore, dediti a continui accertamenti e misurazioni sulla quantità di pane, birra e
altri prodotti soggetti all'imposta sul consumo. La complessità di queste operazioni emerge dalla
ricostruzione dello storico John Brewer sull'attività del supervisore George Cowperthwaite. Tra il 12
giugno e il 5 luglio 1710, Cowperthwaite viaggiò per oltre 460 chilometri nel distretto di Richmond,
nello Yorkshire, visitando 263 fornitori di generi alimentari, 71 produttori di malto, 20 produttori di
candele e un birraio. In tutto, raccolse 81 misurazioni delle diverse produzioni, e controllò il lavoro di
nove esattori a lui subordinati. Otto anni dopo lo troviamo ancora impegnato in un duro compito,
questa volta nel distretto di Wakefield, in un'altra zona dello Yorkshire. A Wakefield Cowperthwaite
lavorava sei giorni alla settimana, compiendo ogni giorno un tragitto di circa trenta chilometri ed
eseguendo normalmente quattro o cinque ispezioni quotidiane. Nel giorno libero, la domenica,
compilava i suoi registri, cosa che ci ha fornito un resoconto completo delle sua attività. Il sistema per
la riscossione delle imposte sul consumo utilizzava un metodo molto elaborato di raccolta dei dati: i
funzionari compilavano tre diversi registri, che dovevano concordare tra loro, e la falsificazione dei
quali era considerata un grave reato. Questo notevole grado di controllo dello stato sulla società era, nel
1710, più capillare di quello che oggi riescono a esercitare i governi dei paesi poveri. In modo
altrettanto significativo, dopo il 1688 per la nomina dei propri funzionari lo stato iniziò a fare maggior
affidamento sulle capacità che sulla fedeltà politica, e sviluppò un robusto apparato amministrativo per
governare il paese.
La rivoluzione industriale
La rivoluzione industriale ebbe un impatto su tutto il sistema economico inglese. Ci furono
fondamentali miglioramenti nel campo dei trasporti, della metallurgia e dei motori a vapore, ma
l'innovazione più importante fu la meccanizzazione della tessitura e lo sviluppo di fabbriche di tessuti
industriali. Queste dinamiche vennero messe in moto dalle trasformazioni istituzionali derivate dalla
Glorious Revolution. Non furono una semplice conseguenza dell'abolizione dei monopoli interni - già
avvenuta nel 1640 -, dell'introduzione del nuovo sistema di tassazione o del maggiore accesso al
credito. Il cambiamento fu dato anche dalla riorganizzazione delle istituzioni economiche in una
direzione che favoriva gli innovatori e gli imprenditori, basata su un sistema di diritti di proprietà più
solido ed efficiente.
I progressi nella tutela della proprietà, per esempio, furono capitali per la "rivoluzione dei
trasporti", che avrebbe condotto alla rivoluzione industriale. Gli investimenti in canali e strade, i
turnpikes, decollarono dopo il 1688. Riducendo i costi di trasporto, tali investimenti crearono
un'importante premessa per la rivoluzione industriale. Prima del 1688, gli investimenti in infrastrutture
erano stati ostacolati da atti arbitrari dei sovrani Stuart. Il caso del fiume Salwerpe, nel Worcestershire,
è una dimostrazione cristallina di come le cose cambiarono. Nel 1622, il Parlamento approvò una legge
che incoraggiava gli investimenti volti a rendere il Salwerpe navigabile, e a questo scopo la famiglia
Baldwyn investì 6000 sterline, ottenendo in cambio il diritto di riscuotere un pedaggio dalle barche in
transito. Nel 1693, una nuova legge del Parlamento conferì i diritti sul transito fluviale al conte di
Shrewsbury e a Lord Coventry. Questo nuovo atto fu contestato da Sir Timothy Baldwyn, che
immediatamente presentò al Parlamento una petizione, secondo la quale l'atto costituiva di fatto un
esproprio ai danni di suo padre, che aveva investito somme considerevoli nell'area fluviale contando
sui guadagni che avrebbe potuto realizzare incassando i pedaggi. Baldwyn argomentò che "la nuova
legge implica l'abrogazione della vecchia e l'esproprio delle risorse e del lavoro che sono stati
impiegati sulla base di quest'ultima". Simili deroghe a diritti acquisiti erano all'ordine del giorno, al
tempo degli Stuart. Baldwyn osservò: "Togliere a una persona un diritto che sia stato acquisito in
seguito a una legge del Parlamento senza il consenso di quest'ultimo è un atto dalle conseguenze
pericolose". Nel caso in questione, la nuova legge fu ritirata e i diritti di Baldwyn riconosciuti.
Insomma, i diritti di proprietà divennero molto più sicuri dopo il 1688, in parte perché la certezza del
loro rispetto era coerente con gli interessi del Parlamento, e in parte perché la natura pluralista delle
istituzioni li rendeva sensibili alle petizioni. Si affermò un sistema politico molto più inclusivo, che
introdusse in Inghilterra regole del gioco relativamente pari per tutti.
A monte della rivoluzione dei trasporti e, più in generale, della riorganizzazione della terra
realizzatasi nel XVIII secolo, ci fu una serie di atti parlamentari che trasformarono la natura della
proprietà fondiaria. Fino al 1688, era rimasta addirittura in vigore la finzione giuridica che assegnava al
re la proprietà ultima di tutti i terreni inglesi, eredità diretta della società feudale. Su molti terreni
perduravano diritti di proprietà arcaici e distribuiti tra un vasto numero di soggetti, e gran parte di essi
era composta dai cosiddetti equi patrimoni, che stabilivano l'impossibilità, per il proprietario, di
ipotecare, affittare o vendere la terra. Spesso i commons potevano essere utilizzate solo per impieghi
tradizionali. C'erano enormi ostacoli all'uso dei terreni secondo modalità economicamente desiderabili.
Il Parlamento iniziò a modificare la situazione, consentendo a gruppi di persone di inoltrare petizioni
per semplificare e riformare i diritti di proprietà: cambiamenti che furono in seguito incorporati in
centinaia di atti del Parlamento.
Questa riorganizzazione delle istituzioni economiche si manifestò anche nell'emergere di un
programma per la protezione della produzione tessile nazionale dalle importazioni dall'estero. Non
stupisce che i parlamentari e i loro elettori non fossero contrari a qualunque tipo di barriera all'entrata e
ai monopoli: tutti i provvedimenti in grado di incrementare i loro profitti e la loro quota di mercato
erano ben accetti. Il punto cruciale, tuttavia, è che la presenza di istituzioni pluraliste - ossia che il
Parlamento rappresentasse, ascoltasse e conferisse legittimazione politica a un'ampia porzione della
società - impedì a queste barriere di strangolare altri industriali o di precludere del tutto a nuovi
soggetti l'accesso a un settore, come invece era avvenuto a Venezia con la "serrata". Una realtà di cui
fecero ben presto esperienza gli influenti industriali della lana.
Nel 1688, tra le maggiori importazioni inglesi c'erano i tessuti indiani, in particolare calicò e
mussola, che da soli costituivano circa un quarto dell'import in campo tessile. Analoga importanza
aveva la seta cinese. Calicò e seta venivano importati dalla Compagnia inglese delle Indie orientali, la
quale prima del 1688 esercitava il monopolio sul commercio con l'Asia, concesso dal governo. Ma il
monopolio e l'influenza politica della compagnia dipendevano dal pagamento di cospicue tangenti al re
Giacomo II. Dopo il 1688, la Compagnia delle Indie orientali si venne a trovare in una posizione
vulnerabile, e presto finì sotto attacco. Il conflitto prese la forma di un'intensa battaglia a suon di
petizioni: molti imprenditori intenzionati ad avviare attività commerciali in Asia orientale e in India
chiesero al Parlamento di aprire le rotte commerciali alla concorrenza; la Compagnia delle Indie
orientali rispose con petizioni di tenore opposto, offrendosi anche di prestare capitali al Parlamento, ma
perse, e fu fondata una nuova compagnia concorrente. Gli imprenditori tessili, tuttavia, non volevano
semplicemente una maggiore concorrenza nei commerci con l'India. Ciò che desideravano erano dazi
più alti sui tessuti indiani a basso costo, o addirittura la loro proibizione. La concorrenza di
importazioni così economiche si faceva sentire, per gli imprenditori. In quel momento storico i
maggiori industriali inglesi fabbricavano tessuti di lana, ma i produttori di indumenti in cotone stavano
aumentando sia la loro importanza economica sia il loro potere politico.
L'industria della lana si era attivata per tutelare i propri interessi fin dagli anni sessanta del
Seicento, promuovendo l'approvazione di una regolamentazione dei consumi della popolazione, le
cosiddette Sumptuary Laws, che, tra le altre cose, proibivano di indossare abiti troppo leggeri. Con la
loro influenza gli industriali riuscirono a far passare leggi, come quelle del 1666 e del 1678, che
rendevano obbligatoria la sepoltura dei cadaveri con un sudario di lana. Entrambe queste misure
proteggevano il mercato della lana, limitando per i produttori inglesi la concorrenza dall'Asia. Eppure,
in quel periodo la Compagnia delle Indie orientali era troppo potente perché si potessero imporre
restrizioni alle importazioni di tessuti dall'Asia. Anche stavolta le cose cambiarono dopo il 1688. Tra il
1696 e il 1698 i lanifici dell'East Anglia e del West Country strinsero un'alleanza con i produttori di
seta di Londra, Canterbury e con la Levant Company per limitare le importazioni. Gli importatori di
seta dal Levante, pur avendo dovuto rinunciare da poco alla propria posizione di monopolio, volevano
penalizzare la lana asiatica per crearsi una nicchia nel mercato della seta proveniente dall'Impero
ottomano. Questa coalizione di interessi iniziò a presentare in Parlamento proposte di legge per
restringere la possibilità di indossare abiti in cotone o seta asiatici, oltre che l'attività di colorazione e
stampa dei tessuti in Inghilterra. A seguito di queste pressioni, nel 1701 il Parlamento approvò infine
una "legge per il più effettivo impiego dei più poveri, che incoraggi l'industria di questo Regno". La
legge decretava che dal settembre 1701
tutti i tessuti di seta, bengals e simili, tessuti misti di seta e altre fibre, provenienti dalle
fabbriche di India, Persia, Cina o Indie orientali, e tutti i calicò dipinti, colorati, stampati o trattati in
queste regioni che siano importati nel Regno, non potranno essere indossati.
Divenne così illegale vestire sete o calicò asiatici. Ma c'era ancora la possibilità di importarli
per rivenderli in Europa o altrove, e in particolare nelle colonie americane. Il calicò grezzo poteva
inoltre essere importato e trattato in Inghilterra, mentre la mussola era esentata dal bando. Dopo una
lunga lotta, queste scappatoie - così le vedevano i produttori inglesi di tessuti di lana - furono eliminate
dal Calico Act del 1721:
A decorrere dal 25 dicembre 1722 sarà proibito per chiunque, in Gran Bretagna, utilizzare o
indossare qualsivoglia indumento o capo d'abbigliamento in calicò stampato, dipinto o colorato in
qualunque maniera.
Sebbene l'atto tutelasse i produttori inglesi di lana dalla concorrenza asiatica, non incideva
affatto su quella portata dall'industria domestica del cotone e del lino, che insieme venivano utilizzati
per produrre un tessuto molto popolare, il fustagno. Dopo aver posto fine alla competizione dell'Asia,
l'industria della lana cercò quindi di imporre delle restrizioni sull'uso del lino. Il lino veniva prodotto
soprattutto in Scozia e Irlanda, il che dava a una coalizione di produttori inglesi qualche appiglio per
domandare l'esclusione di questi paesi dal mercato interno. C'erano però dei limiti al potere dei lanieri,
i cui sforzi incontrarono la forte opposizione dei produttori di fustagno dei fiorenti centri industriali di
Manchester, Lancaster e Liverpool. Il pluralismo delle istituzioni politiche faceva sì che tutti i diversi
gruppi potessero accedere al processo politico che si svolgeva in Parlamento, attraverso il voto o, ancor
più importante, attraverso l'istituto della petizione. Benché entrambe le parti in causa raccogliessero
firme pro e contro le petizioni, il risultato di questi scontri fu la vittoria degli interessi dei nuovi
industriali su quelli dei produttori di lana. Il Manchester Act del 1736 riconosceva che "per molti anni
vaste quantità di prodotti lavorati in lino e cotone sono state realizzate, stampate o colorate nel Regno
di Gran Bretagna". Il testo del provvedimento proseguiva chiarendo che:
Nessuna prescrizione di questo Atto [quello del 1721] sarà estesa o interpretata come una
proibizione all'uso di capi d'abbigliamento, panni per la casa o per l'arredamento o simili fabbricati
con lino o cotone prodotti, stampati o tinti con qualsivoglia colore o colori nel Regno di Gran Bretagna.
Il Manchester Act rappresentò un'importante vittoria per la nascente industria del cotone, ma il
suo significato storico ed economico fu ancora più grande. In primo luogo, la legge sanciva i limiti che
il sistema di istituzioni pluraliste dell'Inghilterra parlamentare era disposto a tollerare. Inoltre, nei
successivi cinquant'anni, le innovazioni tecnologiche nella manifattura del cotone avrebbero giocato un
ruolo fondamentale nella rivoluzione industriale, trasformando radicalmente la società attraverso un
sistema produttivo basato sulle fabbriche.
Dopo il 1688, pur essendosi create le condizioni perché la competizione interna avvenisse su un
piano di parità, il Parlamento trovò difficile applicare gli stessi principi in campo internazionale. Lo
dimostrano il Calico Act ma anche gli Atti di navigazione - il primo fu promulgato nel 1651 -, che
rimasero in vigore, alternandosi l'uno con l'altro, nei duecento anni successivi. L'obiettivo di questi atti
era facilitare l'imposizione di un monopolio inglese sul commercio internazionale, anche se si trattava,
è bene ricordarlo, di un monopolio esercitato non dallo stato ma dal settore privato. Il principio guida
era che il commercio inglese si dovesse realizzare tramite navi inglesi. Queste leggi resero illegale, per
le navi straniere, il trasporto in Inghilterra o nelle sue colonie di merci provenienti da aree
extraeuropee, e in aggiunta vietavano il trasporto di merci dal resto d'Europa all'Inghilterra su navi non
europee. Naturalmente un simile vantaggio aumentò i profitti per i produttori e i commercianti inglesi,
ed è possibile che abbia incoraggiato ulteriormente l'innovazione in questi nuovi, ricchissimi settori.
Nel 1760, la combinazione di tutti questi fattori - un nuovo e migliore regime dei diritti di
proprietà, migliori infrastrutture, la riforma del sistema fiscale, un maggiore accesso al credito e la
protezione aggressiva degli interessi di produttori e commercianti - cominciò a produrre i suoi effetti.
A partire da questa data, ci fu un exploit nel numero dei brevetti registrati, e la grande fioritura di
progressi tecnologici che avrebbe rappresentato il cuore della rivoluzione industriale cominciò a
manifestarsi. Come riflesso di un ambiente istituzionale molto più favorevole, ci furono innovazioni in
molti campi, tra cui quello importantissimo delle fonti energetiche: la più nota fu l'utilizzo del motore a
vapore, introdotto grazie alle idee sviluppate da James Watt negli anni sessanta del Settecento.
La prima grande invenzione di Watt fu una camera di condensazione separata per il vapore, che
permetteva al cilindro in cui era inserito il pistone di mantenersi continuamente caldo, mentre in
precedenza doveva essere prima scaldato e poi raffreddato. In seguito, Watt sviluppò molte altre idee,
tra cui metodi più efficienti per convertire l'energia cinetica del motore a vapore in energia utile, e in
particolare il sistema di ingranaggi detto "sun and planet". In tutte queste aree l'innovazione
tecnologica si fondò su invenzioni già sviluppate da altri; nel caso del motore a vapore, sull'opera
dell'inventore inglese Thomas Newcomen e su quella di Denis Papin, fisico e inventore francese.
La storia dell'invenzione di Papin è un altro esempio di come, in un contesto di istituzioni
estrattive, la minaccia della distruzione creatrice costituisca un ostacolo al progresso tecnologico. Nel
1679 Papin concepì un progetto per un "digestore" a vapore (una sorta di pentola a pressione), a partire
dal quale, nel 1690, costruì un motore a pistoni. Nel 1705 utilizzò questo motore rudimentale per
costruire la prima nave a vapore al mondo. Papin, che insegnava matematica all'Università di
Marburgo, nello stato tedesco di Kassel, decise di sperimentare la nave a vapore lungo il tratto del
fiume Fulda che confluisce nel Weser. Tutte le imbarcazioni che percorrevano questo tragitto erano
obbligate a fermarsi nella città di Münden. All'epoca il traffico sulla Fulda e sul Weser era
monopolizzato da una corporazione di barcaioli, e Papin doveva aver fiutato possibili complicazioni. Il
suo amico e mentore, il famoso fisico tedesco Gottfried Leibniz, scrisse al capo dello stato, l'elettore di
Kassel, chiedendo che a Papin fosse consentito di "attraversare indisturbato" il territorio sotto la sua
giurisdizione. La richiesta fu tuttavia respinta, e Leibniz ricevette una secca risposta:
Il Consiglio dell'Elettore ha rilevato seri ostacoli alla concessione di quanto richiesto e, senza
fornirmi ulteriori precisazioni, mi ha incaricato di informarvi di questa decisione e che di conseguenza
la vostra richiesta non è stata accettata da Sua Altezza l'Elettore.
Papin, per nulla intimidito, decise comunque di affrontare il viaggio. Quando la sua
imbarcazione a vapore arrivò a Münden, dapprima la corporazione dei barcaioli tentò, invano, di
ottenerne il sequestro da parte un magistrato locale. A questo punto i barcaioli si scagliarono sulla nave
di Papin, facendola completamente a pezzi assieme al motore a vapore. Papin morì povero e fu sepolto
in una tomba anonima. Nell'Inghilterra dei Tudor o degli Stuart, Papin avrebbe probabilmente ricevuto
lo stesso trattamento, ma le cose erano cambiate, dopo il 1688. E infatti Papin, prima che la sua barca
fosse distrutta, progettava di portarla a Londra.
Nel settore metallurgico, un contributo decisivo venne negli anni settanta del Settecento dal
lavoro di Henry Cort, che introdusse nuove tecniche per eliminare le impurità del ferro, consentendo
così di produrre ferro battuto di migliore qualità: un materiale fondamentale per la costruzione di parti
meccaniche, chiodi e altri strumenti. La produzione di abbondanti quantità di ferro battuto secondo la
tecnica di Cort fu a sua volta facilitata dalle innovazioni di Abraham Darby e dei suoi figli, che nel
1709 utilizzarono per primi il carbone nell'estrazione del ferro. Questo procedimento fu migliorato nel
1762 da John Smeaton, che sfruttò l'energia idraulica per attivare i mantici nella produzione del coke.
In seguito il carbon fossile, molto più economico e facilmente disponibile, prese il posto del carbone
ligneo nella produzione del ferro.
Anche se ovviamente l'innovazione è sempre un processo cumulativo, quella della metà del
XVIII secolo fu un'eccezionale accelerazione. In nessun campo ciò fu evidente quanto in quello tessile.
L'operazione più elementare nella produzione di tessuti è la filatura, con cui le fibre di origine animale
o vegetale, come lana o cotone, vengono trasformate in un filo. I gomitoli così ottenuti possono essere
lavorati per ottenere un tessuto. Una delle grandi innovazioni tecnologiche dell'epoca medievale fu
l'arcolaio, che sostituì la filatura a mano. Questa invenzione apparve in Europa intorno al 1280,
probabilmente trasmessa dal Medio Oriente. Il metodo della filatura rimase lo stesso fino al XVIII
secolo. Nel 1738, ebbe inizio una serie di significative innovazioni, dopo che Lewis Paul brevettò una
nuova tecnica, che per srotolare i gomitoli durante la filatura - un'operazione prima compiuta a mano -
usava dei rulli. La macchina, tuttavia, non funzionava bene, e furono in realtà le invenzioni di Richard
Arkwright e James Hargreaves a rivoluzionare la filatura.
Nel 1769 Arkwright, una delle principali figure della rivoluzione industriale, brevettò il suo
water frame, una versione molto più evoluta della macchina di Lewis. Arkwright fondò una società con
Jedediah Strutt e Samuel Need, produttori di calze; insieme, nel 1771, fondarono una delle prime
fabbriche al mondo, a Cromford. Le nuove macchine sfruttavano l'energia idraulica, ma in seguito
Arkwright operò un cruciale passaggio ai motori a vapore. Nel 1774, l'azienda impiegava già seicento
operai e si espandeva rapidamente, arrivando ad aprire nuovi stabilimenti a Manchester, Matlock, Bath
e New Lanark in Scozia. Le innovazioni di Arkwright erano complementari a quelle di Hargreaves, che
nel 1764 inventò la "giannetta". Da questa derivarono il "mulo", creato da Samuel Crompton, e più
tardi il "mulo automatico" di Richard Roberts. Gli effetti di tali innovazioni furono davvero
rivoluzionari: nei secoli precedenti la filatura di una cinquantina di chili di cotone richiedeva 50000 ore
di lavoro da parte di un filatore. Il water frame di Arkwright poteva ottenere lo stesso risultato in 300
ore, e il mulo automatico in 135.
Insieme alla filatura, anche la tessitura fu meccanizzata. Un primo, importante passo fu
l'invenzione della spoletta volante da parte di John Kay, nel 1733. In un primo tempo la nuova
tecnologia aumentò la produttività dei telai azionati a mano, ma il suo impatto più duraturo riguardò
l'automazione della tessitura. A partire dal sistema a spoletta volante, nel 1785 Edmund Cartwright
introdusse il telaio meccanico, la prima di una serie di innovazioni che avrebbe portato a macchinari
capaci di rimpiazzare il lavoro manuale nella tessitura, proprio come accadeva con la filatura.
L'industria tessile inglese non fu soltanto il motore della rivoluzione industriale, contribuì
anche a rivoluzionare l'intera economia mondiale. Le esportazioni inglesi, trainate dai tessuti in cotone,
tra il 1780 e il 1800 raddoppiarono. Fu la crescita di questo settore a sostenere la crescita dell'economia
nel suo complesso. La combinazione tra innovazioni tecnologiche e organizzative formò un modello di
progresso economico che trasformò le economie della parte di mondo che sarebbe divenuta la più ricca.
L'irrompere sulla scena di nuove persone e nuove idee fu determinante, in questa
trasformazione. Consideriamo per esempio i progressi nei trasporti. In Inghilterra ci furono diverse
ondate di innovazioni in questo settore: prima i canali, poi le strade e infine le ferrovie. In ciascun caso
gli innovatori furono "uomini nuovi" che non appartenevano all'élite. I canali iniziarono a svilupparsi
in Inghilterra nel 1770, e nel 1810 collegavano molte delle più importanti regioni industriali. Con
l'avanzare della rivoluzione industriale, i canali svolsero un ruolo importante nel ridurre i costi di
trasporto per le massicce quantità di prodotti finiti, come i tessuti in cotone, e per le materie prime che
servivano a fabbricarli, in particolare il cotone grezzo e, per i motori a vapore, il carbone. I pionieri
della costruzione dei canali furono uomini come James Brindley, impiegato dal duca di Bridgewater
nella realizzazione dell'omonimo canale, che una volta ultimato collegò l'importante città industriale di
Manchester con il porto di Liverpool. Nato nella campagna del Derbyshire, Brindley era un carpentiere
addetto alla manutenzione di macchinari. La sua fama di uomo capace di soluzioni creative a problemi
ingegneristici giunse all'orecchio del duca. Brindley non aveva alcuna esperienza pregressa nei
trasporti, al pari di altri grandi ingegneri del tempo specializzati in canali, come Thomas Telford, che
inizialmente faceva lo scalpellino, o John Smeaton, che oltre a essere ingegnere produceva utensili.
Proprio come i grandi costruttori di canali, nemmeno gli ingegneri impegnati nella costruzione
di strade e ferrovie avevano mai avuto a che fare con i trasporti. John McAdam, il primo a concepire
l'uso del catrame per la pavimentazione delle strade, era il secondo figlio di un piccolo aristocratico. Il
primo treno a vapore fu costruito nel 1804 da Richard Trevithick. Suo padre era responsabile di una
miniera in Cornovaglia, e Richard iniziò a dedicarsi fin da giovane alla stessa attività, restando
affascinato dai motori a vapore usati per pompare l'acqua fuori dalle miniere. Di importanza ancora
maggiore furono le nuove tecnologie introdotte da George Stephenson, figlio di genitori analfabeti e
inventore del celebre treno chiamato Rocket, che aveva cominciato a lavorare come addetto ai motori
in una miniera.
Anche gli individui che guidarono l'industria tessile erano degli outsider. Alcuni dei pionieri di
questo nuovo settore venivano da lunghe esperienze nella produzione e nel commercio di indumenti di
lana. John Foster, per esempio, quando entrò nel settore cotoniero aprendo la Black Dyke Mills nel
1835, era già un imprenditore nel campo della lana, che dava lavoro a settecento tessitori. Ma
personaggi come Foster erano una minoranza. Soltanto un quinto circa dei principali industriali del
tempo aveva già partecipato ad attività manifatturiere. La cosa non è sorprendente. L'industria del
cotone si sviluppò in nuovi centri urbani nel Nord dell'Inghilterra. Le fabbriche rappresentavano un
modo completamente nuovo di organizzare la produzione. La struttura dell'industria della lana era stata
molto diversa: il materiale grezzo veniva consegnato a domicilio ai tessitori, che filavano e tessevano
per conto proprio. La maggior parte degli imprenditori della lana fu del tutto impreparata a passare al
cotone, come fece Foster. Gli "uomini nuovi" erano necessari, per lo sviluppo e l'utilizzo di nuove
tecnologie. La rapida espansione dell'industria del cotone decimò i produttori di lana: un esempio di
distruzione creatrice in atto.
La distruzione creatrice non redistribuisce semplicemente reddito e ricchezze, ma anche il
potere politico, come apprese William Lee quando scoprì che le autorità erano così poco ricettive nei
confronti della sua invenzione, proprio per via della paura delle conseguenze politiche che avrebbe
potuto innescare. Con l'espansione dell'economia industriale a Manchester e Birmingham, i proprietari
delle nuove fabbriche e la nuova classe media formatasi intorno a loro iniziarono a criticare le
restrizioni del suffragio e le politiche del governo, avverse ai loro interessi. L'oggetto principale delle
loro critiche erano le Corn Laws, che impedivano l'importazione di "mais" - categoria che in realtà
comprendeva tutti i cereali e le granaglie, ma soprattutto il grano - quando il prezzo si faceva troppo
basso, assicurando così che i profitti dei grandi proprietari terrieri restassero elevati. Una politica molto
utile ai latifondisti che producevano grano, ma che aveva un impatto negativo sul settore
manifatturiero, perché gli industriali dovevano pagare salari più alti per compensare l'aumento del
prezzo del pane.
Per loro divenne più facile organizzarsi e ribellarsi, essendo i lavoratori ormai concentrati nelle
nuove fabbriche dei centri industriali. A partire dagli anni venti dell'Ottocento, l'esclusione dalla
politica della nuova classe di imprenditori e dei centri manifatturieri si fece insostenibile. Il 16 agosto
del 1819, a St. Peter's Field, Manchester, fu organizzato un raduno di protesta contro il governo e le
sue politiche. Il promotore era Joseph Johnson, fabbricante locale di spazzole, uno dei fondatori del
giornale radicale Manchester Observer. Tra gli altri organizzatori, il produttore di cotone riformista
John Knight e Thacker Saxon, redattore dello stesso Manchester Observer. Si presentarono in piazza
sessantamila manifestanti, molti dei quali reggevano cartelli con slogan come "No alle Corn Laws",
"Suffragio universale", "Urne per il voto" (cioè la richiesta di introdurre il voto segreto: nel 1819 il
voto era ancora palese). Le autorità erano piuttosto inquiete per questo raduno; un contingente di
seicento cavalieri del XV reggimento ussari fu inviato sul posto. Appena iniziati gli interventi dal
palco, un giudice locale decise di emettere un mandato d'arresto per uno degli oratori, ma, quando la
polizia tentò di eseguire il mandato, la folla si oppose e iniziarono gli scontri. Gli ussari caricarono la
folla, e nel giro di pochi, caotici minuti morirono undici persone, mentre i feriti furono forse seicento. Il
Manchester Observer definì l'episodio "il massacro di Peterloo".
Visti i cambiamenti già intervenuti nel campo delle istituzioni politiche ed economiche, tuttavia,
la repressione permanente non era una soluzione praticabile in Inghilterra; il massacro di Peterloo
sarebbe rimasto un caso isolato. In seguito a quegli scontri, le istituzioni politiche inglesi agirono per
dare sfogo alle pressioni, che minacciavano di generare un più ampio malcontento sociale,
specialmente dopo la rivoluzione in Francia del 1830 contro Carlo X, seguita al tentativo di
quest'ultimo di restaurare il regime dispotico abbattuto nel 1789 dalla Rivoluzione francese. Nel 1832,
il governo promulgò il primo Reform Act, dando vita a collegi elettorali autonomi a Birmingham,
Leeds, Manchester e Sheffield, ed estendendo il suffragio per permettere agli industriali di essere
rappresentati in Parlamento. Il conseguente riassetto degli equilibri politici favorì proprio gli interessi
che avevano appena ottenuto rappresentanza, i quali nel 1846 riuscirono a far abrogare le odiate Corn
Laws, dimostrando ancora una volta come le distruzioni creatrici non diano luogo a una redistribuzione
del solo reddito, ma anche del potere politico. E, naturalmente, un potere politico meglio distribuito
favorisce un'ulteriore redistribuzione della ricchezza. Fu la natura inclusiva delle istituzioni inglesi a
permettere a questo processo di prendere piede; coloro che temevano la distruzione creatrice e ne
patirono le conseguenze negative non furono più in grado di arrestarla.
Perché prima in Inghilterra?
La rivoluzione industriale nacque e avanzò a grandi passi in Inghilterra grazie alla presenza di
un sistema unico di istituzioni economiche inclusive. Queste a loro volta si fondavano sulle istituzioni
politiche inclusive nate dalla Glorious Revolution. Fu questo evento storico a rafforzare e
razionalizzare i diritti di proprietà, a perfezionare i mercati finanziari, a smantellare i monopoli sul
commercio estero garantiti dallo stato e rimuovere le barriere che ostacolavano l'espansione
dell'industria. Fu la Glorious Revolution a rendere il sistema politico più aperto e attento alle
aspirazioni e alle necessità economiche della società. Le istituzioni economiche inclusive diedero a
uomini dotati di talento e immaginazione come James Watt la possibilità e gli incentivi per sviluppare
le loro idee e abilità, influenzando il sistema in modo da creare benefici sia per sé stessi che per il paese
in generale. Una volta ottenuto il successo, ovviamente, questi individui non si comportarono in
maniera diversa da tutti gli altri. Anch'essi desideravano impedire l'accesso altrui al loro settore
economico e sfuggire alla concorrenza, e temevano che i processi di distruzione creatrice potessero
farli fallire, proprio come era accaduto agli imprenditori che loro stessi avevano mandato sul lastrico.
Dopo il 1688, tuttavia, proteggere la propria posizione era molto più difficile. Nel 1755, Richard
Arkwright ottenne un brevetto generico che, così almeno sperava, gli avrebbe consentito in futuro di
stabilire un monopolio sull'industria della filatura del cotone, che era in rapida espansione. Non trovò
nemmeno una corte che lo riconoscesse.
Perché questo processo unico incominciò in Inghilterra? E perché durante il XVII secolo?
Perché l'Inghilterra sviluppò istituzioni politiche pluraliste e abbandonò invece quelle di tipo
estrattivo? Come abbiamo visto, gli sviluppi politici che portarono alla Glorious Revolution furono
definiti da una serie di dinamiche collegate tra loro. Di importanza centrale fu il conflitto politico tra
l'assolutismo e i suoi oppositori, il cui esito non solo mise un freno ai tentativi di fondare un nuovo e
più forte regime assolutista in Inghilterra, ma rese anche più influenti coloro che desideravano un
cambiamento radicale delle istituzioni sociali. Chi contrastava l'assolutismo non cercava
semplicemente di rimpiazzarlo con un altro regime autoritario. Non si trattava più della vittoriosa lotta
della dinastia Lancaster contro quella York nella Guerra delle due rose: con la Glorious Revolution si
affermò un nuovo regime di tipo costituzionale, fondato sul pluralismo.
Questo esito dipese dalla divergenza delle istituzioni inglesi da quelle degli altri paesi, e dal
modo in cui tali istituzioni interagirono con alcune congiunture critiche. Nel capitolo precedente
abbiamo visto che le istituzioni feudali nacquero in Europa dopo la caduta dell'Impero romano
d'Occidente. Il feudalesimo si diffuse in tutto il continente, a Est e a Ovest; il quarto capitolo ha
mostrato, tuttavia, come dopo la Peste nera le traiettorie dell'Europa occidentale e orientale divergano
in modo radicale. Le piccole differenze nelle istituzioni politiche ed economiche consistevano in un
equilibrio di poteri favorevole al miglioramento delle istituzioni a Ovest, e in una loro involuzione a
Est. Ma quella verso un sistema istituzionale più inclusivo non era necessariamente una transizione
inesorabile. Lungo la strada c'erano molte altre svolte decisive da intraprendere. La Magna Carta aveva
tentato di stabilire alcuni capisaldi istituzionali di un regime costituzionale, ma anche in molte altre
aree europee, e perfino in Europa orientale, si erano verificati conflitti simili, che produssero documenti
simili. Tuttavia, dopo la Peste nera, l'Europa occidentale iniziò a differenziarsi in modo significativo da
quella orientale. In una parte del Vecchio continente, documenti come la Magna Carta iniziarono ad
avere più peso, in un'altra il loro significato si ridusse a ben poco. L'Inghilterra, persino prima delle
lotte del XVII secolo, vide affermarsi la convezione per cui il re non poteva imporre nuove tasse senza
il consenso del Parlamento. Né di minor importanza fu il lento, graduale trasferimento di potere dalle
élite alla cittadinanza, come esemplificano le mobilitazioni politiche delle comunità rurali inglesi, tra
cui la rivolta dei contadini del 1381.
Questo processo di divergenza istituzionale interagì poi con un'altra congiuntura critica, aperta
dalla grande espansione del commercio nell'Atlantico. Come abbiamo osservato nel quarto capitolo,
questa circostanza influenzò le future traiettorie istituzionali dei paesi seguendo una variabile cruciale:
la capacità dei sovrani di imporre il loro monopolio nei traffici transoceanici. In Inghilterra, i Tudor e
gli Stuart non furono in grado di farlo, a causa dell'accresciuto potere del Parlamento. Ciò consentì la
formazione di una nuova classe di commercianti e uomini d'affari, che si opposero risolutamente ai
piani per instaurare un regime assolutista. Nel 1686, per esempio, c'erano a Londra 702 esportatori e
1283 importatori verso i Caraibi. Nell'America del Nord operavano 691 esportatori e 626 importatori.
Questi commercianti davano lavoro a magazzinieri, marinai, capitani, scaricatori di porto, impiegati, e
tutti, in generale, condividevano i medesimi interessi. Anche altre importanti città portuali - Bristol,
Liverpool e Portsmouth - erano ricche di commercianti. Questi nuovi attori economici desideravano -
e chiedevano - nuove istituzioni in campo economico; grazie agli ingenti guadagni conseguiti
attraverso il commercio, acquisirono sempre più potere. Le stesse forze agivano in Francia, Spagna e
Portogallo, ma qui i sovrani si dimostrarono molto più abili nel controllo del commercio e dei profitti
che ne derivavano. La nuova classe sociale che avrebbe contribuito a trasformare l'Inghilterra emerse
anche in questi paesi, ma molto più debole e meno numerosa.
Quando si riunì il Long Parliament e scoppiò la guerra civile inglese, nel 1642, la maggioranza
dei mercanti identificò la propria causa con quella del Parlamento. Negli anni settanta del Seicento
questi diedero un contributo sostanziale alla fondazione del partito Whig, che si oppose all'assolutismo
degli Stuart e fu poi decisivo nella deposizione di Giacomo II. Le crescenti opportunità commerciali
nelle Americhe, l'ingresso di molti commercianti inglesi negli scambi e le fortune che essi ne
ricavarono fecero pendere la bilancia del potere dalla parte di chi lottava contro la monarchia e
l'assolutismo.
È probabile che l'affermazione di una varietà di interessi - da quelli della gentry di imprenditori
agricoli che si sviluppò nel periodo dei Tudor a quelli delle manifatture e dei commercianti attivi sulle
rotte atlantiche - sia stata ancora più determinante, non solo nel rinforzare la coalizione che si
opponeva agli Stuart, ma anche nell'ampliarla. Negli anni settanta dal Settecento questa alleanza di
interessi fu ulteriormente rinsaldata dalla nascita del partito Whig, che le fornì un'organizzazione
stabile per promuovere i suoi interessi. La sempre maggiore influenza di questa coalizione gettò le basi
per il sistema pluralista nato dopo la Glorious Revolution. Se coloro che lottavano contro gli Stuart lo
avessero fatto in nome dei loro stessi interessi e del loro stesso retroterra, il rovesciamento della
monarchia sarebbe stato più simile a una riedizione della sfida tra Lancaster e York - uno scontro
circoscritto a due gruppi di interesse definiti e ristretti -, e avrebbe semplicemente rimpiazzato un'élite
con un'altra, riproducendo il medesimo sistema di istituzioni estrattive o una sua nuova variante. La
presenza di un'ampia coalizione di interessi si traduceva in una più insistente domanda di pluralismo
nelle istituzioni politiche; senza questo pluralismo, c'era il rischio che uno dei gruppi di interesse
monopolizzasse il potere a spese degli altri. Il fatto che il Parlamento, dopo il 1688, desse
rappresentanza a una così ampia coalizione fu determinante nel rendere i suoi membri sensibili alle
petizioni, perfino quando provenivano da soggetti esterni al Parlamento stesso, o quando a promuoverle
erano individui privi del diritto di voto. Questo fattore contribuì a prevenire che singoli gruppi
tentassero di istituire monopoli a spese degli altri, come avevano fatto le lobby della lana prima del
Manchester Act.
La Glorious Revolution fu uno snodo cruciale proprio perché guidata da un'alleanza ampia e
consapevole, che continuò a rinforzarsi nel corso degli eventi, e perché riuscì a dar vita a un regime
costituzionale che limitava il potere esecutivo e, cosa altrettanto fondamentale, quello di ciascun
membro della coalizione stessa. Fu questo sistema di garanzie, per esempio, a impedire agli industriali
della lana di schiacciare i potenziali concorrenti che producevano cotone e fustagno. Tale coalizione fu
decisiva anche nel processo che portò alla nascita di un forte Parlamento dopo il 1688, e come
contrappeso al possibile eccesso di potere di un singolo gruppo parlamentare. L'"empowerment" di
una così ampia alleanza giocò infine un ruolo importante nella stabilità e nel rafforzamento di
istituzioni economiche e politiche inclusive, come vedremo nell'undicesimo capitolo.
Nessuno dei passaggi che abbiamo ricostruito, tuttavia, rendeva di per sé inevitabile la
creazione di un regime davvero pluralista, che nacque invece grazie al casuale dispiegarsi degli eventi
storici. Una coalizione non troppo diversa era riuscita a emergere anche dalla guerra civile inglese
contro gli Stuart, portando però soltanto alla dittatura di Cromwell. La forza di questa alleanza non era
sufficiente a garantire la sconfitta dell'assolutismo. Giacomo II avrebbe potuto sconfiggere Guglielmo
d'Orange. Il cammino verso le grandi riforme istituzionali, come sempre accade, fu condizionato da
eventi contingenti non meno che da altri conflitti politici, benché la particolare strada intrapresa dal
processo di differenziazione istituzionale e dalla vasta alleanza contro l'assolutismo avesse creato le
condizioni per una sconfitta degli Stuart. In questo caso, dunque, furono la situazione contingente e
l'esistenza di un'ampia coalizione di interessi a far affermare il pluralismo e delle istituzioni inclusive.
* Lo statolder era la più alta carica politica e militare nei Paesi Bassi, equivalente all'epoca a un
vero e proprio sovrano. [N.d.T.]
8. Non a casa nostra: le barriere allo sviluppo
Vietata la stampa
Nel 1445, nella città tedesca di Magonza, Johann Gutenberg perfezionò un'invenzione destinata
ad avere conseguenze profonde sulla storia economica successiva: un torchio tipografico a caratteri
mobili. Fino ad allora, i libri dovevano essere copiati a mano dagli amanuensi - un processo
estremamente lento e faticoso - o venivano stampati utilizzando una singola matrice di legno per
ciascuna pagina. I manoscritti erano dunque estremamente rari e molto costosi. Dopo l'innovazione di
Gutenberg, le cose cominciarono a cambiare, e con questo metodo i libri divennero più facilmente
reperibili. Senza questa invenzione, l'alfabetizzazione e l'istruzione di massa sarebbero state
impossibili.
In Europa occidentale, l'importanza della stampa a caratteri mobili venne ben presto
riconosciuta. Nel 1460 era già stata fondata una stamperia in Francia, a Strasburgo. Alla fine degli anni
sessanta del Quattrocento, la tecnologia si era diffusa in tutta Italia, con tipografie a Roma, Venezia e,
successivamente, Firenze, Milano e Torino. William Caxton aveva fondato una stamperia a Londra nel
1476, ed entro due anni ne sorse una a Oxford. Nello stesso periodo questa tecnica si diffuse in tutti i
Paesi Bassi, in Spagna e anche nell'Europa orientale, con l'apertura di laboratori di stampa a Budapest
nel 1473 e a Cracovia l'anno seguente.
Non tutti considerarono la stampa un'innovazione desiderabile. Già nel 1485 il sultano
ottomano Bayezid II promulgò un editto che proibiva espressamente la stampa in arabo. Il divieto fu
rafforzato dal sultano Selim I nel 1515. Il primo torchio a caratteri mobili arrivò nei territori ottomani
non prima del 1727. Il sultano Ahmed III emanò un decreto che garantiva a Ibrahim Müteferrika il
permesso di avviare una stamperia. Perfino questo passo tardivo era pieno di cautele: nonostante il
decreto esaltasse il "giorno fortunato in cui questa tecnica che viene dall'Occidente sarà svelata come
una sposa, per non essere mai più celata", l'attività di Müteferrika fu posta sotto stretta sorveglianza. Il
decreto stabiliva che:
Al fine di evitare che i libri stampati contengano errori, i saggi, rispettabili e meritori studiosi
della religione specializzati nella legge islamica, l'eccellentissimo Qadi di Istanbul, Maestro Ishak, il
Qadi di Salonicco, Maestro Sahib, e il Qadi di Galata, Maestro Asad (possano i loro meriti diventare
sempre maggiori) e degli ordini religiosi, colonna dei giusti studiosi della religione, il Venerabile
Maestro Musa del Kasim Pasa Mevlevihane (possano la sua saggezza e sapienza accrescersi)
sovrintenderanno la rilettura dei testi prima della pubblicazione.
A Müteferrika era stato consentito di aprire una stamperia, ma qualsiasi libro prodotto avrebbe
dovuto passare il vaglio di una commissione formata da tre religiosi esperti in diritto islamico, i qadi. È
lecito pensare che la saggezza e la sapienza dei qadi, così come quella di tutti gli altri, sarebbero
cresciute più velocemente se la stampa a caratteri mobili fosse stata disponibile in tempi più rapidi. Ma
ciò non avvenne, neppure dopo che Müteferrika ottenne il permesso di avviare la sua tipografia.
Non sorprende che Müteferrika stampò infine solo pochi libri: un totale di diciassette, tra il
1729, quando iniziò a operare, e il 1743, anno in cui si ritirò. La sua famiglia tentò di mantenere la
tradizione, ma riuscì a pubblicare solo altri sette libri, prima di arrendersi nel 1797. Al di fuori della
Turchia, cuore dell'Impero ottomano, la diffusione della stampa fu ancora più lenta. In Egitto, per
esempio, il primo torchio a caratteri mobili fu costruito nel 1798 da alcuni francesi coinvolti nel
fallimentare tentativo napoleonico di conquistare il paese. Nella seconda metà del XIX secolo,
nell'Impero ottomano i libri erano ancora principalmente prodotti da artigiani che copiavano a mano
testi già esistenti; si stima che all'inizio del XVIII secolo fossero circa ottantamila nella sola Istanbul.
L'opposizione alla stampa ebbe le sue ovvie conseguenze nel campo dell'alfabetizzazione,
dell'istruzione e dello sviluppo economico. È probabile che nell'Ottocento soltanto il 2-3 per cento dei
cittadini dell'Impero ottomano fosse in grado di leggere e scrivere, contro il 60 per cento degli uomini e
il 40 per cento delle donne inglesi. In Olanda e Germania questi numeri erano ancora più alti. I territori
ottomani erano piuttosto arretrati anche rispetto ai paesi europei con un tasso di istruzione più basso,
come per esempio il Portogallo, dove solo il 20 per cento circa degli adulti era in grado di leggere e
scrivere.
Considerato il carattere assolutista ed estrattivo delle istituzioni ottomane, l'ostilità del sultano
nei confronti della stampa non è difficile da spiegare. I libri diffondono idee e rendono la popolazione
molto meno controllabile. Se alcune di queste idee possono favorire la crescita economica, altre invece
possono essere sovversive e sfidare lo status quo politico e sociale. I libri minano anche il potere di chi
controlla la conoscenza orale, rendendola disponibile a chiunque sia in grado di leggere. Tutto ciò
rappresenta una minaccia a un sistema in cui il sapere è controllato da un'élite. I sultani ottomani e
l'establishment religioso temevano la distruzione creatrice che avrebbe potuto scaturire da questi
processi. La loro soluzione fu proibire la stampa.
La rivoluzione industriale generò una congiuntura critica che dispiegò i suoi effetti in quasi tutti
i paesi del mondo. Nazioni come l'Inghilterra, che non solo tolleravano, ma anzi incoraggiavano il
commercio, l'industrializzazione e lo spirito imprenditoriale, crebbero rapidamente. Molti altri paesi,
come l'Impero ottomano, la Cina e altri regimi assolutisti, restarono indietro poiché ostacolavano
l'industrializzazione, o quantomeno non facevano niente per incoraggiarla. L'assetto delle istituzioni
economiche e politiche determinava l'atteggiamento nei confronti del progresso tecnologico,
riproducendo ancora una volta l'ormai familiare modello di interazione tra sistema istituzionale e
congiuntura critica, che è la base della divergenza delle istituzioni e delle traiettorie economiche.
L'Impero ottomano rimase un regime assolutista fino al suo crollo, al termine della Prima
guerra mondiale; riuscì così a ostacolare innovazioni come la stampa e i processi di distruzione
creatrice che avrebbero scatenato. La ragione per cui la trasformazione del sistema economico avvenuta
in Inghilterra non si verificò nell'Impero ottomano risiede nel legame naturale tra istituzioni politiche
estrattive e assolutiste e istituzioni economiche estrattive. Si parla di assolutismo quando un governo
non è sottoposto al vincolo della legge, né all'approvazione della società - anche se di fatto i despoti
governano sempre con il sostegno di qualche ristretta classe o élite. Nella Russia del XIX secolo, per
esempio, gli zar erano sovrani assoluti, ma sostenuti da un'aristocrazia che rappresentava l'1 per cento
del totale della popolazione. Questo gruppo ristretto fondò istituzioni politiche capaci di perpetrare il
suo potere: prima del 1905 - anno in cui lo zar istituì la Duma - non esisteva né un parlamento, né
alcuna rappresentanza politica per gli altri gruppi sociali; subito dopo la sua nascita, lo zar privò la
Duma dei pochi poteri che le aveva precedentemente concesso. Non sorprende dunque che le istituzioni
economiche fossero altamente estrattive, strutturate in modo da arricchire il più possibile lo zar e la
nobiltà. Questo regime, come in molti altri casi analoghi, poggiava su un sistema di lavoro forzato e
repressione di massa, nella forma particolarmente odiosa che la servitù della gleba assunse in Russia.
L'assolutismo non è stato l'unico modello politico-istituzionale avverso all'industrializzazione.
Pur temendo il pluralismo e la distruzione creatrice, molti stati dispotici erano centralizzati, o almeno
abbastanza centralizzati da riuscire a impedire la diffusione di innovazioni come la stampa. Ancora
oggi, in paesi come Afghanistan, Haiti e Nepal lo stato è scarsamente centralizzato. Nell'Africa
subsahariana la situazione è ancora peggiore. Come abbiamo osservato in precedenza, senza uno stato
centralizzato, capace di garantire l'ordine e il rispetto della legge e dei diritti di proprietà, non possono
emergere istituzioni inclusive. In questo capitolo vedremo come in molte aree dell'Africa subsahariana
(per esempio in Somalia e nel Sudan meridionale) la mancanza di qualsiasi forma di centralizzazione
politica sia stata il principale ostacolo all'industrializzazione. Senza questa basilare premessa, infatti, lo
sviluppo industriale non ha mai avuto la possibilità di avviarsi.
L'assolutismo e l'assenza - o la debolezza - di centralizzazione politica sono quindi due diversi
ostacoli all'industrializzazione. Ma questi due aspetti sono anche connessi tra loro, poiché entrambi si
nutrono della paura per la distruzione creatrice e perché spesso la centralizzazione politica si
accompagna a una tendenza verso l'assolutismo. Le resistenze all'accentramento del potere politico
hanno radici simili a quelle verso le istituzioni inclusive: il timore di perdere il potere, in questo caso a
vantaggio delle nuove strutture statali centralizzate e di coloro che le controllano. Abbiamo visto nel
capitolo precedente come al tempo della dinastia Tudor il processo di centralizzazione dello stato abbia
rinvigorito la domanda di rappresentanza politica nelle istituzioni nazionali da parte delle élite locali,
che tentavano così di limitare la propria perdita di influenza. Fu instaurato un parlamento più forte,
cosa che in definitiva rese possibile la nascita di istituzioni politiche inclusive.
In molti altri casi, tuttavia, accade esattamente il contrario, e la centralizzazione apre la strada a
un regime dispotico. Un processo ben illustrato dalla storia delle origini dell'assolutismo russo, le cui
basi furono poste da Pietro il Grande tra il 1682 e la sua morte, nel 1725. Lo zar fondò una nuova
capitale a San Pietroburgo, sottraendo il potere alla vecchia aristocrazia, i boiardi, per creare uno stato
burocratico e un esercito moderno; abolì addirittura la Duma dei boiardi, che lo aveva messo sul trono.
Pietro introdusse la cosiddetta Tavola dei ranghi, una sorta di nuovo modello di gerarchia sociale
fondato sulla fedeltà allo zar e sui servigi resi allo stato. Estese il suo controllo anche sulla Chiesa,
esattamente come Enrico VIII all'inizio della centralizzazione dello stato in Inghilterra. Attraverso
questo processo, Pietro sottrasse il potere ad altri gruppi concentrandolo su sé stesso. Le sue riforme in
campo militare portarono alla ribellione degli strel'cy, la guardia reale dello zar, a cui fecero seguito
altre rivolte, come quelle dei baschiri nell'Asia centrale e dei cosacchi del Don, guidata da Kondraty
Bulavin. Nessuna ribellione ebbe successo.
Anche se il progetto di centralizzazione politica promosso da Pietro il Grande andò a buon fine,
superando tutte le resistenze, le forze avverse alla centralizzazione dello stato - come gli strel'cy -, che
sentivano vacillare il loro potere, risultarono vincitrici in molte altre parti del mondo. La conseguente
mancanza di accentramento del potere dello stato determinò il consolidamento di un diverso tipo di
istituzioni politiche estrattive.
In questo capitolo vedremo come durante la congiuntura critica creatasi con la rivoluzione
industriale molti paesi abbiano perso il treno del cambiamento, senza riuscire a trarre vantaggio
dall'industrializzazione. Di volta in volta, in questi paesi si affermarono regimi assolutisti con
istituzioni economiche estrattive, come l'Impero ottomano, oppure privi di centralizzazione politica,
come la Somalia.
Una piccola ma importante differenza
Nel XVII secolo, l'assolutismo fu sconfitto in Inghilterra, ma si rafforzò in Spagna. Le Cortes,
equivalenti spagnole del Parlamento inglese, esistevano solo formalmente. La Spagna nacque nel 1492
dalla fusione dei regni di Castiglia e Aragona, realizzata grazie al matrimonio di Isabella I di Castiglia
con Ferdinando II d'Aragona. Nello stesso anno fu completata la Reconquista, il lungo processo con
cui gli arabi, che avevano occupato il Sud della Spagna nel VIII secolo e costruito le grandi città di
Granada, Cordova e Siviglia, furono espulsi. L'ultimo baluardo arabo della penisola iberica, Granada,
fu riconquistato dalla Spagna proprio mentre Cristoforo Colombo approdava nelle Americhe e iniziava
a reclamare le terre del Nuovo Mondo in nome di Isabella e Ferdinando, che avevano finanziato il suo
viaggio.
La fusione delle corone di Castiglia e Aragona, insieme a una serie di successivi matrimoni e
lasciti ereditari, creò un superstato europeo. Nel 1504 Isabella morì, e sua figlia Giovanna fu incoronata
regina di Castiglia. Giovanna sposò Filippo il Bello della casa di Asburgo, figlio di Massimiliano I,
imperatore del Sacro Romano Impero. Nel 1516 Carlo, figlio di Giovanna e Filippo, fu incoronato
Carlo I di Castiglia e Aragona. Alla morte di suo padre, Carlo ereditò i Paesi Bassi e la Franca Contea,
che si aggiunsero ai suoi territori ispanoamericani. Quando nel 1519 morì Massimiliano I, ereditò i
possedimenti degli Asburgo in Germania e fu nominato Carlo V, sovrano del Sacro Romano Impero. A
partire dalla fusione di due regni spagnoli nel 1492 si costituì un impero transcontinentale, il cui re,
Carlo, continuò il rafforzamento dello stato assolutista che Ferdinando e Isabella avevano cominciato.
Lo sforzo per instaurare e consolidare l'assolutismo in Spagna fu enormemente facilitato dalla
scoperta di vaste riserve di metalli preziosi nelle Americhe. Grandi giacimenti d'argento erano già stati
scoperti negli anni venti del Cinquecento in Messico, nell'area di Guanajuato, e poco dopo nella
regione di Zacatecas. Con la conquista del Perù, cominciata nel 1523, la corona spagnola si arricchì
ancora di più, grazie al "quinto del rey", un'imposta riscossa sul bottino dei conquistadores e
sull'attività mineraria. Come abbiamo visto nel primo capitolo, la scoperta dei ricchissimi giacimenti di
Potosí negli anni quaranta dal Cinquecento inondò d'argento i forzieri dei reali spagnoli.
All'epoca della fusione tra i regni di Castiglia e Aragona, la Spagna era una delle aree più
economicamente avanzate d'Europa. Quando il regime assolutista si consolidò, il paese subì un certo
declino economico, che si inasprì dopo il 1600. Tra i primissimi atti di Isabella e Ferdinando seguiti
alla Reconquista ci fu l'esproprio dei beni delle comunità ebraiche: ai circa duecentomila ebrei
residenti nel paese vennero dati quattro mesi per lasciare la Spagna. Furono costretti a vendere tutta la
loro terra a prezzi molto ridotti, e fu impedito loro di portare oro o argento fuori dal regno. Una simile
tragedia umana si ripeté appena cent'anni dopo, quando tra il 1609 e il 1614 Filippo III espulse i
"moriscos", discendenti dei cittadini degli stati arabi nel Sud della Spagna. Esattamente come agli
ebrei, anche ai moriscos fu ordinato di lasciare il paese portando con sé solo i beni che potevano
trasportare, ma non oro, argento e altri metalli preziosi.
Nella Spagna asburgica, tuttavia, non erano queste le uniche limitazioni ai diritti di proprietà.
Filippo II, succeduto al padre Carlo V nel 1556, dichiarò il default nel 1557 e nel 1560, rovinando le
dinastie di banchieri tedeschi dei Fugger e dei Welser. Il loro ruolo fu assunto a quel punto da famiglie
di banchieri genovesi, che furono a loro volta rovinate dalle bancarotte spagnole dei sovrani Asburgo
nel 1575, 1596, 1607, 1627, 1647, 1652, 1660 e 1662.
Oltre alla precarietà dei diritti di proprietà, altrettanto cruciale fu in Spagna l'impatto del regime
assolutista sulle istituzioni economiche che regolavano il commercio e lo sviluppo dell'impero
coloniale. Come abbiamo visto nel capitolo precedente, il successo economico dell'Inghilterra si era
fondato su una rapida espansione commerciale. Pur essendo l'ultima arrivata nel commercio atlantico,
se paragonata a Spagna e Portogallo, l'Inghilterra permise un accesso relativamente allargato alle
attività commerciali e alle opportunità aperte dai nuovi mercati coloniali. Ciò che in Spagna riempiva i
forzieri dei sovrani, in Inghilterra arricchiva una classe emergente di commercianti. Fu questa classe ad
attivare il precoce dinamismo economico inglese e a costituire il cuore della coalizione antiassolutista.
In Spagna, simili dinamiche di sviluppo economico e riforme istituzionali non si realizzarono.
Dopo la scoperta delle Americhe, Ferdinando e Isabella gestirono i commerci tra Spagna e nuove
colonie attraverso una corporazione di mercanti di Siviglia, i quali controllavano tutti gli scambi e si
assicuravano che i sovrani ricevessero la loro parte di ricchezze dalle Americhe. Non esisteva libertà di
commercio con nessuna delle colonie; ogni anno una sola grande flotta di navi tornava dalle Americhe
trasportando a Siviglia metalli preziosi e beni di lusso. Il monopolio ristretto su cui questo sistema di
scambi si fondava rese impossibile l'emergere di un'ampia classe di mercanti. Anche il commercio
interno alle Americhe fu strettamente regolamentato. Per esempio, un mercante residente nella Nuova
Spagna (che corrispondeva più o meno all'attuale territorio del Messico) non poteva scambiare
direttamente beni con la colonia di Nuova Granada (l'odierna Colombia). Queste restrizioni limitavano
la prosperità delle aree coloniali e, indirettamente, i benefici che la stessa Spagna avrebbe potuto trarre
dal commercio con un impero coloniale più ricco e dinamico. Ma allo stesso tempo erano vantaggiose,
in quanto garantivano un flusso continuo di oro e argento verso il paese.
Le istituzioni economiche estrattive spagnole erano un risultato diretto dell'assolutismo e di
un'evoluzione delle istituzioni politiche diversa da quella inglese. Sia il regno di Castiglia che quello di
Aragona avevano le loro Cortes, un parlamento che rappresentava i diversi gruppi, o "stati", del regno.
Come il Parlamento inglese, le Cortes castigliane dovevano essere convocate per dare il loro assenso
all'imposizione di nuove tasse. Le Cortes di Castiglia e Aragona rappresentavano soprattutto le
maggiori città, mentre i membri del Parlamento inglese provenivano da aree sia rurali che urbane. Nel
XV secolo, solo diciotto città avevano diritto a nominare parlamentari, ciascuna designandone due. Di
conseguenza le Cortes non erano ampiamente rappresentative dei vari gruppi sociali come il
Parlamento inglese; non divennero mai il fulcro di interessi plurali uniti dalla volontà di imporre limiti
al regime assolutista. Le Cortes non potevano legiferare e persino i loro poteri in materia fiscale erano
scarsi, il che permise alla monarchia spagnola, che stava raggiungendo un potere assoluto, di metterle
ai margini. Nonostante l'afflusso di argento americano, Carlo V e Filippo II avevano bisogno di entrate
sempre maggiori per finanziare una serie di costose guerre. Nel 1520, Carlo V decise di presentare alle
Cortes una proposta di aumento del carico fiscale. Le élite urbane ne approfittarono per reclamare una
riforma delle Cortes e dei loro poteri. Presto l'opposizione si fece violenta, passando alla storia come la
rivolta dei comuneros. Carlo riuscì a schiacciare la rivolta ricorrendo alle truppe lealiste; tutto il resto
del secolo, però, fu caratterizzato da una lotta continua, in cui la monarchia cercò di sottrarre alle
Cortes il diritto di controllare l'imposizione di nuove tasse e l'aumento delle vecchie. Nonostante
l'andamento altalenante dello scontro, la monarchia ne uscì vincitrice. Dopo il 1664 le Cortes non si
riunirono più, almeno fino a quando non furono ricostituite a seguito dell'invasione di Napoleone,
centocinquant'anni dopo.
In Inghilterra, la sconfitta dell'assolutismo nel 1688 non portò soltanto allo sviluppo di
istituzioni politiche pluraliste, ma anche a uno stato centralizzato più efficiente. In Spagna, con la
vittoria dell'assolutismo, avvenne esattamente il contrario. Benché la monarchia avesse indebolito le
Cortes e rimosso ogni limitazione al proprio potere, divenne sempre più difficile imporre tasse, anche
attraverso la negoziazione diretta con le singole città. Mentre nello stato inglese si formava una
moderna, efficiente burocrazia fiscale, ancora una volta quello spagnolo si muoveva nella direzione
opposta. La monarchia monopolizzava i commerci e si rifiutava di applicare un sistema stabile di diritti
di proprietà; iniziò perfino a vendere le cariche nell'amministrazione pubblica, ad appaltare la
riscossione delle tasse a privati e a trafficare diritti di immunità dalla legge.
Le conseguenze del carattere estrattivo delle istituzioni economiche e politiche spagnole erano
prevedibili. Nel corso del XVII secolo, l'Inghilterra avanzò sulla strada dell'espansione commerciale e
di una rapida industrializzazione; nello stesso periodo la Spagna cadde in una spirale di diffuso declino
economico. All'inizio del Seicento, uno spagnolo su cinque viveva in aree urbane, ma alla fine del
secolo la proporzione si era dimezzata, scendendo a uno su dieci: un processo che rispecchia
l'impoverimento della popolazione. Se l'Inghilterra si arricchì, in Spagna i redditi crollarono.
La persistenza e il rafforzamento dell'assolutismo in Spagna, proprio mentre in Inghilterra
questo veniva estirpato, sono un ulteriore esempio dell'importanza che le piccole differenze possono
rivestire in occasione di congiunture critiche. In tal caso, le differenze erano relative alla forza e alla
natura delle istituzioni rappresentative; la congiuntura critica era data dalla scoperta delle Americhe.
L'interazione tra questi due fattori generò in Spagna un processo di sviluppo istituzionale molto diverso
da quello inglese. Le istituzioni economiche relativamente inclusive formatesi in Inghilterra avviarono
una fase di inedito dinamismo economico, che culminò nella rivoluzione industriale; la Spagna, invece,
non fu mai in grado di innescare questo processo. In un periodo in cui le tecnologie industriali si
diffondevano in molte regioni del mondo, l'economia spagnola attraversò una fase di declino così
grave che non fu neanche necessario l'intervento della monarchia o dell'élite dei proprietari terrieri per
ostacolare l'industrializzazione.
La paura dell'industria
Senza variazioni istituzionali e del potere politico analoghe a quelle inglesi dopo il 1688, gli
stati assolutisti avevano poche possibilità di trarre benefici dall'innovazione e dal progresso
tecnologico della rivoluzione industriale. In Spagna, per esempio, la mancata tutela dei diritti di
proprietà e il diffuso declino economico abbatterono per gli individui ogni incentivo a investire e
compiere sacrifici. A frenare l'industrializzazione in Russia e nell'Impero austro-ungarico non furono il
semplice disinteresse dell'élite e il declino economico causato dal carattere estrattivo delle istituzioni; i
governanti ostacolarono attivamente ogni tentativo di introdurre nuove tecnologie e di investire in
infrastrutture fondamentali, come le ferrovie, che avrebbero potuto rappresentare dei canali di
diffusione dell'innovazione.
All'epoca della rivoluzione industriale, fra il XViII e l'inizio del XIX secolo, la cartina politica
dell'Europa era piuttosto differente da quella odierna. Il Sacro Romano Impero, un complesso puzzle di
oltre quattrocento entità politiche diverse, la maggior parte delle quali, in seguito, si sarebbe unita per
dare vita all'odierna Germania, occupava la quasi totalità dell'Europa centrale. La dinastia degli
Asburgo era ancora tra le principali potenze dell'epoca, e l'impero che controllava, chiamato Impero
asburgico o austro-ungarico, si estendeva su una vasta regione di 650000 chilometri quadrati, pur non
includendo più la Spagna, il cui trono fu conquistato dai Borboni nel Settecento. In termini di
popolazione, l'impero era il terzo stato europeo e comprendeva un settimo dell'intera popolazione del
continente. Verso la fine del XVIII secolo, i possedimenti degli Asburgo comprendevano, a ovest,
l'attuale Belgio (allora conosciuto come i Paesi Bassi del Sud). Il territorio più ampio, tuttavia, era
costituito dalle regioni austriache e ungheresi, incluse le aree su cui oggi si estendono la Repubblica
Ceca e la Slovacchia a nord, e la Slovenia, la Croazia e ampi tratti dell'Italia e della Serbia a sud. A est,
l'impero giungeva a comprendere gran parte del territorio romeno e polacco.
Nei domini degli Asburgo, la classe mercantile era molto meno importante di quanto non fosse
in Inghilterra, e la servitù della gleba vigeva ancora nell'Europa orientale. Come abbiamo visto nel
quarto capitolo, l'area oggi occupata da Ungheria e Polonia era al centro della cosiddetta seconda
servitù della gleba. Gli Asburgo, al contrario degli Stuart, furono in grado di consolidare un regime
fortemente assolutista. Francesco II - ultimo imperatore del Sacro Romano Impero nel periodo
1792-1806 e sovrano dell'Impero austro-ungarico fino alla sua morte, nel 1835 - fu un perfetto
monarca assoluto. Non era disposto ad accettare alcun vincolo al proprio potere e, soprattutto,
desiderava preservare lo status quo. La sua strategia fondamentale consisteva nel rifiutare il
cambiamento, qualsiasi tipo di cambiamento. Nel 1821 enunciò chiaramente questo principio in un
discorso tenuto - come da tradizione asburgica - davanti agli insegnanti di una scuola di Lubiana,
dichiarando: "Non mi servono sapienti, ma buoni, onesti cittadini. Il vostro compito è educare i giovani
uomini a questo scopo. Colui che mi serve deve insegnare ciò che gli ordino. Se qualcuno lo trova
impossibile, o vuole introdurre nuove idee, può andarsene, o sarò io a cacciarlo".
L'imperatrice Maria Teresa, che regnò dal 1740 al 1780, ai suggerimenti su come migliorare o
riformare le istituzioni rispondeva spesso dicendo: "Lasciamo tutto come sta". Sebbene lei e suo figlio
Giuseppe II, imperatore dal 1780 al 1790, avessero cercato di costruire uno stato centralizzato più forte
e un'amministrazione più efficiente, le loro riforme si svilupparono in un contesto politico privo di
limiti effettivi all'esercizio del potere, e scarsamente pluralista. Non c'era un parlamento nazionale con
una benché minima funzione di controllo sul sovrano, ma solo un sistema di assemblee e parlamenti
regionali che storicamente non avevano alcun potere in campo fiscale e nel reclutamento dell'esercito.
C'era meno controllo sugli Asburgo dell'Impero austro-ungarico di quanto ce ne fosse sulla monarchia
spagnola, e il potere politico era concentrato nelle mani di una ristrettissima élite.
Con l'affermazione dell'assolutismo asburgico nel XVIII secolo, il potere di tutte le istituzioni
slegate dalla monarchia si indebolì ancora di più. Quando una delegazione di cittadini della provincia
austriaca del Tirolo presentò a Francesco II una petizione per richiedere la concessione di una
costituzione, l'imperatore rispose: "E così volete una costituzione! (...) Guardate, la cosa non mi
preoccupa, vi darò una costituzione; ma dovete tenere presente che i soldati mi obbediscono e che se mi
serve del denaro non ve lo chiederò due volte (...). In ogni caso vi consiglio di stare attenti a quello che
direte". A questa dichiarazione, i leader tirolesi risposero: "Se Vostra Maestà la pensa così, è meglio
non avere nessuna Costituzione", al che l'imperatore replicò: "Questa è anche la mia opinione".
Francesco II abolì il Consiglio di stato, che Maria Teresa aveva adibito a sede di consultazione
con i suoi ministri. Da quel momento in poi non ci sarebbe più stata alcuna forma di confronto o
discussione pubblica sulle decisioni della monarchia. Francesco creò uno stato di polizia, censurando
con brutalità tutto ciò che poteva essere considerato anche solo blandamente radicale. Il suo stile di
governo fu descritto dal conte di Hartig, suo collaboratore di lungo corso, come "l'inflessibile difesa
delle prerogative del sovrano e il rifiuto di qualsiasi forma di condivisione dei suoi poteri che fosse
richiesta dal popolo". In questo l'imperatore fu aiutato dal principe di Metternich, nominato cancelliere
di Stato nel 1809: mantenne la sua carica per quasi quarant'anni, e il suo potere e la sua influenza
durarono addirittura più a lungo di quelli di Francesco.
Al centro delle istituzioni economiche del sistema asburgico c'erano l'ordinamento feudale e la
servitù della gleba. Inoltrandosi nei territori orientali dell'impero, il sistema feudale si faceva più
marcato, rispecchiando le più generali differenze di istituzioni economiche che, come abbiamo visto
nel quarto capitolo, distinguevano l'Europa orientale e occidentale. La mobilità dei lavoratori era
pesantemente ridotta e l'emigrazione illegale. Quando il filantropo inglese Robert Owen cercò di
convincere il governo austriaco a adottare una serie di riforme sociali volte a migliorare la condizione
dei poveri, uno degli assistenti di Metternich, Friedrich von Gentz, rispose: "Non desideriamo affatto
che le masse diventino più agiate e indipendenti (...). Come sarebbe altrimenti possibile governarle?".
Oltre a sostenere la servitù della gleba, che bloccava completamente la nascita di un vero
mercato del lavoro e negava alle masse contadine ogni incentivo all'iniziativa economica, il regime
dispotico degli Asburgo traeva grandi profitti dall'imposizione di monopoli e altre restrizioni sul
commercio. L'economia urbana era dominata dalle corporazioni, che restringevano i canali d'accesso
alle varie professioni. Fino al 1775, in Austria vigeva un sistema interno di dazi doganali; in Ungheria
tale sistema fu mantenuto fino al 1784. Le tasse sulle importazioni erano molto alte ed esisteva una
serie di espliciti divieti all'importazione ed esportazione di determinati prodotti.
La soppressione del libero mercato e la creazione di istituzioni economiche estrattive sono
tipiche di tutti i regimi assolutisti, ma Francesco II portò queste caratteristiche all'estremo. Non erano
solo le istituzioni economiche estrattive a togliere agli individui qualsiasi incentivo a innovare o
adottare nuove tecnologie. Abbiamo visto nel secondo capitolo come nel regno del Congo i tentativi di
introdurre l'uso dell'aratro fallirono perché non incontrarono alcun incentivo. Il re del Congo comprese
che se avesse incoraggiato i contadini a usare l'aratro la produttività agricola sarebbe aumentata,
producendo una maggior ricchezza di cui egli stesso avrebbe potuto beneficiare. Questo è un potenziale
incentivo per tutti i governi, perfino assolutisti; il problema, nel caso del Congo, fu che la popolazione
sapeva che qualsiasi prodotto rischiava di essere confiscato dal sovrano assoluto, motivo per cui non
c'era alcun interesse a investire o utilizzare tecnologie più avanzate. Nei territori asburgici, Francesco
non incoraggiò i suoi cittadini a impiegare tecnologie più evolute; al contrario, ostacolò attivamente
perfino la diffusione delle innovazioni che i cittadini erano disposti a introdurre nel contesto delle
istituzioni economiche esistenti.
Le resistenze all'innovazione si manifestarono in due modi. In primo luogo, Francesco II frenò
l'industrializzazione. L'industria si fondava sulle fabbriche, e queste avrebbero creato concentrazioni di
lavoratori poveri nelle città, e in particolare a Vienna, la capitale. I lavoratori, a loro volta, avrebbero
potuto formare un bacino d'opposizione all'assolutismo. La politica di Francesco, mirando al
consolidamento delle élite tradizionali e dello status quo politico ed economico, intendeva preservare il
carattere sostanzialmente agrario della società. Credeva che il modo migliore per ottenere questo
risultato fosse per prima cosa impedire la costruzione di fabbriche, e lo fece direttamente. Nel 1802, per
esempio, proibì la costruzione di nuovi stabilimenti a Vienna. Invece di incoraggiare l'importazione e
l'utilizzo di nuovi macchinari, che sono alla base dell'industrializzazione, tali importazioni furono
proibite fino al 1811.
In secondo luogo, Francesco II si oppose alla costruzione di ferrovie, una delle innovazioni più
importanti della rivoluzione industriale. Quando all'imperatore fu presentato un piano per la
costruzione di una linea ferroviaria nella regione settentrionale, egli rispose: "No, non appoggerò
questo progetto, potrebbe far entrare la rivoluzione nel paese".
Dato che il governo non aveva permesso la costruzione di treni a vapore, sulla prima ferrovia
costruita nell'impero viaggiavano vagoni trainati da cavalli. Questa linea - che collegava Linz, sul
Danubio, con la città boema di Ceské Budejovice, sulla Moldava - fu costruita con pendenze e curve
tali che successivamente fu impossibile adattarla all'uso di locomotive a vapore. L'uso dei cavalli
continuò fino agli anni sessanta dall'Ottocento. Molto tempo prima, Salomon Rotschild, esponente
viennese della grande famiglia di banchieri, aveva compreso il potenziale economico della ferrovia. Il
fratello di Salomon, Nathan, che risiedeva in Inghilterra, era rimasto impressionato dal Rocket, la
locomotiva costruita da George Stephenson, e dalle possibilità offerte dai treni a vapore. Nathan
contattò quindi suo fratello per incoraggiarlo a cercare opportunità per lo sviluppo delle ferrovie in
Austria, convinto che la famiglia potesse ottenere grandi profitti dal finanziamento dell'opera. Salomon
era della stessa opinione, ma il progetto si arenò, semplicemente perché l'imperatore Francesco II vi si
oppose.
L'imperatore respingeva l'industrializzazione e l'introduzione dei treni a vapore per paura della
distruzione creatrice che avrebbe accompagnato il passaggio a un'economia moderna. La sua principale
priorità era assicurare la stabilità delle istituzioni estrattive che da lui dipendevano, e proteggere i
privilegi dell'élite tradizionale, sua sostenitrice. Non solo c'era poco da guadagnare dal processo di
industrializzazione - che avrebbe minato le basi dell'ordinamento feudale attraendo in città lavoratori
dalle campagne -, ma Francesco individuava negli stravolgimenti dell'economia anche una possibile
minaccia al suo potere politico. Di conseguenza, ostacolò l'industria e lo sviluppo economico, serbando
l'impero in un'arretratezza economica che si manifestò in molti modi. Per esempio, ancora nel 1883,
quando per il 90 per cento della produzione mondiale di ferro si usava il carbon fossile, più di metà del
ferro asburgico era prodotto con un metodo molto meno efficiente che sfruttava il carbone vegetale.
Allo stesso modo, il settore del tessile non fu pienamente meccanizzato, e continuò dunque a fondarsi
sul lavoro manuale almeno fino alla Prima guerra mondiale, quando l'impero si dissolse.
L'Impero austro-ungarico non era l'unico a temere l'industrializzazione. Più a est, in Russia, il
sistema politico affinato da Pietro il Grande, come abbiamo visto all'inizio del capitolo, era ugualmente
improntato sui canoni dell'assolutismo. Come nell'Impero austro-ungarico, le istituzioni economiche
russe erano altamente estrattive, e si imperniavano sulla servitù della gleba, che vincolava almeno metà
della popolazione alla terra. I servi della gleba erano tenuti a lavorare non meno di tre giorni a
settimana sulle terre del loro signore, non potevano spostarsi liberamente né scegliere l'occupazione
che desideravano, e potevano essere venduti ad altri nobili a discrezione del loro signore. Il filosofo
radicale Pëtr Kropotkin, uno dei fondatori del moderno anarchismo, ci ha lasciato una vivace
descrizione del funzionamento del servaggio nel regno di Nicola I, che fu zar di Russia tra il 1825 e il
1855. Fra i suoi ricordi d'infanzia c'erano
racconti di uomini e donne strappati alle loro famiglie, ai loro villaggi, e venduti o perduti al
gioco, o scambiati per paia di cani da caccia, e poscia trasportati in qualche lontana provincia per
fondarvi una proprietà; di bambini tolti ai loro genitori e venduti a padroni crudeli e dissoluti,
"fustigazioni nelle stalle" che succedevano tutti i giorni con una ferocia inaudita; di una ragazza che
non trova altra via di scampo che affogarsi, di un vecchio incanutito al servizio d'un padrone e che finì
per impiccarsi sotto la finestra del suo signore, e di ribellioni di servi che venivano soffocate dai
generali di Nicola I flagellando a morte ogni decimo o quinto uomo preso nei ranghi, o devastando il
villaggio, gli abitanti del quale, dopo una esecuzione militare, andavano a mendicare il pane per le
province vicine, come se fossero stati vittime d'un incendio. In quanto alla miseria che ho visto in certi
villaggi, specialmente in quelli appartenenti alla famiglia imperiale mi mancano le parole per darne una
idea al lettore!
Esattamente come nell'Impero austro-ungarico, il regime assolutista russo non si limitò a creare
un sistema di istituzioni economiche che frenavano la prosperità della nazione. La paura della
distruzione creatrice, dell'industria e della ferrovia era la stessa. Un personaggio emblematico in questo
senso fu il conte Egor Kankrin, ministro delle Finanze sotto Nicola I tra il 1823 e il 1844, che giocò un
ruolo chiave come avversario delle trasformazioni sociali necessarie per la crescita economica.
Le politiche di Kankrin miravano a rinsaldare le tradizionali colonne portanti del regime, in
particolare l'aristocrazia terriera, e a conservare il carattere rurale e agrario della società. Appena
assunta la carica di ministro delle Finanze, Kankrin si oppose e bloccò il progetto, portato avanti dal
suo predecessore Gurev, di una banca commerciale statale per finanziare l'industria. Ricostituì invece
l'istituto di credito agevolato per i grandi proprietari terrieri, chiuso durante le guerre napoleoniche, le
cui finalità erano assai apprezzate dal nuovo ministro. La banca finanziava soltanto chi poteva fornire,
a garanzia del prestito, i propri servi della gleba, quindi di fatto solo i feudatari potevano accedere a
questa linea di credito. Per finanziare l'istituto, Kankrin utilizzò i fondi assegnati dal suo predecessore
alla banca commerciale, cogliendo così due piccioni con una fava: i finanziamenti disponibili per
l'industria si ridussero a ben poca cosa.
L'atteggiamento di Kankrin derivava dall'intuizione che i cambiamenti economici avrebbero
generato cambiamenti politici, opinione condivisa dallo zar Nicola I, la cui ascesa al trono era stata
quasi compromessa da un tentativo di colpo di stato dei "decabristi" - ufficiali dell'esercito che
proponevano un radicale programma di riforme sociali. Lo zar scrisse al granduca Mikhail: "La
rivoluzione è alle porte della Russia, ma giuro che finché avrò respiro non le permetterò di fare il suo
ingresso nel paese".
Nicola I temeva le trasformazioni sociali che la creazione di un'economia moderna avrebbe
comportato. Come spiegò alla fiera di Mosca in un discorso tenuto davanti a una platea di industriali,
tanto lo stato quanto gli industriali devono avere consapevolezza di un tema, senza considerare
il quale la presenza delle fabbriche produrrebbe risultati negativi piuttosto che positivi, e cioè la cura
dei lavoratori che ogni anno aumentano di numero. La condotta morale di questi ultimi deve essere
sottoposta a una supervisione energica e paterna; se ciò non avverrà, questa massa di persone
sprofonderà gradualmente nella depravazione e diventerà infine una classe disperata e pericolosa per i
suoi padroni.
Come Francesco II, anche Nicola I temeva che la distruzione creatrice scatenata dall'avvento di
una moderna economia industriale avrebbe minato le fondamenta del sistema politico russo. Sotto la
pressione di Nicola I, Kankrin agì con lo specifico obiettivo di frenare l'espansione dell'industria.
Proibì il periodico svolgimento di molte fiere industriali, una vetrina per le nuove tecnologie, che
facilitava la circolazione delle innovazioni.
Nel 1848, l'Europa fu scossa da una serie di tumulti rivoluzionari. A commento di questi
avvenimenti, Arseny Andreyevich Zakrevsky, allora governatore militare di Mosca e incaricato di
mantenere l'ordine pubblico, scrisse a Nicola I:
per mantenere l'ordine e la prosperità, di cui al momento la sola Russia gode, il governo non
deve permettere che si riuniscano senzatetto o altri derelitti, che facilmente parteciperanno a qualsiasi
tumulto, annientando la pace dei cittadini e della società in generale.
Il suo consiglio fu ascoltato da Nicola I e dai suoi ministri, e nel 1849 venne approvato un
nuovo decreto: vennero introdotte severe restrizioni al numero di fabbriche che potevano essere aperte
in ciascuna area di Mosca, e fu esplicitamente proibita l'apertura di nuovi impianti per la filatura del
cotone e della lana o di fonderie di ferro. Per l'apertura di altri tipi di impianti, come quelli per la
tessitura e la colorazione dei tessuti, occorreva presentare una richiesta formale al governatore militare.
La filatura industriale del cotone, da un certo punto in avanti, fu vietata. Il decreto aveva lo scopo di
intralciare nuove possibili concentrazioni di lavoratori, potenziali fonti di rivolte.
Esattamente come nell'Impero austro-ungarico, all'opposizione nei confronti dell'industria si
accompagnava quella al treno. Prima del 1842, in Russia c'era una sola linea ferroviaria, un tratto di
circa trenta chilometri che collegava San Pietroburgo alle residenze imperiali di Carskoe Selo e
Pavlovsk. Così come aveva contrastato l'industria, Kankrin non vedeva alcuna ragione per promuovere
lo sviluppo della ferrovia, che, sosteneva, avrebbe introdotto un nuovo tipo di mobilità dagli effetti
socialmente pericolosi; come appuntò,
l'uso del treno non rappresenta una necessità naturale, ma piuttosto un bisogno costruito
artificialmente o un lusso. Così si incoraggia l'abitudine, così tipica della nostra epoca, a spostarsi
senza ragione da un posto all'altro.
Kankrin rifiutò numerosi progetti per la realizzazione di linee ferroviarie, e fu solo nel 1851 che
una ferrovia tra San Pietroburgo e Mosca vide la luce. La politica di Kankrin proseguì con il conte
Kleinmichel, nominato responsabile di un'agenzia per i trasporti e gli edifici pubblici. All'agenzia
furono attribuite le principali decisioni sulla costruzione di ferrovie, ma Kleinmichel la utilizzò come
strumento per scoraggiarne la realizzazione. Nel 1849, usò il suo potere perfino per censurare il
dibattito giornalistico sulla questione dello sviluppo ferroviario.
Cartina 13. Linee ferroviarie in Europa nel 1870.
La cartina 13 mostra le conseguenze di questo modo di ragionare. Nel 1870 la Gran Bretagna e
la maggior parte dell'Europa nordoccidentale erano attraversate da un fitto reticolo di linee ferroviarie,
mentre il territorio russo ne era praticamente privo. L'ostilità allo sviluppo ferroviario cessò soltanto
dopo la definiva sconfitta inflitta ai russi dagli eserciti britannici, francesi e ottomani nella guerra di
Crimea (1853-1856), quando si comprese che l'arretratezza del sistema dei trasporti costituiva un serio
problema per la sicurezza dello stato russo. Come sappiamo, anche nell'Impero austro-ungarico la
presenza delle ferrovie fu piuttosto carente, fuori dall'Austria e dalle aree occidentali dell'impero,
sebbene in questi territori le rivoluzioni del 1848 avessero dato il via a una serie di trasformazioni, in
particolare l'abolizione della servitù della gleba.
Divieto di espansione marittima
I regimi assolutisti governavano non solo in gran parte dell'Europa, ma anche dell'Asia, dove,
durante la congiuntura critica che si determinò con la rivoluzione industriale, sbarrarono in modo
analogo la strada all'industrializzazione. La storia delle dinastie Ming e Qing in Cina e quella
dell'assolutismo ottomano illustrano tale processo. Sotto la dinastia Song, tra il 960 e il 1279, la Cina
era il paese più avanzato al mondo in molti settori tecnologici. I cinesi inventarono l'orologio, la
bussola, la polvere da sparo, la carta e le banconote, la porcellana e gli altiforni per la produzione della
ghisa prima degli europei. Svilupparono autonomamente l'arcolaio per la filatura e alcune tecnologie
per l'utilizzo dell'energia idraulica più o meno in contemporanea con la loro introduzione in Europa. Di
conseguenza, è probabile che nel 1500 gli standard di vita cinesi fossero pari a quelli europei. Per
secoli la Cina era stata uno stato centralizzato, con una burocrazia selezionata sulla base di criteri
meritocratici.
Tuttavia, la Cina aveva un regime assolutista, e la crescita economica raggiunta sotto la dinastia
Song avvenne in un contesto di istituzioni estrattive. Al di fuori della monarchia, nessun gruppo sociale
aveva rappresentanza politica, né qualcosa che assomigliasse a parlamenti o assemblee sul modello
occidentale. La posizione sociale dei commercianti era sempre stata precaria, e le innovazioni
dell'epoca Song non erano state prodotte da incentivi di mercato, ma da richieste e imposizioni dello
stato. Poche trovarono uno sbocco commerciale. Il controllo dello stato si fece più asfissiante dopo il
periodo Song, all'epoca delle dinastie Ming e Qing. Alla radice di tutto c'era la logica propria di tutte le
istituzioni di tipo estrattivo. Come gran parte di coloro che governano in un sistema istituzionale
estrattivo, i sovrani assoluti della Cina avversarono ogni cambiamento, privilegiando la stabilità, in
sostanza per il timore di eventuali processi di distruzione creatrice.
Questa situazione è ben illustrata dalla storia del commercio internazionale. Come abbiamo
visto, la scoperta delle Americhe e alcune particolari modalità di regolazione degli scambi giocarono
un ruolo decisivo nei conflitti politici e nella metamorfosi istituzionale dell'Europa all'inizio dell'età
moderna. In Cina, i commercianti privati partecipavano al mercato interno, ma gli scambi
internazionali erano sotto il monopolio dello stato. Quando la dinastia Ming giunse al potere, nel 1386,
il suo primo imperatore, Hongwu - che governò per trent'anni -, preoccupato che il commercio
internazionale potesse essere un fattore di instabilità politica ed economica, permise gli scambi con
l'estero, ma solo a condizione che fossero gestiti dal governo sotto forma di tributi reciproci e non di
attività commerciali vere e proprie. Hongwu arrivò a giustiziare centinaia di persone accusate di aver
voluto trasformare la pratica dello scambio di tributi in una vera attività commerciale. Tra il 1377 e il
1397, le spedizioni marittime furono vietate. L'imperatore proibì inoltre a tutti i privati cittadini di
scambiare merci con mercanti stranieri.
Nel 1402, con l'ascesa al trono dell'imperatore Yongle, promotore di una ripresa su larga scala
delle missioni commerciali sponsorizzate dal governo, iniziò uno dei periodi più celebrati della storia
cinese. Yongle finanziò sei grandi spedizioni navali in Asia meridionale, nel Sudest asiatico, in Arabia
e in Africa, guidate dall'ammiraglio Zheng He. Una lunga storia di relazioni commerciali aveva
lasciato loro in eredità dei contatti con queste regioni, ma i cinesi non avevano mai condotto operazioni
di tale portata. La prima flotta di Zeng He contava 27800 uomini e 62 grandi "navi tesoriere",
accompagnate da 190 imbarcazioni più piccole, tra cui alcune costruite specificamente per il trasporto
di acqua potabile, cibo o truppe. L'imperatore Yongle, tuttavia, interruppe momentaneamente queste
spedizioni dopo la sesta missione, nel 1422. Il suo successore Hongxi, che regnò tra il 1424 e il 1425,
bandì in modo definitivo le spedizioni oceaniche ma, dopo la sua morte prematura, il nuovo imperatore
Xuande consentì nuovamente a Zheng He un'ultima spedizione nel 1433. Dopo questa data, tuttavia, il
commercio marittimo fu severamente proibito, e nel 1436 perfino la costruzione di imbarcazioni adatte
alla navigazione in alto mare fu messa fuorilegge. L'interdizione ai traffici marittimi sarebbe rimasta in
vigore fino al 1567.
Questa serie di eventi, pur essendo solo la punta dell'iceberg di un sistema estrattivo che
impediva numerose attività economiche, considerate potenzialmente destabilizzanti, era destinata ad
avere conseguenze importantissime per le vicende economiche cinesi. Proprio mentre il commercio
internazionale e la scoperta delle Americhe cominciavano a trasformare le istituzioni inglesi, la Cina
tagliava i ponti con questa congiuntura critica, ripiegando su sé stessa. Ma questa chiusura non sarebbe
finita nel 1567. La dinastia Ming fu spodestata nel 1644 dagli jurchi, provenienti dalla Manciuria e
quindi conosciuti anche come manciù, che diedero origine alla dinastia Qing. A questi eventi seguì un
lungo periodo di profonda instabilità politica. I Qing attuarono espropri di massa di proprietà e beni.
Negli anni novanta del Seicento, T'ang Chen, accademico in pensione e mercante fallito, scrisse:
Sono ormai passati più di cinquant'anni dalla fondazione della dinastia Qing, e l'impero si
impoverisce ogni giorno che passa. Contadini, artigiani, mercanti e funzionari vivono nella povertà più
estrema. Il grano è economico, ma è difficile mangiare fino a riempirsi lo stomaco; i vestiti sono
economici, ma è difficile per chiunque coprirsi. Navi piene di merci viaggiano da un mercato all'altro,
ma il loro carico deve essere venduto in perdita. Al momento di lasciare la loro carica, i funzionari
scoprono di non avere i mezzi per sostentare le loro famiglie. Di certo chi fa una di queste quattro
professioni si è impoverito.
Nel 1661, l'imperatore Kangxi ordinò che tutti gli abitanti della costa compresa tra il Vietnam e
la provincia di Zhejiang - di fatto l'intero litorale meridionale della Cina, tradizionalmente l'area più
attiva del paese dal punto di vista commerciale - si trasferissero trenta chilometri all'interno. Per
garantire il rispetto dell'ordine dell'imperatore, la costa veniva pattugliata da soldati e, fino al 1693, da
queste rive fu proibito il trasporto marittimo di merci. Il divieto venne periodicamente reintrodotto nel
XVIII secolo, contribuendo in modo decisivo a impedire la crescita del commercio internazionale in
Cina. Nonostante qualche progresso negli scambi, pochi erano disposti a investire dal momento che
l'imperatore poteva improvvisamente cambiare idea e proibire i commerci, rendendo gli investimenti in
navi, equipaggiamenti e relazioni commerciali inutili o addirittura controproducenti.
La ragione che spinse i regimi dei Ming e dei Qing a contrastare il commercio internazionale ci
è a questo punto familiare: la paura della distruzione creatrice. Lo scopo principale della classe
dirigente era la preservazione della stabilità politica. Il commercio internazionale era un potenziale
fattore di instabilità, poiché avrebbe arricchito e incoraggiato la classe mercantile, come accadde in
Inghilterra durante il periodo dell'espansione degli scambi atlantici. La pensavano così gli imperatori
delle dinastie Ming e Qing, ma anche quelli della dinastia Song, che pure erano stati disposti a
promuovere l'innovazione tecnologica e permettere una maggiore libertà nei commerci, a patto che
avvenisse sotto il loro controllo. Con le dinastie Ming e Qing le cose peggiorarono, poiché l'egemonia
dello stato nelle attività economiche si intensificò, e gli scambi con l'estero furono preclusi. Certo
esistevano mercati e attività commerciali, e i governi Ming e Qing tassavano in modo piuttosto leggero
l'economia domestica, ma fecero poco per promuovere l'innovazione, avendo barattato la possibilità di
uno sviluppo commerciale e industriale con la garanzia della stabilità politica. Le conseguenze di
questo controllo assoluto sull'economia erano prevedibili: l'economia cinese ristagnò per tutto il XIX
secolo e parte del XX. Quando Mao instaurò il suo regime comunista nel 1949, la Cina era diventata
uno dei paesi più poveri al mondo.
L'assolutismo del Prete Gianni
L'assolutismo, inteso come sistema di istituzioni politiche e delle conseguenze economiche che
ne derivano, non era un fenomeno limitato all'Europa e all'Asia. Per esempio, come abbiamo visto nel
secondo capitolo, era presente in Africa, nel regno del Congo. Un caso ancora più duraturo di
assolutismo africano è l'Etiopia, o Abissinia, di cui abbiamo esaminato la storia nel sesto capitolo,
raccontando come dopo il declino del regno di Aksum vi si instaurò un ordinamento feudale. Il sistema
assolutista abissino ebbe vita ancora più lunga dei corrispettivi europei, perché si confrontò con sfide e
congiunture critiche diverse.
Dopo la conversione al cristianesimo di Ezana, re di Aksum, l'Etiopia diventò cristiana. Dal
XIV secolo il paese fu al centro della leggenda del re Prete Gianni, il cui mito racconta di un re
cristiano che in seguito all'ascesa dell'islam in Medio Oriente aveva perso i contatti con l'Europa.
Inizialmente, si riteneva che il suo regno fosse in India; tuttavia, quando gli europei acquisirono
maggiori conoscenze sulla realtà indiana, ci si rese conto che ciò era impossibile. Il re etiope, di
religione cristiana, diventò il candidato naturale a incarnare il mito. In effetti, i re abissini tentarono
ripetutamente di stringere con i sovrani europei alleanze contro le invasioni arabe, inviando in Europa,
almeno dal 1300 in avanti, diverse missioni diplomatiche, con le quali riuscirono infine a persuadere il
re portoghese a inviare delle truppe.
I soldati, insieme a diplomatici, gesuiti e altri viaggiatori desiderosi di incontrare il Prete
Gianni, ci hanno lasciato molte descrizioni dell'Etiopia. Quelle di Francisco Álvares, un cappellano al
seguito della missione diplomatica portoghese che rimase in Etiopia dal 1520 al 1527, sono tra le più
interessanti dal punto di vista economico. Possediamo inoltre alcuni resoconti del gesuita Manuel de
Almeida, che si stabilì in Etiopia nel 1624, e di John Bruce, un viaggiatore che visitò il paese tra il
1768 e il 1763. I loro scritti ci offrono ricche descrizioni delle istituzioni politiche ed economiche
dell'Etiopia del tempo, e non lasciano dubbi sul fatto che il paese rappresentasse un perfetto esempio di
regime assolutista. Non esistevano istituzioni pluraliste di alcun genere, né controlli o vincoli al potere
dell'imperatore, che rivendicava il proprio diritto a governare sulla base di una supposta discendenza
da figure leggendarie, come re Salomone e la regina di Saba.
A causa dell'assolutismo, i diritti di proprietà erano assai precari e dipendevano dalle strategie
politiche dell'imperatore. Bruce, per esempio, notò:
Tutta la terra appartiene al re, che la assegna a chi desidera fino a quando lo ritiene opportuno,
per poi riprendersela a sua discrezione. Quando muore un sovrano, tutta la terra del regno ritorna nelle
mani della corona. E lo stesso capita quando a morire è la persona cui il re ha concesso la terra; per
quanto a lungo egli possa aver goduto di questa proprietà, essa ritorna al re e non è affidata al suo
erede.
Secondo Álvares, ci sarebbero stati molti più "frutti e terre coltivate, se i signori non avessero
trattato così male la gente comune". La descrizione di Almeida di com'era organizzata la società
coincide perfettamente con le osservazioni precedenti. Osservò il gesuita:
Il fatto che l'imperatore scambi, modifichi e sottragga la terra che ciascuno possiede ogni due o
tre anni - e a volte una o addirittura più volte nel corso di un anno - è così comune da non destare
sorpresa. Spesso un uomo ara la terra, un secondo la semina ed è un terzo a raccogliere i frutti. Da tale
consuetudine consegue che nessuno si occupa veramente dei terreni che possiede; al punto che nessuno
pianta un albero, sapendo che colui che pianta solo molto raramente raccoglie il frutto. Per il re,
tuttavia, è utile che tutti siano così dipendenti dalla sua volontà.
Queste descrizioni suggeriscono l'esistenza di forti somiglianze tra le strutture politiche ed
economiche dell'Etiopia e quelle dell'assolutismo europeo, ma evidenziano altresì come l'intensità
dell'assolutismo etiope fosse ancora maggiore, e le istituzioni economiche del paese ancora più
estrattive. Per di più, come abbiamo sottolineato nel sesto capitolo, l'Etiopia - esclusa da molti dei
processi che diedero forma al mondo moderno - non sperimentò congiunture critiche simili a quelle
che in Inghilterra contribuirono alla crisi dell'assolutismo. Anche se le cose fossero andate
diversamente, è probabile che il carattere così radicalmente assolutista del regime etiope avrebbe finito
per rafforzarsi oltremodo. Per esempio, il commercio internazionale - che includeva la redditizia tratta
degli schiavi - era controllato dal sovrano, proprio come in Spagna. L'Etiopia non era completamente
isolata: gli europei cercarono a lungo il Prete Gianni e combatterono guerre contro i domini musulmani
che circondavano il paese. Eppure, lo storico Edward Gibbon notò con una certa precisione come
"circondati da ogni lato da nemici della loro religione, gli etiopi dormirono per quasi mille anni,
dimentichi di quel mondo che a sua volta li aveva dimenticati".
Quando si avviò il processo di colonizzazione europea dell'Africa, nel XIX secolo, l'Etiopia era
un regno indipendente governato dal ras (dignitario) Cassa, incoronato imperatore nel 1855 con il nome
di Teodoro II. Teodoro avviò un processo di modernizzazione dello stato, centralizzando l'apparato
burocratico e giudiziario e fondando un esercito capace di controllare il paese e, all'occorrenza, di
difenderlo dagli europei. Nominò dei governatori militari incaricati di amministrare tutte le province,
responsabili per l'esazione delle tasse e del loro versamento nelle casse dell'erario. Le trattative di
Teodoro con le potenze europee si rivelarono complicate, al punto che, esasperato, l'imperatore fece
imprigionare il console inglese. Nel 1868, gli inglesi inviarono una spedizione militare che saccheggiò
la sua capitale. Teodoro a questo punto si suicidò.
In ogni caso, il governo ricostituito da Teodoro conseguì, contro gli italiani, una delle grandi
vittorie contro il colonialismo del XIX secolo. Nel 1889, salì al trono Menelik II, che dovette
immediatamente contrastare il progetto italiano di colonizzare il paese. Il cancelliere tedesco Bismarck,
nel 1885, aveva riunito a Berlino le potenze europee per discutere della "corsa all'Africa", ovvero per
stabilire come dividere il continente in differenti sfere di interesse. Nel corso del negoziato, l'Italia si
assicurò il diritto di colonizzare l'Eritrea, l'area costiera dell'Etiopia e la Somalia. L'Etiopia, pur non
essendo rappresentata alla Conferenza di Berlino, riuscì in qualche modo a mantenere la propria
sovranità. Ma gli italiani non rinunciarono ai loro piani, e nel 1896 un corpo di spedizione militare
lasciò l'Eritrea per dirigersi verso l'Etiopia. La risposta di Menelik fu simile a quella dei re europei del
Medioevo: formò un esercito chiamando a raccolta i propri feudatari e i loro uomini.
Un'organizzazione simile non poteva assicurare un esercito permanente, ma consentiva di arruolare
numerosi uomini per brevi periodi di tempo. E un breve tempo fu sufficiente a sconfiggere gli italiani, i
cui quindicimila soldati, nel 1896, furono sopraffatti dai centomila di Menelik nella battaglia di Adua.
Fu la più grave sconfitta militare che un paese dell'Africa precoloniale riuscì a infliggere a una potenza
europea, nonché l'evento che garantì l'indipendenza dell'Etiopia per altri quarant'anni.
L'ultimo imperatore etiope, il ras Tafarì, salì al trono con il nome di Hailé Selassié nel 1930.
Hailé Selassié regnò fino a quando non fu spodestato da una seconda invasione italiana, nel 1935, ma
con l'aiuto degli inglesi ritornò dall'esilio nel 1941. Restò al potere fino a quando, nel 1974, non fu
deposto dal colpo di stato del Derg (letteralmente "comitato"), un gruppo di ufficiali dell'esercito di
orientamento marxista, che continuò l'opera di impoverimento e saccheggio delle risorse del paese. Le
principali istituzioni economiche estrattive del regime assolutista etiope, come il gult (ne abbiamo
parlato nel sesto capitolo) e il sistema feudale creato dopo la decadenza del regno di Aksum, durarono
fino alla rivoluzione del 1974, che le abolì.
L'Etiopia è oggi uno dei paesi più poveri al mondo. Il reddito medio di un cittadino etiope è
pari a circa un quarantesimo di quello di un inglese. La maggior parte della popolazione vive nelle aree
rurali praticando attività agricole di sussistenza, senza acqua corrente, elettricità, scuole e assistenza
sanitaria. L'aspettativa di vita è di circa cinquantacinque anni, e solo un terzo della popolazione adulta
è alfabetizzato. La distanza tra Inghilterra ed Etiopia rispecchia l'intero spettro delle disuguaglianze
globali. Se oggi l'Etiopia si trova in questa situazione è perché, diversamente da quanto accaduto in
Inghilterra, l'assolutismo etiope si è mantenuto fino al recente passato traducendosi in istituzioni
economiche estrattive e povertà diffusa per la maggior parte degli etiopi, mentre ovviamente gli
imperatori e la nobiltà hanno tratto benefici assai consistenti dal sistema. La conseguenza più duratura
dell'assolutismo, tuttavia, è stata l'impossibilità per la società etiope di approfittare delle opportunità
dell'industrializzazione tra il XIX e l'inizio del XX secolo, condannando la popolazione del paese allo
stato di estrema povertà in cui oggi versa.
I figli di Samaale
Le istituzioni politiche assolutiste diffuse su tutto il globo hanno contribuito a intralciare
l'industrializzazione, a volte indirettamente, per via del sistema economico che implicavano, a volte
direttamente, come abbiamo visto nei casi dell'Impero austro-ungarico e della Russia. L'assolutismo
non fu però l'unico ostacolo allo sviluppo di istituzioni economiche inclusive. All'inizio del XIX
secolo, in molte aree del mondo - e specialmente in Africa - non esisteva uno stato capace di garantire
anche solo un livello minimo di legalità e ordine, prerequisiti fondamentali per un'economia moderna.
Non ci fu nulla di simile all'opera di Pietro il Grande in Russia, che avviò un processo di
centralizzazione e gettò le basi per l'assolutismo zarista, per non parlare dei Tudor in Inghilterra, che
centralizzarono lo stato senza distruggere completamente - o meglio, senza riuscire a farlo - il
Parlamento e gli altri contropoteri. Senza un certo grado di centralizzazione politica, perfino se
avessero voluto accogliere l'industrializzazione a braccia aperte le élite africane non avrebbero potuto
fare granché.
La Somalia, nella regione del Corno d'Africa, è un esempio degli effetti devastanti della
mancanza di centralizzazione. Storicamente, il paese è stato dominato dai membri di sei clan; fra
questi, i quattro più grandi - i Dir, i Darod, gli Isaq e gli Hauia - si ritengono discendenti di un
leggendario antenato comune, Samaale. Questi clan, originari del Nord della Somalia, si sono diffusi
gradualmente nelle aree meridionali e orientali. Si tratta perlopiù di popolazioni di pastori nomadi,
allevatori di capre, pecore e cammelli. Nel Sud vivono gli altri due clan principali, i Digil e i
Rahanweyn, popolazioni sedentarie dedite all'agricoltura. I territori occupati dai clan sono indicati
nella cartina 12.
L'identità degli abitanti della Somalia è data in primo luogo dall'appartenenza al clan, che però
hanno una struttura molto ampia e articolata in diversi sottogruppi. Le famiglie più importanti sono
quelle con un legame diretto con uno dei clan maggiori. Molto rilevanti sono inoltre i legami basati
sulla diya, il "prezzo del sangue", ovvero una somma che i gruppi di parenti stretti danno o ricevono
come risarcimento per l'omicidio di uno dei loro membri. Storicamente, i clan e i gruppi legati alla diya
sono stati al centro di perenni conflitti per le scarse risorse disponibili - in particolare fonti d'acqua e
terre da pascolo per gli animali - e impegnati in frequenti razzie di bestiame dei clan e gruppi legati
alla diya vicini. Pur fregiandosi del titolo di sultani, i capi dei clan non hanno un'autorità reale. Il
potere politico è invece distribuito ampiamente, e per ogni somalo è possibile intervenire nelle
decisioni riguardanti il suo gruppo o clan attraverso assemblee informali, cui partecipano tutti gli
uomini adulti. Non esistono leggi scritte, polizia o un sistema legale, se si esclude la Sharia islamica,
che è l'ossatura giuridica entro cui si collocano le norme del diritto consuetudinario. Per ogni gruppo
legato alla diya, queste leggi sono codificate nel heer, un insieme di espliciti obblighi, diritti e doveri,
che il gruppo chiede di rispettare ai propri membri e a chi intrattiene relazioni con loro. Con l'avvento
del regime coloniale, questi codici di condotta iniziarono a essere trascritti. Gli Hassan Ugaas, per
esempio, erano un gruppo legato alla diya che contava circa quindicimila membri e faceva parte del
clan Dir nella Somalia britannica. L'8 marzo 1950, lo heer di questo gruppo fu messo nero su bianco
dal District Commissioner britannico. Le prime tre clausole recitavano:
Se un membro degli Hassan Ugaas viene ucciso da qualcuno di esterno al gruppo, la
compensazione per il suo omicidio (per un totale di cento cammelli) sarà divisa nel modo seguente:
venti cammelli saranno assegnati al suo parente più stretto e i rimanenti ottanta distribuiti tra tutti gli
Hassan Ugaas.
Se un membro degli Hassan Ugaas viene ferito da qualcuno di esterno al gruppo e la
compensazione per le sue ferite è valutata in un totale di trentatré cammelli e un terzo, dieci cammelli
saranno assegnati al ferito e la restante parte della compensazione sarà divisa tra i membri del suo jiffo
(una frazione del gruppo legato alla diya).
Gli omicidi avvenuti all'interno del gruppo degli Hassan Ugaas saranno soggetti a una
compensazione di trentatré cammelli e un terzo, da pagarsi al parente più stretto del defunto. Se il
colpevole non ha possibilità di pagare la compensazione sarà compito della sua famiglia assumersi
questa responsabilità.
L'enfasi su omicidi e ferimenti del heer è il riflesso del quasi perpetuo stato di guerra tra i
gruppi legati alla diya. Il pagamento di compensazioni e le faide erano elementi centrali in questo
scenario. Un crimine contro un individuo era considerato un atto contro l'intero gruppo, e come tale
necessitava una compensazione collettiva, il "prezzo del sangue". Se questa indennità non veniva
versata, era l'intero gruppo di cui faceva parte il colpevole del crimine a subire la rappresaglia. Quando
in Somalia furono introdotti i trasporti moderni, il sistema delle compensazioni fu esteso a chi moriva o
restava ferito in incidenti automobilistici. Lo heer degli Hassan Ugaas non considerava solo gli
omicidi: la sesta clausola stabiliva che "Se un membro degli Hassan Ugaas insulta un altro membro del
gruppo durante l'assemblea dovrà pagare 150 scellini alla parte lesa".
All'inizio del 1955, le greggi di due clan, gli Habar Tol Ja'lo e gli Habar Yuunis, pascolavano
nella stessa area delle regione di Domberelly. Un uomo appartenente al clan Yuunis fu ferito da uno dei
Tol Ja'lo durante una disputa sulla divisione dei greggi di cammelli. Gli Yuunis compirono subito una
rappresaglia, attaccando i Tol Ja'alo e uccidendo uno di loro. A seguito dell'omicidio, seguendo il
codice del heer, gli Yuunis offrirono una compensazione ai Tol Ja'lo, che fu accettata. Il risarcimento,
come d'abitudine pagato sotto forma di cammelli, doveva essere consegnato personalmente; durante la
cerimonia di compensazione, tuttavia, un Tol Ja'lo uccise uno Yuunis, scambiandolo erroneamente per
uno dei membri del gruppo diya dell'omicida. Questo portò a uno scontro a tutto campo, e nelle
successive quarantott'ore furono uccisi tredici Yuunis e ventisei Tol Ja'lo. Lo scontro continuò per un
altro anno, prima che i capi dei due clan, contattati dall'amministrazione coloniale inglese, si riunissero
per concludere un accordo soddisfacente per entrambe le parti, basato su una serie di compensazioni da
pagare nei tre anni successivi.
Il pagamento del prezzo del sangue avveniva sotto la minaccia dell'uso della forza e, anche
quando si raggiungeva un accordo, non necessariamente questo metteva fine al conflitto, che di solito si
smorzava per poi riemergere in seguito.
Il potere politico era quindi ampiamente diffuso nella società somala, in modo quasi pluralista.
Ma senza la presenza di uno stato centralizzato capace di tutelare l'ordine, per non parlare dei diritti di
proprietà, questa situazione non portò a istituzioni inclusive. Nessuno rispettava l'autorità altrui e
nessuno, neppure lo stato coloniale che i britannici a un certo punto istituirono, riuscì mai a imporre
l'ordine. La mancanza di centralizzazione politica rese i benefici dalla rivoluzione industriale
impossibili da godere, per la Somalia. In un contesto simile sarebbe stato inimmaginabile investire o
adottare le nuove tecnologie che arrivavano dalla Gran Bretagna, o organizzare le strutture necessarie
per farlo.
Il complesso sistema politico somalo aveva implicazioni ancora più subdole nel campo dello
sviluppo economico. Abbiamo già accennato ad alcuni dei grandi enigmi tecnologici della storia
africana. Prima dell'espansione del dominio coloniale nel tardo XIX secolo, le società africane non
utilizzavano il trasporto su ruota o l'aratro, e fra loro poche conoscevano la scrittura. L'Etiopia era una
di queste, come abbiamo visto. In Somalia esisteva un sistema di scrittura, ma, al contrario dell'Etiopia,
non era utilizzato. Anche di questi fenomeni abbiamo già incontrato esempi storici: le società africane
non utilizzavano la ruota o l'aratro, pur conoscendo tali tecnologie. Nel caso del regno del Congo, ciò
si doveva al fatto che le istituzioni economiche non creavano incentivi sufficienti a far adottare queste
tecnologie alla popolazione. È possibile che la stessa spiegazione valga anche per la scrittura?
Possiamo fare qualche riflessione in tal senso osservando la storia del regno di Taqali, situato a
nordovest della Somalia sulle montagne di Nuba, nell'attuale Sudan. Il regno venne fondato verso la
fine del XVIII secolo da un gruppo di guerrieri guidati da un uomo chiamato Isma'il, e rimase
indipendente fino a quando non fu assorbito dall'impero britannico nel 1884. I regnanti e la
popolazione di Taqali conoscevano l'alfabeto arabo, ma non lo utilizzavano, con l'eccezione dei
sovrani, che lo impiegavano solo per le comunicazioni con stati e potentati stranieri e le relazioni
diplomatiche. A uno sguardo superficiale questa situazione può sembrare piuttosto sconcertante. La
scrittura, sostengono le ricostruzioni degli storici, fu inventata in Mesopotamia proprio per i governi,
che la usavano per archiviare informazioni, controllare la popolazione e riscuotere le tasse. Perché il
regno di Taqali non era interessato a tutto questo?
La domanda, verso la fine degli anni settanta, fu al centro del lavoro della storica Janet Ewald,
che cercò di ripercorrere la storia del regno di Taqali. Parte della spiegazione risiede nel fatto che la
popolazione stessa era refrattaria all'introduzione della scrittura, poiché, si temeva, sarebbe stata
utilizzata dallo stato per esercitare un controllo più stretto sulle risorse - per esempio per rivendicare la
proprietà delle terre migliori - e per imporre un sistema di tassazione più strutturato. La dinastia nata da
Isma'il non riuscì mai a consolidare uno stato capace di esercitare la propria autorità, e se anche lo
avesse voluto, non era abbastanza solida da imporsi davanti alla resistenza dei cittadini. Ma c'erano
altri e più complessi fattori in gioco. Molte élite avverse alla centralizzazione politica, per esempio,
preferivano interagire con la popolazione oralmente, cosa che permetteva loro la massima
discrezionalità. Gli ordini o le leggi scritte non potevano essere ritirati o sconfessati, ed era più difficile
modificarli; fissavano degli standard e degli obiettivi che l'élite avrebbe potuto cambiare
arbitrariamente. Pertanto, né i governanti né i sudditi di Taqali intravedevano dei vantaggi nella
diffusione della scrittura. La popolazione temeva l'uso che ne avrebbero fatto i governanti, e le élite
erano convinte di poter supportare meglio la loro precaria posizione al vertice della società senza
scrittura. Furono le caratteristiche del sistema politico di Taqali a impedire la diffusione della scrittura.
Considerando che i somali avevano una classe dirigente ancora meno stabile del regno di Taqali, è
plausibile che siano stati gli stessi fattori a ostacolare l'adozione della scrittura e di altre semplici
tecnologie.
Il caso della Somalia rivela gli effetti della mancanza di centralizzazione politica sulla crescita
economica. La storiografia non ha registrato alcun tentativo di avviare un processo di centralizzazione
in Somalia; tuttavia, il perché simili tentativi avrebbero incontrato molte difficoltà è chiaro. La
centralizzazione politica avrebbe subordinato alcuni clan ad altri. I clan però si opponevano a questa
prospettiva e alla conseguente perdita di autorità; e il potere militare distribuito in modo frammentato
nella società rappresentava un'ulteriore difficoltà. È probabile che qualsiasi gruppo o clan che avesse
cercato di accentrare il potere non solo avrebbe incontrato una dura resistenza, ma avrebbe perso la
posizione e i privilegi di cui godeva. Senza centralizzazione politica, e quindi senza tutela dei più
basilari diritti di proprietà, la società somala si trovò disincentivata a ogni investimento in tecnologie
che aumentassero la produttività. Tra il XIX secolo e l'inizio del XX, mentre in altre parti del mondo
l'industrializzazione prendeva piede, i somali combattevano per la sopravvivenza in un'infinita serie di
faide, e la loro arretratezza economica si fece sempre più profonda.
Il perdurare dell'arretratezza
La rivoluzione industriale creò una congiuntura critica, che trasformò il mondo intero nel XIX
secolo e oltre: le società che permisero e incentivarono gli investimenti in nuove tecnologie crebbero
rapidamente, mentre molte altre nel mondo non ci riuscirono, oppure scelsero volontariamente di non
farlo. I paesi dominati da istituzioni politiche ed economiche estrattive non stimolarono questi
incentivi. Spagna ed Etiopia sono casi in cui il controllo assolutista delle istituzioni politiche, insieme
alla natura estrattiva delle istituzioni economiche, aveva soffocato gli incentivi economici ben prima
del XIX secolo. Il risultato fu simile in altri regimi assolutisti - l'Impero austro-ungarico, la Russia,
l'Impero ottomano e la Cina - ma in questi casi i governanti, temendo i processi di distruzione
creatrice, non solo non si curarono di promuovere lo sviluppo economico, ma agirono direttamente per
intralciare la diffusione dell'industria e l'introduzione delle nuove tecnologie industriali.
L'assolutismo non è l'unica forma che le istituzioni politiche estrattive possono assumere, né il
solo impedimento allo sviluppo dell'industria. Le istituzioni inclusive possono emergere solo quando è
presente un certo grado di centralizzazione politica che permetta allo stato di garantire legge e ordine,
proteggere i diritti di proprietà e incoraggiare l'attività economica, quando necessario attraverso
l'investimento in servizi pubblici. Ancora oggi, però, molti paesi, come Afghanistan, Haiti, Nepal e
Somalia sono incapaci di preservare un livello minimo di ordine, al punto che non esiste alcuna
struttura di incentivi economici. Il caso della Somalia dimostra come il processo di industrializzazione
non abbia toccato queste società. La centralizzazione del potere è osteggiata per le stesse ragioni che
spingono i regimi assolutisti a opporsi alle trasformazioni sociali: la paura - spesso tutt'altro che
infondata - che il cambiamento possa redistribuire il potere politico, sottraendolo all'élite dominante
per conferirlo ad altri individui e gruppi. Di conseguenza, esattamente come i regimi assolutisti, anche
le élite e i clan tribali che dominano le società prive di autorità centrale si oppongono all'introduzione
del pluralismo e alle trasformazioni economiche. Ecco perché le società che nel XVIII e XIX secolo
non avevano ancora conosciuto alcuna centralizzazione politica entrarono nell'età industriale scontando
una situazione di forte svantaggio iniziale.
Le varie istituzioni estrattive - dai regimi assolutisti agli stati con scarsa centralizzazione
politico-amministrativa - impedirono a molte società di trarre vantaggio dall'industrializzazione. Ma la
congiuntura critica della rivoluzione industriale ebbe effetti molto diversi in altre parti del mondo.
Come vedremo nel decimo capitolo, le società già progredite verso istituzioni economiche e politiche
inclusive, come gli Stati Uniti e l'Australia, e quelle in cui le resistenze all'assolutismo furono più
radicali, come Francia e Giappone, riuscirono a beneficiare delle nuove opportunità economiche,
avviando una rapida crescita. In questo senso, il consueto meccanismo di interazione tra congiunture
critiche e differenze istituzionali pregresse - che a sua volta indirizzò i paesi su diverse traiettorie
economiche e istituzionali - continuò a produrre i suoi effetti nel XIX secolo, questa volta con effetti
ancora più evidenti e decisivi sulla prosperità e la povertà delle nazioni.
9. L'arresto dello sviluppo
Spezie e genocidio
L'arcipelago delle Molucche, nell'attuale Indonesia, si compone di tre gruppi di isole. All'inizio
del XVII secolo, le Molucche settentrionali ospitavano i tre regni indipendenti di Tidore, Ternate e
Bacan. Quelle di mezzo erano la sede del regno di Ambon. A sud si trovavano le isole Banda, un
piccolo arcipelago non ancora unificato politicamente. Sebbene oggi ci sembrino lontanissime,
all'epoca le Molucche erano al centro del commercio mondiale in quanto uniche produttrici di tre
preziose spezie: chiodi di garofano, macis e noce moscata. Di queste, la noce moscata e il macis
crescevano esclusivamente sulle isole Banda. Gli abitanti dell'arcipelago meridionale producevano ed
esportavano queste rare piante aromatiche scambiandole con generi alimentari e manufatti provenienti
dall'isola di Giava, dal porto franco di Malacca nella penisola della Malesia, e da India, Cina e Arabia.
Il primo contatto degli abitanti con gli europei avvenne nel XVI secolo, con i navigatori
portoghesi venuti a comprare spezie. Prima di allora bisognava trasportarle in nave attraverso il Medio
Oriente, lungo le rotte commerciali controllate dall'Impero ottomano. Gli europei cercarono un
passaggio navigabile intorno all'Africa o attraverso l'Atlantico, per avere l'accesso diretto alle isole e
al commercio di spezie. Il Capo di Buona Speranza fu doppiato dal navigatore portoghese Bartolomeu
Dias nel 1488, e nel 1498 l'India fu raggiunta lungo la stessa rotta da Vasco da Gama. Per la prima
volta gli europei ebbero a loro disposizione una rotta indipendente verso le isole delle spezie.
I portoghesi si attivarono immediatamente per accaparrarsi il controllo del traffico di spezie, e
conquistarono Malacca nel 1511. Situata sullo strategico versante occidentale della penisola malese, i
mercanti di tutto il Sudest asiatico andavano a Malacca per vendere le loro spezie ai trafficanti indiani
cinesi e arabi che poi le trasportavano in Occidente. Come scrisse il viaggiatore portoghese Tomé Pires
nel 1515: "Gli scambi e il commercio tra le diverse nazioni per mille leghe in ogni direzione devono
passare da Malacca (...). Chiunque sia il signore di Malacca, egli tiene Venezia in pugno".
Avendo in pugno Malacca, i portoghesi cercarono sistematicamente di conquistare il monopolio
sul redditizio commercio delle spezie. Non ci riuscirono.
Gli avversari che dovettero affrontare non erano di poco conto. Fra il XIV e il XVI secolo ci fu
un notevole sviluppo economico nel Sudest asiatico, basato sul commercio di spezie. Città-stato come
Aceh, Banten, Malacca, Makassar, Pegu e Brunei si espansero rapidamente, producendo ed esportando
piante aromatiche e altri prodotti, come il legno massiccio.
Questi stati avevano forme di governo assolutiste simili a quelle vigenti in Europa nello stesso
periodo. Lo sviluppo delle istituzioni politiche era stato indotto da processi analoghi, tra cui le
innovazioni tecnologiche nella guerra e il commercio internazionale. Le istituzioni statali, il cui nucleo
era rappresentato da un re che rivendicava un potere assoluto, erano diventate più centralizzate. Al pari
dei governi dispotici europei, i sovrani del Sudest asiatico facevano forte affidamento sugli introiti del
commercio internazionale, praticandolo direttamente e concedendo monopoli alle élite locali ed estere.
Come nell'Europa assolutista, questo generava una certa crescita, ma si trattava di un complesso di
istituzioni economiche tutt'altro che ideale per la prosperità, con significative barriere all'ingresso e
diritti di proprietà precari per la maggior parte delle persone. In ogni caso, l'espansione del commercio
era in corso anche mentre i portoghesi cercavano di consolidare il proprio dominio sull'Oceano
Indiano.
Cartina 14. Sudest asiatico, isole delle spezie, Ambon e Banda nel 1600.
La presenza degli europei aumentò, e produsse un impatto molto più significativo, con l'arrivo
degli olandesi, i quali impiegarono poco tempo a capire che monopolizzare la fornitura delle preziose
spezie delle Molucche sarebbe stato ben più redditizio che competere con i mercanti della zona o di
altri paesi europei. Nel 1600, persuasero il re di Ambon a firmare un accordo di esclusiva, che conferì
loro il monopolio sul commercio dei chiodi di garofano nell'arcipelago. Con la fondazione della
Compagnia olandese delle Indie orientali nel 1602, i tentativi di accaparrarsi l'intero commercio delle
spezie ed eliminare i concorrenti, con le buone o con le cattive, presero una piega positiva per gli
olandesi e negativa per il Sudest asiatico. La Compagnia olandese delle Indie orientali fu la seconda
società per azioni europea dopo l'omonima Compagnia inglese, ed entrambe furono pietre miliari nello
sviluppo della moderna corporation, che in seguito avrebbe svolto un ruolo decisivo nella crescita
industriale europea. Fu anche la seconda impresa a disporre di un esercito tutto suo e del potere di
dichiarare guerra e colonizzare territori stranieri. Grazie al potere militare raggiunto dalla compagnia,
gli olandesi procedettero a eliminare ogni potenziale interferenza per far valere il loro trattato con il
sovrano di Ambon. Nel 1605, conquistarono una fortezza portoghese di cruciale importanza ed
eliminarono con la forza tutti gli altri commercianti. Quindi si espansero nelle Molucche settentrionali,
costringendo i sovrani di Tidore, Ternate e Bacan ad accettare il divieto di coltivare o trafficare chiodi
di garofano sui loro territori. Il trattato che imposero a Ternate autorizzava gli olandesi persino a
distruggere qualsiasi albero di chiodi di garofano si trovasse sull'isola.
Ambon era governata in modo analogo a gran parte dell'Europa e delle Americhe di quel
periodo. I suoi cittadini dovevano versare un tributo al sovrano ed erano soggetti al lavoro forzato. Gli
olandesi ereditarono e intensificarono tali metodi per "estrarre" più lavoro e più chiodi di garofano
dall'isola. Prima del loro arrivo, le famiglie più grandi versavano un tributo all'élite ambonese sotto
forma di chiodi di garofano. In seguito, gli olandesi ottennero che ogni famiglia fosse vincolata ai
propri terreni e dovesse coltivare un certo numero di alberi di chiodi di garofano. Le famiglie erano
inoltre obbligate a fornire lavoro forzato agli olandesi.
Gli olandesi assunsero anche il controllo delle isole Banda, questa volta con l'intenzione di
conquistare il monopolio sul macis e sulla noce moscata. Ma queste isole erano organizzate in modo
molto diverso da Ambon. Erano composte da molte piccole città-stato autonome e non esisteva alcuna
struttura politica o sociale di carattere gerarchico; piccoli stati, in realtà non più che villaggi, gestiti
attraverso riunioni periodiche di tutti gli abitanti. Non c'era alcuna autorità centrale che gli olandesi
potessero costringere a firmare un trattato di monopolio, né alcun sistema tributario di cui impadronirsi
per accaparrarsi l'intera fornitura di noce moscata e macis. All'inizio ciò significò che gli olandesi
dovevano competere con i mercanti inglesi, portoghesi, indiani e cinesi, e perdere le spezie se non
volevano pagare un prezzo elevato. I progetti iniziali di istituire un monopolio sul macis e sulla noce
moscata fallirono, e il governatore olandese di Batavia (l'antico nome di Giacarta), Jan Pieterszoon
Coen, studiò un piano alternativo. Nel 1618 Coen aveva fondato Batavia, sull'isola di Giava, come
nuova capitale della Compagnia olandese delle Indie orientali nel 1618. Nel 1621, si recò a Banda con
una flotta e massacrò quasi per intero la popolazione delle isole, probabilmente circa quindicimila
persone. I loro leader vennero giustiziati insieme a tutti gli altri, e solo poche persone furono lasciate in
vita, in un numero sufficiente per preservare il know-how necessario alla produzione delle spezie.
Portato a termine il genocidio, Coen creò la struttura politica ed economica necessaria per il suo piano:
una società basata sulle piantagioni. Le isole furono divise in sessantotto appezzamenti affidati ad
altrettanti olandesi, perlopiù dipendenti o ex dipendenti della Compagnia olandese delle Indie orientali.
I neoproprietari di piantagioni impararono come produrre le spezie dai pochi bandanesi sopravvissuti, e
poterono comprare schiavi dalla Compagnia perché popolassero le isole ormai disabitate e coltivassero
macis e noce moscata, che poi avrebbero dovuto vendere a prezzi fissati dalla Compagnia.
Le istituzioni estrattive create dagli olandesi sulle isole delle spezie sortirono gli effetti
desiderati, ma a Banda ciò avvenne a spese di quindicimila vite innocenti, e grazie alla fondazione di
un sistema di istituzioni politiche ed economiche che avrebbe condannato l'arcipelago al sottosviluppo.
Alla fine del XVII secolo, gli olandesi avevano ridotto l'offerta mondiale di queste spezie del 60 per
cento circa, e il prezzo della noce moscata era raddoppiato.
Gli olandesi estesero la strategia perfezionata nelle Molucche all'intera regione, con profonde
implicazioni per le istituzioni economiche e politiche nel resto del Sudest asiatico. La lunga espansione
commerciale di molti stati della regione, iniziata nel XIV secolo, cambiò di segno. Anche gli stati che
non furono direttamente colonizzati e annientati dalla Compagnia olandese si chiusero in sé stessi e
abbandonarono gli scambi internazionali. L'evoluzione economica e politica del Sudest asiatico fu
stroncata sul nascere.
Per scampare alla minaccia rappresentata dalla Compagnia, diversi stati smisero di coltivare
messi per l'esportazione, e cessarono ogni attività commerciale. Optare per l'autarchia era più sicuro
che affrontare gli olandesi. Nel 1620 lo stato di Banten, sull'isola di Giava, abbatté i propri alberi del
pepe nella speranza che ciò inducesse gli olandesi a lasciarlo in pace. Quando nel 1686 un mercante dei
Paesi Bassi visitò Maguindanao, nelle Filippine meridionali, gli fu detto: "La noce moscata e i chiodi di
garofano possono essere coltivati qui, proprio come a Malacca. Adesso non ce ne sono, perché il
vecchio raja li ha fatti abbattere tutti prima di morire. Temeva che la Compagnia olandese venisse a
combattere con loro per questo motivo". L'affermazione che un commerciante udì riguardo al re di
Maguindanao nel 1699 fu analoga: "Aveva proibito che si continuasse a piantare alberi del pepe per
non rischiare di essere coinvolto in una guerra contro la Compagnia o altri potentati". Ne conseguirono
una deurbanizzazione e perfino un calo della popolazione. Nel 1635, i birmani spostarono la loro
capitale da Pegu, sulla costa, ad Ava, a grande distanza dal mare lungo il corso del fiume Irrawaddy.
Non sappiamo quale sarebbe stato il percorso dello sviluppo economico e politico degli stati del
Sudest asiatico senza l'aggressione degli olandesi. Forse avrebbero instaurato una forma tutta loro di
assolutismo, o sarebbero rimasti nelle stesse condizioni in cui si trovavano alla fine del XVI secolo,
oppure avrebbero portato avanti il loro processo di commercializzazione adottando istituzioni sempre
più inclusive. Ma come nelle Molucche, il colonialismo olandese cambiò dalle fondamenta il sistema
economico e politico. Le popolazioni del Sudest asiatico smisero di scambiare beni con l'estero, si
chiusero in sé stesse e divennero più assolutiste. Nei due secoli successivi non sarebbero state nella
posizione di trarre vantaggio dalle innovazioni della rivoluzione industriale. E, alla fine, il loro ritiro
dal commercio internazionale non le avrebbe salvate dagli europei: al termine del XVIII secolo, quasi
tutte facevano parte dei loro imperi coloniali.
Nel settimo capitolo abbiamo visto che l'espansione europea nell'Atlantico alimentò
l'affermazione di istituzioni inclusive in Gran Bretagna. Ma come dimostra l'esperienza delle
Molucche sotto il dominio olandese, questa espansione gettò i semi del sottosviluppo in molti angoli
remoti del mondo, imponendo istituzioni estrattive o rafforzando ulteriormente quelle già esistenti.
Queste distrussero, a volte direttamente, altre indirettamente, la nascente attività industriale e
commerciale di gran parte del pianeta, oppure perpetuarono le istituzioni che bloccavano
l'industrializzazione. Insomma, mentre la rivoluzione industriale si diffondeva in alcune aree del
mondo, le regioni che facevano parte degli imperi coloniali europei non ebbero alcuna opportunità di
avvantaggiarsi delle nuove tecnologie.
Un'istituzione fin troppo consueta
Nel Sudest asiatico la diffusione del potere navale e commerciale europeo durante la prima
epoca moderna pose fine a un promettente periodo di espansione economica e di cambiamento
istituzionale. Proprio mentre la Compagnia olandese delle Indie orientali iniziava a dettar legge, un tipo
molto diverso di commercio si stava intensificando in Africa: la tratta degli schiavi.
Negli Stati Uniti, la schiavitù del Sud era spesso definita l'"istituzione peculiare". Ma
storicamente, come sottolineò il grande studioso dell'antichità Moses Finley, la schiavitù fu tutt'altro
che peculiare: fu presente in quasi tutte le società. Come abbiamo visto in precedenza, era endemica
nell'antica Roma e in Africa, il continente che per lungo tempo fu una fonte privilegiata di schiavi per
l'Europa, sebbene non l'unica.
Nell'epoca romana, gli schiavi provenivano dalle popolazioni slave intorno al Mar Nero, dal
Medio Oriente e anche dall'Europa settentrionale. Ma giunti al 1400, gli europei avevano ormai smesso
di ridursi reciprocamente in schiavitù. L'Africa invece - ne abbiamo parlato nel sesto capitolo - non
visse la transizione dalla schiavitù alla servitù della gleba come fece l'Europa medievale. Prima
dell'epoca moderna, c'era un'intensa tratta degli schiavi in Africa orientale, e moltissimi uomini in
catene furono trasportati attraverso il Sahara nella penisola arabica. Inoltre, i grandi stati medievali
dell'Africa occidentale - Mali, Ghana e Songhai - sfruttavano in modo considerevole degli schiavi in
ambito governativo, militare e agricolo, adottando i modelli organizzativi dei paesi musulmani del
Nordafrica con cui commerciavano.
A partire dall'inizio del XVII secolo, fu lo sviluppo delle colonie caraibiche, basate sulle
piantagioni di canna da zucchero, a provocare una drastica escalation della tratta internazionale di
schiavi e un incremento senza precedenti dell'importanza dello schiavismo all'interno dell'Africa
stessa. Nel XVI secolo, circa 300000 schiavi furono oggetto di scambio sull'Atlantico. Provenivano
soprattutto dall'Africa centrale, con un pesante coinvolgimento del Congo e dei portoghesi stanziati più
a sud, a Luanda, oggi capitale dell'Angola. In quel periodo, la tratta transahariana fu ancora più
ingente, tanto che probabilmente circa 550000 africani si spostarono verso nord ridotti in schiavitù. Nel
XVII secolo, la situazione si capovolse. Circa 1350000 africani furono venduti come schiavi
nell'ambito della tratta atlantica; in questa fase la maggioranza fu deportata nelle Americhe. Le cifre
relative alla tratta sahariana rimasero di fatto invariate. Il XVIII secolo vide un'altra impennata, con
circa 6 milioni di schiavi trasportati attraverso l'Atlantico e forse 700000 attraverso il Sahara.
Sommando le cifre relative ai diversi periodi e alle diverse zone dell'Africa, ben oltre 10 milioni di
africani furono trasferiti in nave al di fuori del continente come schiavi.
Cartina 15. Esportazione di schiavi dall'Africa.
La cartina 15 dà un'idea della portata della tratta. Utilizzando i moderni confini nazionali,
fornisce stime dell'entità complessiva della schiavitù tra il 1400 e il 1900 in percentuale sulla
popolazione esistente nel 1400. I colori più scuri indicano uno schiavismo più intenso. Per esempio in
Angola, Benin, Ghana e Togo le esportazioni complessive di schiavi ammontarono a un totale
superiore all'intera popolazione del paese nel 1400.
L'improvvisa apparizione, tutto intorno alle coste dell'Africa occidentale e centrale, di europei
ansiosi di comprare schiavi non avrebbe potuto che determinare una profonda trasformazione delle
società africane. Nella maggior parte dei casi, gli schiavi costretti a imbarcarsi per le Americhe erano
prigionieri di guerra poi trasportati sulle coste. L'aumento delle guerre fu alimentato da importazioni
smisurate di fucili e munizioni, che gli europei scambiavano con gli schiavi. Intorno al 1730, ogni anno
venivano importati circa 180000 fucili solo lungo le coste dell'Africa occidentale, e fra il 1750 e
l'inizio del XIX secolo i britannici da soli vendettero tra i 283000 e i 394000 fucili. Tra il 1750 e il
1807, gli stessi britannici esportarono la sbalorditiva quantità di 22000 tonnellate di polvere da sparo,
registrando una media intorno a 384000 chili annuali, oltre a 91000 chili di piombo all'anno. Più a sud,
il commercio era altrettanto intenso. Sulla costa di Loango, a nord del regno del Congo, gli europei
vendevano intorno ai 50000 fucili all'anno.
Non solo tutti questi conflitti e queste guerre causarono in Africa gravi perdite di vite umane e
sofferenze, ma misero anche in moto un percorso di sviluppo istituzionale caratteristico. Prima dell'era
moderna, le società africane erano politicamente meno centralizzate di quelle dell'Eurasia. La maggior
parte delle entità politiche era di piccole dimensioni, con un capotribù o magari un re a esercitare il
controllo su terra e risorse. In molte, come abbiamo spiegato per la Somalia, il potere politico non
aveva alcuna struttura gerarchica. La tratta degli schiavi diede l'avvio a due infausti processi politici. In
primo luogo, all'inizio molte forme di governo divennero assolutiste, organizzate sulla base di un unico
obiettivo: ridurre molte persone in schiavitù e venderle agli schiavisti europei. In secondo luogo, come
esito paradossalmente di segno opposto rispetto al primo processo, le guerre e lo schiavismo finirono
per distruggere ogni ordine e ogni autorità statale legittima esistenti nell'Africa subsahariana. Guerra a
parte, gli schiavi venivano rapiti e catturati con dei raid su scala ridotta. Anche la legge divenne uno
strumento per ridurre in schiavitù. A prescindere dal crimine commesso, la pena era la schiavitù. Il
mercante inglese Francis Moore ne osservò le conseguenze lungo le coste del Senegambia, nell'Africa
occidentale, negli anni trenta del Settecento:
Da quando si fa ricorso a questa tratta degli schiavi, tutte le pene sono trasformate in schiavitù;
essendoci un vantaggio a fronte di tali condanne, perseguono i crimini con grande determinazione, per
ottenere il beneficio di vendere il criminale. Non solo l'omicidio, il furto e l'adulterio, sono puniti
vendendo il criminale come schiavo, ma qualunque caso anche di scarso rilievo è punito nello stesso
modo.
Le istituzioni, persino quelle religiose, furono snaturate dal desiderio di catturare e vendere
schiavi. Un esempio è il noto oracolo di Arochukwua, nella Nigeria orientale. C'era la convinzione
diffusa che l'oracolo parlasse per conto di un'importante divinità, venerata nella regione dai maggiori
gruppi etnici locali, gli ijaw, gli ibibio e gli igbo. L'oracolo veniva consultato per risolvere controversie
e giudicare in caso di disaccordi. Le parti in causa che si recavano ad Arochukwua per interrogare
l'oracolo dovevano scendere dalla città in una gola sul fiume Cross, dove egli risiedeva in un'alta
caverna, di fronte a cui c'era una fila di teschi umani. I sacerdoti dell'oracolo, in combutta con
schiavisti e mercanti aro, comunicavano la sua decisione. Spesso ciò implicava che qualcuno fosse
"ingoiato" dall'oracolo, ossia che in realtà, dopo aver attraversato la caverna, venisse portato via lungo
il fiume Cross, dove lo attendevano le navi degli europei. Questo meccanismo per cui tutte le leggi e le
usanze venivano distorte e violate per catturare sempre più schiavi ebbe effetti devastanti sulla
centralizzazione politica, anche se in alcuni luoghi portò all'ascesa di potenti stati, la cui principale
ragion d'essere era condurre raid e schiavizzare. Lo stesso regno del Congo fu probabilmente il primo
stato africano a subire una metamorfosi in senso schiavistico, finché non venne distrutto da una guerra
civile. Altri stati schiavisti emersero perlopiù nell'Africa occidentale e compresero Oyo in Nigeria,
Dahomey nel Benin e in seguito Ashanti nel Ghana.
L'espansione dello stato di Oyo a metà del XVII secolo, per esempio, è direttamente correlata
alla crescita delle esportazioni di schiavi sulla costa. Il potere di questo stato fu il risultato di una
rivoluzione militare, che implicò l'importazione di cavalli dal nord e la nascita di una potente
cavalleria, in grado di decimare gli eserciti nemici. Mano a mano che Oyo si espanse a sud verso la
costa, annientò gli stati che trovò sul proprio cammino e trafficò molti dei loro abitanti come schiavi.
Nel periodo tra il 1690 e il 1740, Oyo consolidò nell'entroterra il monopolio su quella che prese il
nome di Costa degli schiavi. Si stima che l'80-90 per cento delle vendite di schiavi su quelle sponde sia
scaturito da tali conquiste. Un'analoga, marcata correlazione fra la guerra e la fornitura di schiavi
emerse più a ovest, nel XVIII secolo, sulla Costa d'oro, l'area che oggi corrisponde al Ghana. Nel
Settecento, lo stato di Ashanti si estese fino all'entroterra, proprio come aveva fatto Oyo in precedenza.
Nella prima metà del XVIII secolo, tale espansione fece scoppiare le cosiddette guerre degli Akan, che
dilagarono via via che Ashanti sconfiggeva uno stato indipendente dopo l'altro. L'ultimo, Gyaman, fu
conquistato nel 1747. Gran parte dei 375000 schiavi esportati dalla Costa d'oro fra il 1700 e il 1750
erano prigionieri catturati in queste guerre.
Probabilmente, l'effetto più evidente di questo enorme prelievo estrattivo di esseri umani fu di
carattere demografico. È difficile sapere con certezza a quanto ammontasse la popolazione dell'Africa
prima dell'era moderna, ma gli studiosi hanno elaborato diverse stime plausibili dell'impatto
demografico della tratta degli schiavi. Lo storico Patrick Manning ritiene che la popolazione delle aree
dell'Africa occidentale e centro-occidentale che fornirono schiavi da esportare si aggirasse intorno ai
22-25 milioni all'inizio del XVIII secolo. Assumendo con una certa prudenza che, senza la tratta degli
schiavi, nel XVIII e all'inizio del XIX secolo tali aree avrebbero registrato un tasso di crescita
demografica di circa mezzo punto percentuale all'anno, Manning ha stimato che gli abitanti della
regione nel 1850 avrebbero dovuto essere almeno 46-53 milioni. In realtà ammontavano a circa la
metà.
Questo enorme scarto fu dovuto non solo agli 8 milioni circa di persone "esportate" in catene
dalla regione tra il 1700 e il 1850, ma anche ai milioni di individui probabilmente uccisi dalle continue
guerre interne mirate alla cattura di schiavi. Lo schiavismo e la tratta in Africa travolsero inolre la
struttura familiare e matrimoniale, ed è anche possibile che abbiano ridotto la fertilità.
A partire dal tardo Settecento, in Gran Bretagna, iniziò a prendere slancio un forte movimento
in favore dell'abolizione della tratta degli schiavi, capeggiato dalla carismatica figura di William
Wilberforce. Dopo ripetuti insuccessi, nel 1807 gli abolizionisti persuasero il Parlamento inglese ad
approvare una legge che rese illegale il traffico di esseri umani. Gli Stati Uniti fecero seguito con una
misura analoga l'anno successivo. Ma il governo britannico fece ancora di più per stroncare la tratta:
cercò attivamente di applicare questa misura facendo stazionare una piccola flotta nell'Atlantico.
Anche se ci volle un po' di tempo perché le misure si dimostrassero veramente efficaci, e si dovette
giungere al 1834 perché la schiavitù fosse abolita nell'Impero britannico, i giorni della tratta atlantica,
di gran lunga la parte più rilevante del traffico di esseri umani, erano ormai contati.
Nonostante la fine della tratta, dopo il 1807, riducesse la domanda estera di schiavi dall'Africa,
ciò non significa che l'impatto della schiavitù sulle società e sulle istituzioni africane si fosse dissolto
come per magia. Molti stati africani erano ormai organizzati sulla base dello schiavismo, e i britannici,
ponendo fine alla tratta, non cambiarono questa realtà. Inoltre la schiavitù si era profondamente diffusa
all'interno della stessa Africa. Questi fattori finirono per segnare il percorso dello sviluppo nel
continente nero non solo prima, ma anche dopo il 1807.
Allo schiavismo subentrò il "commercio legittimo", un'espressione coniata per l'esportazione
dall'Africa di nuovi beni d'uso comune non legati alla tratta. Tali prodotti comprendevano olio e
noccioli di palma, arachidi, avorio, caucciù e gomma arabica. Man mano che i redditi europei e
nordamericani crescevano grazie alla rivoluzione industriale, la domanda di molti di questi prodotti
tropicali aumentò nettamente. Così come si erano aggressivamente avvantaggiate delle opportunità
economiche offerte dal commercio di esseri umani, le società africane fecero lo stesso con il
commercio legittimo. Lo fecero però in un contesto peculiare, in cui lo schiavismo era ormai uno stile
di vita, ma la domanda estera di schiavi si era improvvisamente prosciugata. Che cosa avrebbero
dovuto fare tutti quegli schiavi che non potevano più essere venduti agli europei? La risposta è
semplice: potevano essere proficuamente obbligati a lavorare in Africa, producendo i nuovi beni del
commercio legittimo.
Uno degli esempi meglio documentati si verificò nell'Ashanti, nell'odierno Ghana. Prima del
1807, l'Impero ashanti era stato pesantemente coinvolto nella cattura e nell'esportazione di schiavi,
trasportati sulla costa per essere venduti ai grandi castelli della tratta di Cape Coast ed Elmina. Dopo il
1807, svanita questa possibilità, l'élite politica di Ashanti riorganizzò la propria economia. Ma lo
schiavismo e la schiavitù non finirono. Piuttosto, gli schiavi furono impiegati in grandi piantagioni,
inizialmente attorno alla capitale Kumasi, poi in tutto il resto dell'impero (corrispondente a gran parte
dell'entroterra del Ghana). Venivano impiegati nella produzione di oro e noci di cola da esportare, ma
anche nella coltivazione di grandi quantità di derrate alimentari, ed erano sfruttati intensivamente come
uomini di fatica, poiché gli ashanti non usavano mezzi di trasporto a ruote. Più a est ci si adeguò in
modo analogo. A Dahomey, per esempio, il re possedeva grandi piantagioni di palme da olio vicino ai
porti costieri di Ouidah e Porto Novo, interamente basate sul lavoro degli schiavi.
Così l'abolizione della tratta, invece di eliminare progressivamente lo schiavismo in Africa, si
limitò a indurre una ricollocazione degli schiavi, che in questa nuova fase vennero impiegati in Africa
invece che nelle Americhe. Oltre a ciò, molte istituzioni politiche sorte dal traffico di esseri umani nei
due secoli precedenti rimasero inalterate, e i comportamenti si consolidarono. In Nigeria, per esempio,
negli anni venti e trenta dell'Ottocento il regno di Oyo, un tempo assai potente, crollò, disgregato dalle
guerre civili e dall'ascesa di città-stato yoruba come Ilorin e Ibadan, direttamente coinvolte nella tratta
degli schiavi, a sud del suo territorio. Negli anni trenta, la capitale di Oyo fu saccheggiata, e in seguito
le città yoruba ebbero uno scontro di potere con Dahomey per ottenere il dominio sulla regione. Nella
prima metà del secolo combatterono una serie quasi ininterrotta di conflitti, che generarono un'enorme
disponibilità di schiavi. A ciò si accompagnarono i consueti episodi di rapimenti, condanne oracolari e
raid locali. I rapimenti erano un problema così grave in alcune zone della Nigeria che i genitori non
lasciavano giocare i figli all'aperto per paura che fossero catturati e venduti come schiavi.
Di conseguenza, sembra che lo schiavismo, invece di declinare, si sia espanso in Africa per
tutto il XIX secolo. Nonostante sia difficile trovare cifre esatte, diversi resoconti scritti da viaggiatori e
mercanti di quel periodo - consultabili ancora oggi - suggeriscono che nei regni dell'Africa occidentale
di Ashanti e Dahomey e nelle città-stato yoruba ben oltre la metà della popolazione fosse in schiavitù.
Le prime cronache coloniali francesi sul Sudan occidentale - un'ampia porzione dell'Africa
occidentale che si estendeva dal Senegal fino al Niger e al Ciad, attraverso il Mali e il Burkina Faso -
offrono dati più precisi. In questa regione, nel 1900 il 30 per cento della popolazione era ridotta in
schiavitù.
Proprio come era avvenuto con l'affermazione del commercio legittimo, l'avvento, dopo la
corsa all'Africa, della colonizzazione formale non riuscì a debellare lo schiavismo. Anche se gran parte
della penetrazione europea nel continente nero si giustificò con la necessità di combattere e abolire la
schiavitù, la realtà è un'altra: nella maggior parte delle zone dell'Africa coloniale, lo schiavismo
continuò fino a buona parte del XX secolo. Nella Sierra Leone, per esempio, fu solo nel 1928 che la
schiavitù venne definitivamente abolita, benché la capitale Freetown fosse stata istituita già alla fine del
XVIII secolo come rifugio per gli schiavi rimpatriati dalle Americhe. Era allora divenuta un'importante
base per la brigata antischiavista britannica, oltre che la nuova casa degli schiavi liberati soccorsi a
bordo delle navi negriere catturate dalla Royal Navy. Malgrado il valore simbolico di questa vicenda,
lo schiavismo resisté nella Sierra Leone per altri 130 anni. Analogamente, la Liberia, confinante a sud
con la Sierra Leone, fu fondata perché vi si insediassero gli schiavi americani liberati negli anni
quaranta dell'Ottocento. Eppure, anche qui, lo schiavismo durò fino al XX secolo; ancora negli anni
sessanta si stimò che un quarto degli occupati fosse costretto in condizioni di vita e di lavoro prossime
alla schiavitù. A causa delle istituzioni politiche ed economiche estrattive basate sulla tratta degli
schiavi, l'industrializzazione non si diffuse all'Africa subsahariana, che rimase stagnante o sperimentò
addirittura un peggioramento, mentre altre parti del mondo trasformavano le proprie economie.
La creazione di un'economia dualistica
Il paradigma dell'"economia dualistica", proposto per la prima volta nel 1955 da Sir Arthur
Lewis, influenza tuttora il modo in cui la maggior parte degli scienziati sociali guarda ai problemi
economici dei paesi meno sviluppati. Secondo Lewis, molte economie meno sviluppate o
sottosviluppate hanno una struttura dualistica, e sono divise in un settore moderno e in uno tradizionale.
Il settore moderno, che corrisponde alla parte più sviluppata dell'economia, è associato alla vita urbana,
all'industria moderna e all'uso di tecnologie avanzate. Il settore tradizionale è invece associato alla vita
rurale, all'agricoltura e a istituzioni e tecnologie "arretrate". Tra le istituzioni agricole arretrate c'è la
proprietà collettiva della terra, che implica l'assenza dei diritti di proprietà privata. Nel settore
tradizionale il lavoro era organizzato in modo così inefficiente, secondo Lewis, che era possibile
ricollocarlo nel settore moderno senza ridurre la capacità di produrre beni del settore rurale. Per intere
generazioni di economisti dello sviluppo che si sono basati sulle intuizioni di Lewis, il "problema dello
sviluppo" ha finito per coincidere con il trasferimento di persone e risorse dal settore tradizionale,
l'agricoltura e le campagne, al settore moderno, l'industria e le città. Nel 1979 Lewis ricevette il
premio Nobel per il suo lavoro sullo sviluppo economico.
Lewis e gli economisti dello sviluppo che si sono basati sul suo lavoro avevano indubbiamente
ragione a identificare economie dualistiche nei paesi arretrati. Il Sudafrica è uno degli esempi più
chiari, diviso com'era in un settore tradizionale, primitivo e povero, e uno moderno, vitale e prospero.
Anche oggi l'economia dualistica individuata da Lewis è presente ovunque in Sudafrica. Uno dei modi
più chiari per riscontrarlo è attraversare in automobile il confine tra lo stato del KwaZulu-Natal, già
Natal, e lo stato del Transkei. Il confine segue il fiume Grande Kei. A est del fiume, nel Natal, lungo la
costa, si trovano ricche proprietà immobiliari, affacciate su ampie distese di magnifiche spiagge
sabbiose. L'entroterra è coperto di verdi piantagioni lussureggianti di canna da zucchero. Le strade
sono splendide, l'intera zona trasuda prosperità. Al di là del fiume, è come se ci si trovasse in un'epoca
diversa e in un paese diverso. L'area è perlopiù devastata. La terra non è verde, ma marrone, e
abbondantemente disboscata. Invece che in opulente case moderne dotate di acqua corrente, toilette e
tutti i comfort, le persone vivono in capanne di fortuna e cucinano su fuochi improvvisati. La vita è
senza dubbio tradizionale, ben lontana dall'esistenza moderna a est del fiume. A questo punto non
sorprenderà che tali differenze siano correlate alle significative differenze tra le istituzioni economiche
esistenti sulle due rive del fiume.
A est, nel Natal, abbiamo diritti di proprietà privata, sistemi legali funzionanti, mercati,
agricoltura commerciale e industria. A ovest, il Transkei ha conosciuto fino a poco tempo fa la
proprietà collettiva della terra e onnipotenti capitribù tradizionali. Visto attraverso la lente della teoria
dell'economia dualistica di Lewis, il contrasto fra il Transkei e il Natal spiega i problemi dello sviluppo
africano. In realtà, possiamo andare oltre e osservare che, storicamente, l'intera Africa è stata come il
Transkei, povera, con istituzioni economiche premoderne, tecnologie arretrate e governata da capitribù.
Secondo questa prospettiva, dunque, lo sviluppo economico dovrebbe semplicemente tradursi nel fare
in modo che il Transkei si trasformi nel Natal.
In questa visione c'è del vero, ma essa non coglie appieno la logica di come l'economia
dualistica abbia preso forma, né il suo rapporto con l'economia moderna. L'arretratezza del Transkei
non è solo un residuo storico della naturale arretratezza dell'Africa. L'economia dualistica fra il
Transkei e il Natal è infatti piuttosto recente, e tutto fuorché naturale. Fu creata dalle élite bianche
sudafricane per dar vita a un bacino di forza lavoro a basso costo per le loro imprese e ridurre la
concorrenza degli africani neri. L'economia dualistica è un altro esempio di sottosviluppo creato, non
di sottosviluppo emerso spontaneamente e durato nei secoli.
Il Sudafrica e il Botswana, come vedremo più avanti, scamparono a gran parte degli effetti
negativi della tratta degli schiavi e delle guerre che questa provocò. La prima interazione di rilievo dei
sudafricani con gli europei avvenne quando la Compagnia olandese delle Indie orientali istituì una base
a Table Bay, oggi il porto di Città del Capo, nel 1652. In quell'epoca, la parte occidentale del Sudafrica
era scarsamente abitata, perlopiù da cacciatori-raccoglitori chiamati khoikhoi. Più a est, in quelli che
oggi sono il Ciskei e il Transkei, c'erano società locali ad alta densità di popolazione, specializzate
nell'agricoltura. All'inizio non interagirono molto con la nuova colonia olandese, né furono coinvolti
nello schiavismo. La costa sudafricana era molto distante dai mercati degli schiavi e gli abitanti di
Ciskei e Transkei, noti come xhosa, vivevano nell'entroterra, abbastanza lontani da non attirare
l'attenzione di nessuno. Di conseguenza, queste società non notarono l'impatto di molte delle correnti
avverse che colpirono l'Africa occidentale e centrale.
L'isolamento di questi luoghi cambiò nel XIX secolo. Gli europei trovavano qualcosa di molto
attraente nel clima e nei fattori ambientali del Sudafrica. A differenza dell'Africa occidentale, per
esempio, il Sudafrica aveva un clima temperato privo di quelle malattie tropicali, come la malaria e la
febbre gialla, che avevano trasformato gran parte dell'Africa nel "cimitero dell'uomo bianco", e
impedito agli europei di stabilirsi o anche solo di costituire presidi permanenti. Il Sudafrica era un
candidato assai migliore all'insediamento europeo. L'espansione europea nell'entroterra ebbe inizio
poco dopo che i britannici sottrassero Città del Capo agli olandesi durante le guerre napoleoniche. Ciò
scatenò una lunga serie di guerre contro gli xhosa, via via che la frontiera coloniale si spostava verso
l'interno. La penetrazione nel territorio sudafricano si intensificò nel 1835, quando i restanti europei di
origine olandese, poi noti come afrikaner o boeri, intrapresero la loro famosa migrazione di massa,
conosciuta con il nome di Grande Trek, per sfuggire al dominio britannico sulla costa e nell'area di
Città del Capo. In seguito gli afrikaner fondarono due stati indipendenti nell'entroterra dell'Africa, lo
Stato libero dell'Orange e il Transvaal.
La fase successiva dello sviluppo sudafricano giunse con la scoperta di vasti giacimenti di
diamanti a Kimberley, nel 1867, e di ricche miniere d'oro a Johannesburg nel 1886. Questo enorme
patrimonio minerario dell'entroterra convinse immediatamente i britannici a estendere il loro controllo
sull'intero Sudafrica. Le resistenze dello Stato libero dell'Orange e del Transvaal portarono, nel
1880-1881 e nel 1899-1902, alle famose guerre boere. Dopo un'inattesa sconfitta iniziale, i britannici
riuscirono a riunire gli stati afrikaner con la provincia del Capo e il Natal, per fondare nel 1910
l'Unione del Sudafrica. Oltre alle lotte fra afrikaner e britannici, i progressi dell'economia mineraria e
l'espansione delle colonie europee ebbero altre implicazioni per lo sviluppo dell'area. In particolare,
generarono una domanda di generi alimentari e altri prodotti agricoli, e crearono nuove opportunità
economiche per i nativi africani, sia nell'agricoltura che nel commercio.
Gli xhosa, nel Ciskei e nel Transkei, reagirono prontamente a queste opportunità economiche,
come ha documentato lo storico Colin Bundy. Già nel 1832, ancor prima del boom minerario, un
missionario moravo nel Transkei notò il nuovo dinamismo economico di queste aree e registrò la
domanda da parte degli africani dei nuovi beni di consumo che l'espansione europea aveva iniziato a
far conoscere loro. Scrisse: "Per ottenere questi oggetti, cercano (...) di ricevere denaro tramite il
lavoro manuale e acquistano abiti, vanghe, aratri, carri e altri articoli utili".
La descrizione di una visita del 1876 a Fingoland (nel Ciskei), firmata dal commissario civile
John Hemming, è altrettanto rivelatrice. Hemming scrisse di essere rimasto
colpito dai grandissimi progressi fatti dai fingo in pochi anni (...). Ovunque sia andato, ho
trovato capanne solide e casamenti di pietra o di mattoni. In molti casi, erano state erette solide case in
mattoni (...) ed erano stati piantati alberi da frutta; ogniqualvolta un corso d'acqua si era reso
disponibile, era stato usato per realizzare canali, e il suolo era stato coltivato sin dove poteva essere
irrigato; le falde delle colline e persino le cime delle montagne erano coltivate ovunque si potesse
affondare un aratro. L'estensione della terra riconvertita mi ha sorpreso: non vedevo una così vasta area
di terra coltivata da anni.
Come in altre zone dell'Africa subsahariana, l'uso dell'aratro era una novità nell'agricoltura,
ma quando ne ebbero l'opportunità, i contadini africani sembrarono assolutamente pronti ad adottare
questa tecnologia. Erano anche preparati a investire in carri e opere di irrigazione.
Man mano che l'economia agricola si sviluppava, le rigide istituzioni tribali cominciarono a
cedere il passo. Molte prove testimoniano che i diritti di proprietà della terra variarono. Nel 1879, il
magistrato di Umzimkulu nel Griqualand Est (Transkei), rilevò "il crescente desiderio degli indigeni di
diventare proprietari terrieri - hanno comprato più di 15000 ettari". Tre anni dopo riportò che nel
distretto circa 8000 agricoltori africani avevano comprato e iniziato a lavorare più di 37000 ettari di
terra.
L'Africa non era certo alle soglie di una rivoluzione industriale, ma stava avvenendo un reale
cambiamento. La proprietà privata della terra aveva indebolito i capitribù e messo uomini nuovi nelle
condizioni di acquistare terre e arricchirsi, cosa impensabile solo qualche decennio prima. Ciò dimostra
anche con quanta rapidità l'indebolimento delle istituzioni estrattive e dei sistemi di controllo
assolutisti possa condurre a un inedito dinamismo economico. Uno dei casi di successo fu quello di
Stephen Sonjica nel Ciskei, un agricoltore che si era fatto da sé partendo da una condizione di povertà.
Durante un discorso, nel 1911, Sonjica fece notare che quando aveva espresso per la prima volta al
padre il desiderio di comprare della terra, questi gli aveva risposto: "Comprare terra? Com'è possibile
che tu voglia comprare della terra? Non sai che tutta la terra è di Dio, e che Dio l'ha assegnata
unicamente ai capitribù?". La reazione del padre era comprensibile. Ma Sonjica non si lasciò
dissuadere. Trovò lavoro a King William's Town e spiegò:
Aprii astutamente un conto bancario privato in cui trasferivo una parte dei miei risparmi (...).
Ciò è durato solo fino a quando misi da parte 80 sterline (...). [Comprai] una coppia di buoi con giogo,
bardatura, aratro e il resto dell'armamentario agricolo (...). Adesso ho comprato una piccola tenuta
(...). Non potrei mai raccomandare a sufficienza [l'agricoltura] come professione a un mio simile (...).
Dovrebbero però adottare metodi moderni per realizzare un profitto.
Una prova straordinaria a supporto del dinamismo economico e della prosperità degli agricoltori
africani in questo periodo è rivelata in una lettera spedita nel 1869 da un missionario metodista, W.J.
Davis. Scrivendo all'Inghilterra, annotò con piacere di aver raccolto 46 sterline in contanti "per il
Fondo di soccorso cotonieri del Lancashire". In quest'epoca gli agiati coltivatori africani facevano
donazioni per aiutare i poveri lavoratori tessili inglesi!
Questo nuovo dinamismo economico - non è una sorpresa - non piacque ai capitribù che,
seguendo uno schema ormai familiare, ebbero la sensazione che potesse erodere la loro ricchezza e il
loro potere. Nel 1879, Matthew Blyth, il capo magistrato del Transkei, osservò che c'erano resistenze
al censimento della terra, che aveva lo scopo di ripartirla in una serie di proprietà private. Riportò:
"Alcuni dei capitribù (...) hanno obiettato, ma la maggioranza delle persone ha gradito (...). I capitribù
credono che la cessione di titoli di proprietà individuali annienterà l'influenza di cui godono tra i
notabili".
I capitribù si opposero anche a qualunque miglioria apportata ai terreni, come la realizzazione
di canali d'irrigazione o di recinzioni. Si rendevano conto che tali migliorie sarebbero state il preludio
ai diritti individuali di proprietà della terra, che per loro avrebbero rappresentavano l'inizio della fine.
Alcuni osservatori europei riferirono che i capitribù e altre autorità tradizionali, come gli sciamani,
cercarono di proibire tutti i "costumi europei", che comprendevano nuove colture, attrezzi come
l'aratro e vari oggetti di scambio. Ma l'integrazione del Ciskei e del Transkei nello stato coloniale
britannico indebolì il potere dei capitribù e delle autorità tradizionali, e la loro resistenza non sarebbe
bastata a bloccare il nuovo dinamismo economico del Sudafrica. A Fingoland, nel 1884, un osservatore
europeo registrò che la popolazione aveva
trasferito la sua fedeltà su di noi. I loro capitribù si sono trasformati in una sorta di nobiltà
terriera (...) senza alcun potere politico. Non più timoroso della gelosia del capotribù o dell'arma letale
(...) dello sciamano, che osteggia il ricco proprietario di bestiame, l'abile consigliere, l'introduzione di
nuove usanze, l'agronomo esperto, riducendo tutti loro a un livello uniforme di mediocrità - non
avendo più paura di tutto ciò, il membro del clan fingo (...) è un uomo progressista. Pur rimanendo un
contadino (...) possiede carri e aratri; apre solchi idrici per l'irrigazione; è proprietario di un gregge di
pecore.
Anche solo un minimo di istituzioni inclusive, unito all'erosione del potere dei capitribù e dei
vincoli da loro imposti, bastò a innescare un robusto boom economico africano. Purtroppo, avrebbe
avuto vita breve. Tra il 1890 e il 1913 fu interrotto da un brusco rovesciamento. In questo periodo, due
forze operarono per distruggere la prosperità rurale e il dinamismo che gli africani avevano creato nei
cinquant'anni precedenti. La prima fu l'antagonismo degli agricoltori europei in concorrenza con gli
africani. I coltivatori africani affermati spingevano al ribasso il prezzo delle messi prodotte anche nel
Vecchio continente. La reazione degli europei fu di far fallire gli africani. Il secondo processo fu ancora
più bieco. Gli europei volevano una forza lavoro a buon mercato da impiegare nella sempre più fiorente
economia mineraria, e potevano garantirsela solo impoverendo gli africani. Questo obiettivo fu
perseguito metodicamente per vari decenni a seguire.
La testimonianza fornita nel 1897 da George Albu, presidente dell'associazione mineraria, a
una commissione d'inchiesta, descrive in modo emblematico la logica per cui, per ottenere manodopera
a basso prezzo dagli africani, occorreva farli impoverire. Albu spiegò che aveva proposto di ridurre il
costo del lavoro "semplicemente dicendo ai ragazzi che il loro salario verrà decurtato". Egli testimonia:
COMMISSIONE: Immagini che i kaffir* si ritirino nel loro recinto. Lei sarebbe favorevole a
chiedere al Governo di forzarli al lavoro?
ALBU: Certamente... Lo renderei obbligatorio... Perché un negro dovrebbe avere il permesso
di non far nulla? Penso che un kaffir dovrebbe essere costretto a lavorare per guadagnarsi da vivere.
COMMISSIONE: Se un uomo è in grado di vivere senza lavorare, come lo si può forzare al
lavoro?
ALBU: Tassatelo, allora...
COMMISSIONE: Dunque lei non permetterebbe al kaffir di possedere della terra in campagna;
deve invece lavorare per l'uomo bianco per farlo arricchire?
ALBU: Deve svolgere la sua parte di lavoro aiutando i suoi vicini.
Entrambi gli obiettivi, eliminare la concorrenza per gli agricoltori bianchi e sviluppare
un'ampia forza lavoro a basso costo, furono raggiunti grazie al Natives Land Act del 1913. La legge,
anticipando il concetto di economia dualistica di Lewis, suddivise il Sudafrica in due: una parte
prospera e moderna, un'altra povera e tradizionale. Se non fosse che era la legge stessa, in realtà, a
creare la prosperità e la povertà, stabilendo che l'87 per cento della terra dovesse essere data agli
europei, i quali rappresentavano intorno al 20 per cento della popolazione. Il restante 13 per cento era
destinato agli africani. Il Land Act aveva molti precedenti, naturalmente, poiché passo a passo gli
europei avevano confinato gli africani in riserve sempre più piccole. Ma fu la legge del 1913 a
istituzionalizzare la situazione in modo definitivo e a preparare il terreno al regime sudafricano
dell'apartheid, con la minoranza bianca in possesso sia dei diritti politici che di quelli economici, e la
maggioranza nera esclusa da entrambi. La legge specificava che numerose riserve di terra, Transkei e
Ciskei compresi, dovessero diventare homelands (terre natie) africane. In seguito avrebbero preso il
nome di Bantustan, un altro esempio della retorica di regime sudafricano dell'apartheid, poiché
implicava che le popolazioni dell'Africa meridionale non fossero native della zona, ma discendenti dei
bantu emigrati dalla Nigeria orientale un migliaio di anni prima. Rispetto ai colonizzatori europei non
avevano nessun diritto in più di possedere la terra - in pratica, ovviamente, ne avevano di meno.
Cartina 16. Quantità di terre distribuite agli africani dai regimi della minoranza bianca in
Sudafrica e Zimbabwe.
La cartina 16 mostra l'irrisoria quantità di terra assegnata agli africani dal Land Act del 1913 e
dalla legge che lo sostituì nel 1936. Riporta inoltre informazioni del 1970 sulla misura di un'analoga
distribuzione della terra, che si verificò durante l'affermazione di un'altra economia dualistica nello
Zimbabwe. Ce ne occuperemo nel tredicesimo capitolo.
La legge del 1913 comprendeva inoltre una serie di clausole volte a impedire ai contadini e agli
abusivi di pelle nera di coltivare la terra posseduta da uomini bianchi con qualunque mansione tranne
quella di mezzadri. Come spiegò il ministro dei Rapporti con gli indigeni: "L'effetto della legge è stato
quello di bloccare, per il futuro, tutte le transazioni in qualche modo assimilabili a una collaborazione
tra europei e indigeni rispetto alla terra o ai suoi frutti. Tutti i nuovi contratti con gli indigeni devono
essere contratti di servizio. Posto che esista un accordo valido di questa natura, nulla impedisce a un
datore di lavoro di pagare un indigeno in natura, o sotto forma del privilegio di coltivare un
appezzamento di terra ben definito (...). Ma in cambio del diritto di occupare la terra l'indigeno non
può pagare nulla al padrone".
Agli economisti dello sviluppo che visitarono il Sudafrica negli anni cinquanta e sessanta,
mentre la disciplina accademica stava prendendo forma e le idee di Arthur Lewis si andavano
diffondendo, il contrasto fra le homelands e la ricca economia bianca ed europea sembrò esattamente
quello di cui parlava la teoria dell'economia dualistica. La parte europea dell'economia era urbana,
istruita e impiegava tecnologie moderne. Le homelands erano povere, rurali e quasi primitive; al loro
interno il lavoro era molto improduttivo e le persone analfabete. Sembrava l'essenza dell'Africa
arretrata, fuori dal tempo.
Eppure l'economia dualistica non era né naturale né inevitabile. Era stata creata dal
colonialismo europeo. Sì, le homelands erano indigenti, tecnologicamente arretrate e le persone
analfabete. Ma tutto ciò era una conseguenza della politica governativa, che aveva stroncato
coercitivamente la crescita economica e creato quel bacino di forza lavoro africana, analfabeta e
sottopagata, da impiegare nelle miniere e nelle terre controllate dagli europei. Dopo il 1913, moltissimi
africani furono sfrattati dalle proprie terre - di cui si impadronirono i bianchi - e stipati nelle
homelands, che avevano un'estensione troppo ridotta per permettere loro di guadagnarsi da vivere in
modo indipendente. Come previsto dagli europei, dunque, si videro costretti a cercare di mantenersi
nell'ambito dell'economia dei bianchi, fornendo il proprio lavoro a basso costo. Venuti a mancare gli
incentivi economici, rispetto ai progressi dei cinquant'anni precedenti, si seguì un percorso inverso. La
gente mise da parte gli aratri e tornò a coltivare con la zappa, sempre che continuasse a dedicarsi
all'agricoltura. Più frequentemente si limitò a mettersi a disposizione come manodopera a basso costo:
le homelands erano state concepite proprio per questo.
Non furono solo gli incentivi economici a essere distrutti. Anche i cambiamenti politici in atto
furono interrotti e invertiti di segno. Il potere dei capitribù e dei governanti tradizionali, che prima era
in declino, fu rafforzato, poiché tra le componenti del progetto per ottenere forza lavoro a basso costo
c'era l'eliminazione della proprietà privata fondiaria. Così il controllo dei capitribù sulla terra fu
riaffermato. Queste misure raggiunsero il culmine nel 1951, quando il governo approvò il Bantu
Authorities Act. Già nel 1940, G. Findlay aveva perfettamente identificato la questione:
La proprietà della terra da parte delle tribù garantisce che essa non sarà mai coltivata
correttamente e non apparterrà mai davvero agli indigeni. Il lavoro a basso costo deve essere avviato su
un terreno a basso costo, e pertanto viene fornito agli africani a loro spese.
L'esproprio degli agricoltori africani condusse al loro impoverimento di massa. E creò non solo
le premesse istituzionali di un'economia arretrata, ma anche i poveri necessari ad alimentarla.
Le testimonianze disponibili dimostrano il peggioramento degli standard di vita nelle
homelands dopo il Natives Land Act del 1913. Il Transkei e il Ciskei entrarono in un declino
economico prolungato. I dati sull'occupazione nelle imprese di estrazione dell'oro raccolti dallo storico
Francis Wilson mostrano che tale declino fu generalizzato in tutta l'economia sudafricana. A seguito
del Natives Act e di altre leggi, i salari dei minatori crollarono del 30 per cento tra il 1911 e il 1921.
Nel 1961, malgrado una crescita abbastanza regolare dell'economia sudafricana, i salari erano ancora
inferiori del 12 per cento rispetto ai livelli del 1911. Non sorprende che in questo periodo il Sudafrica
sia diventato il paese più ineguale al mondo.
Anche in simili circostanze, però, i neri africani non avrebbero forse potuto farsi strada nella
moderna economia europea, fondare un'impresa, o istruirsi e intraprendere una carriera? Lo stato si
assicurò che tutto ciò non potesse accadere. Nessun africano era autorizzato a possedere della terra o a
fondare un'impresa nella parte europea dell'economia, ossia l'87 per cento del territorio. Il regime
dell'apartheid si accorse anche che gli africani istruiti facevano concorrenza ai bianchi, invece di
fornire manodopera a buon mercato per le miniere e per la coltivazione della terra posseduta dagli
afrikaner. Già nel 1904 fu introdotto nell'economia mineraria un sistema che riservava alcuni tipi di
lavoro agli europei. Nessun africano era autorizzato a fare l'amalgamatore, l'estimatore di metalli,
l'addetto alle operazioni di superficie, il fabbro, il fabbricante di caldaie, il plasmatore o il lucidatore di
oggetti in ottone, il muratore... e l'elenco continuava, in ordine alfabetico, fino al woodworking
machinist (operatore di macchinari per la lavorazione del legno). In un solo colpo, i neri furono banditi
da qualunque posto di lavoro qualificato nel settore metallurgico. Fu la prima incarnazione della
famosa colour bar, ossia la barriera razziale, una delle numerose invenzioni razziste del regime
sudafricano. La barriera razziale fu estesa all'intera economia nel 1926 e rimase in vigore fino agli anni
ottanta. Non sorprende che i neri fossero analfabeti: lo stato sudafricano non si limitò a eliminare la
possibilità che gli africani traessero un beneficio economico dal fatto di essere istruiti, ma si rifiutò
anche di investire nelle "scuole nere", scoraggiando l'"istruzione nera". Questa politica raggiunse il
culmine negli anni cinquanta, quando sotto la leadership di Hendrik Verwoerd, uno degli artefici
dell'apartheid - che sarebbe durata fino al 1994 -, il governo approvò il Bantu Education Act. La
filosofia sottostante a questa legge fu esposta senza peli sulla lingua dallo stesso Verwoerd in un
discorso del 1954:
Il bantu deve essere guidato a servire la sua stessa comunità sotto ogni aspetto. Non c'è posto
per lui nella comunità europea oltre il confine di certe forme di lavoro (...). Per tale motivo non gli
serve a nulla ricevere una formazione che abbia come scopo l'assorbimento nella comunità europea,
finché non potrà essere e non sarà assorbito al suo interno.
Naturalmente, il tipo di economia dualistica descritto nel discorso di Verwoerd è piuttosto
diverso dalla teoria di Lewis. In Sudafrica, l'economia dualistica non fu un esito inevitabile del
processo di sviluppo. Fu creata dallo stato. La crescita economica sudafricana non doveva
accompagnarsi ad alcuna possibilità, per i poveri, di spostarsi agevolmente dal settore arretrato a quello
moderno. Al contrario, il successo del settore moderno si fondava sull'esistenza del settore arretrato,
che permetteva ai datori di lavoro bianchi di realizzare enormi profitti pagando salari bassissimi ai
lavoratori neri non qualificati. In Sudafrica non si sarebbe mai potuto avere un processo di graduale
istruzione e specializzazione dei lavoratori non qualificati del settore tradizionale, come prevedeva
l'approccio di Lewis. Come abbiamo visto, i lavoratori neri furono invece lasciati privi di abilità
professionali e banditi dalle occupazioni più qualificate, affinché i lavoratori bianchi non avessero
concorrenti e potessero godere di salari elevati. I neri furono in effetti "intrappolati" nell'economia
tradizionale, nelle homelands. Ma questo non rientrava tra i problemi dello sviluppo risolvibili con la
crescita. Al contrario, le homelands furono proprio il fattore che rese possibile lo sviluppo
dell'economia dei bianchi.
Non dovrebbe sorprendere neppure che il modello di sviluppo economico che il Sudafrica stava
seguendo fosse in ultima analisi limitato, basato com'era su istituzioni estrattive che i bianchi avevano
concepito per sfruttare i neri. I bianchi sudafricani godevano dei diritti di proprietà, investivano
nell'istruzione e potevano estrarre oro e diamanti e venderli con profitto sul mercato mondiale. Ma più
dell'80 per cento della popolazione del paese era emarginato ed escluso dalla stragrande maggioranza
delle attività economiche appetibili. I neri non potevano fare uso delle proprie capacità; non potevano
diventare lavoratori qualificati, uomini d'affari, imprenditori, ingegneri o scienziati. Le istituzioni
economiche erano estrattive: i bianchi diventavano ricchi estorcendo ai neri. I bianchi sudafricani
condividevano gli standard di vita delle popolazioni dell'Europa occidentale, mentre difficilmente i
neri erano più ricchi di quelli del resto dell'Africa subsahariana. Una crescita economica priva di
distruzione creatrice, di cui solo i bianchi beneficiavano, continuò finché gli introiti dell'oro e dei
diamanti continuarono ad aumentare. Negli anni settanta, però, l'economia smise di crescere.
Non stupirà neanche che questo complesso di istituzioni economiche estrattive sia stato
costruito sulle fondamenta gettate da istituzioni politiche altamente estrattive. Prima di essere
rovesciato nel 1994, il sistema politico sudafricano attribuiva tutto il potere ai bianchi, gli unici
autorizzati a votare e a candidarsi alle cariche pubbliche. I bianchi dominavano le forze di polizia,
l'esercito e tutte le istituzioni politiche, consolidatesi sotto il dominio militare dei coloni di origine
europea. All'epoca della fondazione dell'Unione del Sudafrica, nel 1910, due entità politiche afrikaner
come lo Stato libero dell'Orange e il Transvaal attribuivano il diritto di voto su base esplicitamente
razziale, e i neri erano del tutto esclusi dalla partecipazione politica. Il Natal e la Colonia del Capo
permettevano ai neri di votare se disponevano di proprietà sufficienti, che naturalmente non avevano.
Nel 1910 lo status quo del Natal e della Colonia del Capo fu mantenuto, ma entro gli anni trenta i neri
furono privati di qualsiasi diritto politico in tutto il Sudafrica.
L'economia dualistica sudafricana ebbe fine nel 1994, ma non per le ragioni teorizzate da
Arthur Lewis. Non fu il corso naturale dello sviluppo economico a porre fine alla barriera razziale e
alle homelands. I neri sudafricani protestarono e insorsero contro il regime che non riconosceva i loro
diritti fondamentali e non condivideva con loro i frutti dalla crescita economica. Dopo l'insurrezione di
Soweto del 1976, le proteste si fecero più forti e più organizzate, e alla fine fecero cadere l'apartheid.
Fu il maggior potere acquisito dai neri, i quali riuscirono a unirsi e a insorgere, a porre per sempre fine
all'economia dualistica del Sudafrica, proprio come la forza politica dei bianchi l'aveva creata in
origine.
Il rovesciamento dello sviluppo
Le attuali disuguaglianze mondiali esistono perché durante il XIX e il XX secolo alcune nazioni
riuscirono a trarre beneficio dalla rivoluzione industriale e dalle tecnologie e metodologie organizzative
che produsse, mentre altre non furono in grado di farlo. L'innovazione tecnologica è solo uno dei
motori della prosperità, ma è forse il più decisivo: i paesi che non si avvantaggiarono delle nuove
tecnologie non beneficiarono nemmeno degli altri motori della prosperità. Come abbiamo mostrato
negli ultimi due capitoli, tale incapacità fu dovuta alla presenza di istituzioni estrattive, a causa o del
consolidamento di regimi assolutisti o della mancanza di uno stato centralizzato. Ma questo capitolo ha
mostrato anche che spesso le istituzioni estrattive responsabili della povertà di alcune nazioni furono
imposte, o quantomeno rafforzate, dallo stesso identico processo che alimentò la crescita del Vecchio
continente: l'espansione commerciale e coloniale europea. La capacità di generare ricchezza degli
imperi coloniali europei fu molte volte il frutto della distruzione di stati ed economie indigene
indipendenti un po' in tutto il mondo, oppure di istituzioni estrattive fondate partendo da zero, come
nelle isole caraibiche, dove, a seguito del drastico calo demografico dei nativi, gli europei importarono
schiavi africani e istituirono sistemi basati sulle piantagioni.
Non sapremo mai quale sarebbe stata la traiettoria di città-stato indipendenti come quelle delle
isole Banda, di Aceh o della Birmania (Myanmar) senza l'intervento europeo. Forse avrebbero avuto
una Glorious Revolution indigena tutta loro, oppure si sarebbero lentamente evolute verso istituzioni
politiche ed economiche più inclusive, grazie alla crescita del commercio di spezie e altre merci. Ma
questa possibilità fu annullata dall'espansione della Compagnia olandese delle Indie orientali, che sulle
isole Banda stroncò qualunque speranza di sviluppo per gli indigeni, eliminandoli con un genocidio.
Inoltre, la minaccia portata dalla Compagnia spinse le città-stato di molte altre zone del Sudest asiatico
ad abbandonare il commercio.
La storia di una delle più antiche civiltà asiatiche, l'India, è simile, anche se a rovesciare lo
sviluppo non furono gli olandesi ma i britannici. Nel XVIII secolo l'India era il maggior produttore ed
esportatore di tessuti nel mondo. Calicò e mussole indiane inondavano i mercati europei ed erano
oggetto di compravendita in tutta l'Asia e perfino nell'Africa orientale. A occuparsi del trasporto verso
le isole britanniche era in particolar modo la Compagnia inglese delle Indie orientali. Fondata nel 1600,
due anni prima della sua versione olandese, la Compagnia inglese trascorse il XVII secolo cercando di
instaurare un monopolio sulle preziose esportazioni dall'India. Dovette entrare in competizione con i
portoghesi, che avevano basi a Goa, Chittagong e Bombay, e con i francesi che le avevano a
Pondicherry, Chandannagar, Yanam e Karaikal. Per la Compagnia inglese delle Indie orientali, ancora
peggio della concorrenza fu la Glorious Revolution, come abbiamo visto nel settimo capitolo. Il
monopolio della Compagnia era stato assegnato dai re Stuart, e dopo il 1688 fu subito messo in
discussione, e per oltre un decennio venne persino sospeso. La perdita di potere fu significativa, come
abbiamo già osservato, dal momento che i produttori tessili britannici riuscirono a indurre il Parlamento
a bandire l'importazione di calicò, il prodotto commerciale più redditizio per la Compagnia. Nel XVIII
secolo, sotto la leadership di Robert Clive, la Compagnia inglese delle Indie orientali cambiò strategia,
e iniziò a sviluppare un impero continentale. All'epoca l'India era divisa in numerose entità politiche in
competizione tra loro, anche se molte rientravano ancora sotto il controllo dell'imperatore Moghul di
Delhi. Inizialmente la Compagnia si espanse nel Bengala, a est, sbaragliando la resistenza dei poteri
locali durante le battaglie di Plassey nel 1757 e di Buxar nel 1764. Saccheggiò il patrimonio pubblico e
si impadronì, forse addirittura intensificandole, delle istituzioni estrattive che riscuotevano le tasse per
gli imperatori Moghul dell'India. L'espansione coincise con l'enorme contrazione del settore tessile in
India, poiché in Gran Bretagna non esisteva più un mercato per questi prodotti. La contrazione fu
accompagnata da deurbanizzazione e aumento della povertà, segnando l'inizio di un lungo periodo di
rovesciamento dello sviluppo indiano. Ben presto, invece di fabbricare tessuti, l'India cominciò a
comprarli dalla Gran Bretagna e a produrre l'oppio che la Compagnia delle Indie orientali avrebbe
venduto in Cina.
La tratta atlantica degli schiavi replicò lo stesso schema in Africa, anche se partendo da una
condizione di sottosviluppo, rispetto al Sudest asiatico e all'India. Molti stati africani furono
trasformati in macchine da guerra impegnate a catturare schiavi e venderli agli europei. Con
l'intensificarsi del conflitto fra diversi stati ed entità politiche, che sfociò in una guerra permanente, in
ampie zone dell'Africa le istituzioni statali, che comunque in molti casi non avevano ancora raggiunto
un buon livello di centralizzazione politica, si sgretolarono, aprendo la strada a istituzioni estrattive
particolarmente pervicaci e agli odierni stati falliti, di cui parleremo più avanti. In alcune regioni
dell'Africa sfuggite alla tratta degli schiavi, come il Sudafrica, gli europei imposero un insieme
piuttosto vario di istituzioni atte ad assicurarsi un bacino di forza lavoro a basso costo per le loro
miniere e tenute. Lo stato sudafricano creò un'economia dualistica, impedendo all'80 per cento della
popolazione di svolgere professioni qualificate o di partecipare all'agricoltura commerciale e
all'imprenditoria. Tutto ciò spiega perché l'industrializzazione abbia soltanto sfiorato ampie parti del
mondo, ma dimostra anche come talvolta lo sviluppo economico di un paese possa alimentarsi, o
persino favorire l'insorgere, del sottosviluppo di un'altra parte dell'economia interna o di un altro
paese.
* Termine dispregiativo per indicare gli africani di pelle nera. [N.d.T.]
10. La diffusione della prosperità
L'onore del ladro
L'Inghilterra del XVIII secolo - o a voler essere più precisi la Gran Bretagna, dopo l'unione del
1707 fra Inghilterra, Galles e Scozia - aveva una soluzione semplice per far fronte ai criminali: lontano
dagli occhi, lontano dal cuore, o perlomeno lontano dai guai. Molti criminali furono trasportati nelle
colonie penali dell'impero. Prima della guerra d'indipendenza americana i condannati, i convicts,
venivano inviati soprattutto nelle colonie oltreoceano. Dopo il 1783, gli Stati Uniti d'America, ormai
indipendenti, non accolsero più criminali dall'Inghilterra, e le autorità britanniche dovettero trovare
loro un'altra sistemazione. All'inizio pensarono all'Africa occidentale. Ma l'ambiente, con malattie
endemiche come la malaria e la febbre gialla, da cui gli europei erano del tutto indifesi, era così letale
che la Gran Bretagna ritenne il "cimitero dell'uomo bianco" una destinazione inaccettabile perfino per
i convicts. L'Australia, il cui litorale orientale era stato esplorato da un grande navigatore, il capitano
James Cook, costituiva la prima alternativa. Il 29 aprile 1770, Cook era approdato in una splendida
insenatura, ribattezzata Botany Bay (Baia della botanica) per le numerose specie che i naturalisti in
viaggio con lui vi trovarono. Ai funzionari del governo britannico sembrò la sistemazione ideale: il
clima era temperato e non si poteva immaginare un luogo più lontano dagli occhi e dal cuore.
Nel gennaio 1788, una flotta di undici navi stipate di condannati salpò per Botany Bay, sotto il
comando del capitano Arthur Phillip. Il 26 gennaio, data in cui oggi si celebra l'Australia Day, la
spedizione fondò un accampamento a Sydney Cove, il nucleo dell'attuale città di Sydney. La colonia fu
chiamata Nuovo Galles del Sud. A bordo di una delle navi, la Alexander capitanata da Duncan Sinclair,
c'era una coppia sposata di convicts, Henry e Susannah Cable. Susannah era stata dichiarata colpevole
di furto e condannata a morte. In seguito la sentenza fu commutata in quattordici anni di detenzione e
deportazione nelle colonie americane, ma con l'indipendenza degli Stati Uniti non poté essere eseguita.
Nel frattempo, nella prigione del castello di Norwich, Susannah aveva conosciuto Henry, anche lui
detenuto, e se ne era innamorata. Nel 1787, venne scelta per essere trasferita nella nuova colonia penale
australiana alla prima spedizione. Henry però non era stato selezionato. In quel periodo i Cable ebbero
un figlio, anche lui di nome Henry: la decisione di trasferire Susannah avrebbe separato la famiglia.
Susannah era già su una nave-prigione ormeggiata sul Tamigi, quando le voce di questa vicenda
straziante si sparse raggiungendo una filantropa, Lady Cadogan. La benefattrice riuscì a organizzare
una campagna per ricongiungere i Cable, ed entrambi furono trasferiti in Australia insieme al piccolo
Henry. Lady Cadogan inoltre raccolse 20 sterline per acquistare una serie di prodotti e farglieli ricevere
in Australia. I Cable viaggiarono a bordo della Alexander, ma al loro arrivo a Botany Bay il pacco di
prodotti era svanito, o perlomeno così asserì il capitano Sinclair.
Che cosa potevano fare i Cable? Non molto, secondo le leggi inglesi o britanniche. Nel 1787 la
Gran Bretagna aveva istituzioni politiche ed economiche inclusive, ma non tanto da estendersi ai
condannati, che non avevano praticamente alcun diritto. Non potevano avere proprietà, e certo non
erano in grado di trascinare qualcuno in tribunale. In verità, non potevano neppure fornire prove in
tribunale. Sinclair lo sapeva, e probabilmente rubò il pacco. Anche se non l'avrebbe mai ammesso, si
vantò di non poter essere denunciato dai Cable. E la legge britannica gli dava ragione. In Inghilterra
l'intera questione sarebbe finita lì. Ma non in Australia. A David Collins, procuratore militare della
zona, fu trasmessa la seguente ingiunzione:
Giacché Henry Cable e sua moglie, nuovi coloni di questo luogo, avevano prima di lasciare
l'Inghilterra imbarcato un certo pacco a bordo della nave Alexandercapitanata da Duncan Sinclair,
contenente abiti e numerosi altri articoli utili alla loro nuova condizione, i quali erano stati raccolti e
acquistati a carico di molte persone caritatevoli e ben disposte perché fossero utilizzati dal suddetto
Henry Cable, dalla moglie e dal figlio, (...) numerose richieste sono state poste al preciso scopo di
ottenere il suddetto pacco dal capitano della Alexander, attualmente ancorata in questo porto, e senza
effetto alcuno, [eccetto che per] una piccola parte del suddetto pacco contenente alcuni libri; ciò che
rimane, di un valore più considerevole, è tuttora a bordo della suddetta nave Alexander, il cui capitano
pare essere assai refrattario a che lo stesso sia consegnato ai suoi rispettivi proprietari come
sopraccitato.
Henry e Susannah, entrambi analfabeti, non avevano potuto firmare l'ingiunzione e si erano
limitati ad aggiungere le proprie "X" in calce al testo. Le parole "nuovi coloni di questo posto" furono
depennate in un secondo tempo, ma sono piuttosto significative. Qualcuno aveva anticipato a Henry
Cable e sua moglie che, se fossero stati definiti convicts, la causa non avrebbe avuto alcuna speranza di
procedere. Qualcun altro, invece, ebbe l'idea di chiamarli nuovi coloni. Era forse un po' troppo per il
giudice Collins, e con ogni probabilità fu lui a far cancellare queste parole. Ma l'ingiunzione funzionò:
Collins non rifiutò il caso e riunì il tribunale, con una giuria interamente formata da soldati. Sinclair fu
convocato davanti alla corte. Benché il giudice non fosse esattamente entusiasta del caso, e la giuria si
componesse di individui mandati in Australia per sorvegliare detenuti come i Cable, i Cable vinsero.
Sinclair contestò l'intera vicenda adducendo il fatto che i Cable erano dei criminali. Ma in seguito alla
sentenza dovette pagare 15 sterline.
Per giungere al verdetto il giudice Collins non applicò la legge britannica, la ignorò. Fu la prima
causa civile nella storia australiana. Il primo processo penale sarebbe parso altrettanto strampalato, a
chi era in Gran Bretagna: un detenuto venne dichiarato colpevole di aver rubato del pane, per un valore
di 2 penny, a un altro detenuto. All'epoca un caso del genere non sarebbe arrivato in tribunale, poiché i
convicts non erano autorizzati a possedere nulla. Ma l'Australia non era la Gran Bretagna, e la sua
legislazione non avrebbe coinciso con quella britannica. Ben presto l'Australia prese una strada
diversa, sia in termini di diritto penale e civile, sia per un gran numero di istituzioni politiche ed
economiche.
La colonia penale del Nuovo Galles del Sud era inizialmente formata da convicts e dai loro
sorveglianti, perlopiù militari. Fino agli anni venti dell'Ottocento, i "liberi coloni" furono pochi in
Australia, e il trasferimento dei condannati, che pure nel Nuovo Galles del Sud sarebbe terminato nel
1840, continuò in Australia occidentale fino al 1868. I detenuti dovevano svolgere "attività
obbligatorie", in sostanza un altro nome per il lavoro forzato, e le guardie avevano intenzione di trarne
dei profitti. All'inizio i convicts non ricevevano uno stipendio, e in cambio del loro lavoro ottenevano
soltanto di che sfamarsi. Tutto ciò che producevano restava nelle mani dei sorveglianti. Ma un sistema
di questo tipo, come quello sperimentato dalla Virginia Company a Jamestown, non poteva funzionare
molto bene, perché i condannati non erano incentivati a lavorare sodo o a raggiungere buoni risultati.
Tutt'al più venivano frustati o esiliati nell'isola di Norfolk, appena 34 chilometri quadrati di territorio
in mezzo all'Oceano Pacifico, a più di 1600 chilometri a est dell'Australia. Ma poiché né l'esilio né le
frustate funzionavano, l'alternativa era offrire loro degli incentivi. Un'idea inconsueta, per i soldati e i
sorveglianti: i detenuti erano detenuti, e non era previsto che vendessero il proprio lavoro o che
avessero delle proprietà. Ma in Australia non c'era nessun altro che potesse lavorare. C'erano
ovviamente gli aborigeni, forse addirittura un milione all'epoca della fondazione della colonia, ma
erano sparpagliati su un continente vasto, e nel Nuovo Galles del Sud la loro densità non bastava ad
avviare un'economia basata sul loro sfruttamento. Non si poteva fare come in America Latina. Le
guardie pertanto imboccarono una strada che finì per condurre a istituzioni ancora più inclusive della
Gran Bretagna. I condannati ricevevano una serie di incarichi da svolgere e, se rimaneva loro del
tempo, potevano mettersi in proprio e vendere ciò che producevano.
Anche i sorveglianti trassero beneficio dalle nuove libertà economiche dei convicts: la
produzione aumentò ed essi istituirono monopoli per la vendita di alcuni beni ai condannati. Il più
redditizio fu quello del rum. Al tempo, il Nuovo Galles del Sud, al pari delle altre colonie britanniche,
era retto da un governatore nominato dalla madrepatria. Nel 1806, la Gran Bretagna designò William
Bligh, l'uomo che diciassette anni prima, nel 1789, era stato capitano del Hms Bounty in occasione del
celebre ammutinamento. Bligh era un severo fanatico della disciplina, caratteristica che fu
probabilmente la maggior responsabile dell'ammutinamento del Bounty. I suoi modi non erano
cambiati, e subito si mise contro i monopolisti del rum. Ciò portò a un nuovo ammutinamento, stavolta
a opera dei monopolisti, guidati dall'ex soldato John Macarthur. Ancora una volta gli eventi, che poi
divennero noti come ribellione del rum, videro Bligh sopraffatto dai ribelli, in questo caso sulla
terraferma, invece che a bordo del Bounty. Macarthur fece rinchiudere il governatore. Come risposta, le
autorità britanniche inviarono più soldati per far fronte alla ribellione: Macarthur fu arrestato e rispedito
in Gran Bretagna. Ben presto, però, fu rilasciato, e tornò in Australia svolgendo un ruolo fondamentale
sia nella politica che nell'economia della colonia.
Alle radici della ribellione del rum c'erano questioni economiche. La strategia degli incentivi ai
condannati fece guadagnare parecchio denaro a uomini come Macarthur, che era giunto in Australia in
veste di soldato con il secondo gruppo di navi approdate nel 1790. Nel 1796 si era dimesso dall'esercito
per concentrarsi sugli affari. Al tempo aveva già la sua prima pecora, e si accorse che c'erano molti
soldi da ricavare dall'allevamento ovino e dall'esportazione di lana. Nell'entroterra di Sydney si
trovano le Blue Mountains, che furono valicate solo nel 1813, dischiudendo, dall'altra parte, vaste
distese di praterie aperte. Era il paradiso delle pecore. Macarthur diventò ben presto l'uomo più ricco
d'Australia; lui e gli altri magnati delle pecore divennero noti come "squatter" (abusivi), dato che le
terre su cui pascolavano le pecore non appartenevano a loro, ma erano proprietà del governo britannico.
Ma all'inizio questo era solo un piccolo dettaglio. Gli squatter rappresentavano l'élite dell'Australia o,
per meglio dire, la "squattocrazia".
Pur con un'élite abusiva, il Nuovo Galles del Sud non era paragonabile ai regimi assolutisti
dell'Europa orientale o delle colonie sudamericane. Non c'erano servi della gleba come in
Austria-Ungheria o in Russia, né una numerosa popolazione indigena da sfruttare come in Messico e
Perù. Piuttosto, sotto molti aspetti il Nuovo Galles del Sud assomigliava a Jamestown, in Virginia:
l'élite finì per scoprire che la creazione di istituzioni economiche assai più inclusive rispetto ad
Austria-Ungheria, Russia, Messico e Perù rientrava nel suo interesse. I detenuti erano l'unica
manodopera disponibile, e il solo modo di incentivarli era retribuire con un salario il loro lavoro.
Presto i convicts furono autorizzati a farsi imprenditori e ad assumere altri condannati. Cosa
ancora più significativa, dopo aver scontato la pena cominciarono addirittura a ricevere della terra, e
rientrarono in possesso di tutti i loro diritti. Alcuni presero ad arricchirsi, perfino l'analfabeta Henry
Cable, che nel 1798 possedeva un albergo chiamato Ramping Horse, oltre a un negozio. Comprata una
nave, si dedicò al commercio di pelli di foca. Nel 1809 era proprietario di almeno nove tenute di circa
190 ettari, nonché di una serie di negozi e case a Sydney.
Il successivo conflitto, nel Nuovo Galles del Sud, sarebbe avvenuto tra l'élite e il resto della
società, cioè i convicts, gli ex convicts e le loro famiglie. L'élite, capeggiata da ex sorveglianti e da
soldati come Macarthur, comprendeva alcuni liberi coloni attirati dal boom dell'economia incentrata
sulla lana. La maggior parte delle proprietà era ancora in mano all'élite, mentre gli ex detenuti e i loro
discendenti chiedevano la fine delle deportazioni, di essere processati da una giuria di loro pari e
l'accesso gratuito alla terra. Gli squatter non ne volevano sapere. La loro principale preoccupazione era
istituire titoli legali di proprietà sulle terre che avevano occupato abusivamente. Ancora una volta, una
situazione analoga a quella verificatasi nel Nordamerica oltre due secoli prima. Come abbiamo visto
nel primo capitolo, alle vittorie dei servi sotto contratto contro la Virginia Company seguirono le lotte
nel Maryland e nei due stati della Carolina. Nel Nuovo Galles del Sud, i ruoli di Lord Baltimore e Sir
Anthony Ashley-Cooper furono interpretati da Macarthur e dagli squatter. Il governo britannico si
schierò di nuovo dalla parte dell'élite, pur temendo che un giorno Macarthur e gli squatter potessero
dichiarare l'indipendenza.
Nel 1819, la Gran Bretagna inviò in Australia John Bigge, perché guidasse una commissione
d'inchiesta sugli sviluppi della colonia. Bigge restò scioccato dai diritti di cui godevano i detenuti e
quantomeno sorpreso dalla natura sostanzialmente inclusiva delle istituzioni economiche nella colonia
penale. Raccomandò una riorganizzazione radicale: i condannati non dovevano possedere terre, e
nemmeno gli ex convicts potevano riceverne; nessuno doveva più essere autorizzato a pagare un salario
ai detenuti, la grazia andava concessa soltanto in casi circoscritti e le pene dovevano essere più
draconiane. Bigge vedeva negli squatter la naturale aristocrazia dell'Australia, e immaginò una società
da loro dominata. Ma ciò non sarebbe avvenuto.
Mentre Bigge cercava di riportare indietro le lancette dell'orologio, gli ex detenuti e i loro figli
reclamavano maggiori diritti. Soprattutto, erano consapevoli - anche in questo caso in modo simile agli
Stati Uniti - che per consolidare appieno i propri diritti economici e politici necessitavano di istituzioni
politiche che li includessero nel processo decisionale. Chiedevano elezioni a cui partecipare in modo
egualitario, oltre che istituzioni e assemblee rappresentative a cui potersi candidare.
Gli ex convicts e i loro figli erano guidati dal pittoresco scrittore, esploratore e giornalista
William Wentworth. Wentworth fu uno dei leader della prima spedizione a valicare le Blue Mountains,
che aprì vaste praterie agli squatter; su queste montagne c'è una città che porta ancora il suo nome. Le
sue simpatie si rivolgevano ai condannati, forse perché suo padre, che era stato accusato di rapina sulla
pubblica via, aveva dovuto accettare il trasferimento in Australia per evitare il processo e la possibile
condanna. All'epoca, Wentworth era un deciso sostenitore di istituzioni politiche più inclusive,
un'assemblea elettiva, processi presieduti da una giuria per gli ex detenuti e le loro famiglie, e la fine
delle deportazioni nel Nuovo Galles del Sud. Fondò un quotidiano, l'Australian, che da allora avrebbe
condotto l'attacco alle istituzioni politiche esistenti. Macarthur non apprezzava Wentworth, né di certo
ciò che reclamava. Stilò un elenco completo dei sostenitori di Wentworth, caratterizzandoli come
segue:
condannato all'impiccagione dopo essere arrivato qui
ripetutamente fustigato sul fondoschiena
un ebreo londinese
oste ebreo recentemente privato della licenza
banditore deportato per tratta di schiavi
spesso fustigato qui
figlio di due condannati
imbroglione - gravemente indebitato
un avventuriero americano
un avvocato dal carattere indegno
uno straniero il cui locale negozio di musica è poi fallito
sposato con la figlia di due condannati
sposato con una condannata che prima faceva la spacciatrice
La forte opposizione di Macarthur e degli squatter, però, non riuscì ad arginare la marea
montante in Australia. La richiesta di istituzioni rappresentative era pressante, e non ci fu modo di
sopprimerla. Fino al 1823, il governatore aveva retto il Nuovo Galles del Sud più o meno da solo. Da
quell'anno i suoi poteri furono limitati dalla costituzione di un consiglio designato dal governo
britannico. Inizialmente i nominati appartenevano alla classe degli squatter e all'élite dei non
condannati, Macarthur compreso, ma ciò non poteva durare a lungo. Nel 1831 il governatore Richard
Bourke cedette alle pressioni, e per la prima volta autorizzò gli ex convictsa far parte di una giuria.
Questi, insieme a molti dei nuovi liberi coloni, chiedevano anche di porre fine ai trasferimenti di
condannati dalla Gran Bretagna, poiché generavano maggior competizione sul mercato del lavoro,
spingendo i salari al ribasso. Gli squatter apprezzavano i bassi salari, ma ebbero la peggio. Nel 1840 le
deportazioni nel Nuovo Galles del Sud furono sospese, e nel 1842 fu istituito un Consiglio legislativo
in cui due terzi dei membri venivano eletti (e gli altri nominati). Gli ex convicts potevano candidarsi
alle cariche e votare, se dotati di proprietà sufficienti, e molti le avevano.
Entro gli anni cinquanta dell'Ottocento, l'Australia estese il suffragio a tutti i maschi bianchi
adulti. Le richieste dei cittadini, degli ex detenuti e delle loro famiglie, a quel punto, si spinsero ben
oltre ciò che in origine aveva immaginato William Wentworth. All'epoca, infatti, egli si schierò dalla
parte dei conservatori, che insistevano per un Consiglio legislativo non elettivo. Ma proprio come
Macarthur in precedenza, Wentworth non sarebbe riuscito ad arginare l'evoluzione verso istituzioni
politiche più inclusive. Nel 1856 lo stato di Victoria, ritagliato da una parte del Nuovo Galles del Sud
nel 1851, e lo stato di Tasmania sarebbero diventati i primi luoghi al mondo a introdurre il voto
effettivamente segreto alle elezioni, conquista che pose fine alla compravendita e alla coercizione del
voto. Ancora oggi il metodo standard per garantire la segretezza del voto è detto "Australian ballot".
A Sydney, nel Nuovo Galles del Sud, le circostanze iniziali furono molto simili a quelle di
Jamestown, in Virginia, 181 anni prima, anche se in America i coloni erano perlopiù lavoratori a
contratto, invece che condannati. In entrambi i casi, le condizioni di partenza non consentirono di
creare istituzioni coloniali estrattive. Nessuna delle due colonie aveva un'abbondante popolazione di
indigeni da sfruttare, né un facile accesso a metalli pregiati come l'oro o l'argento, o terreni e
coltivazioni in grado di rendere economicamente sostenibili delle piantagioni schiaviste. La tratta era
ancora in auge, negli anni ottanta del Settecento, e il Nuovo Galles del Sud poteva essere riempito di
schiavi, se ciò fosse stato redditizio. Ma non lo era. Sia la Virginia Company, sia i soldati e i liberi
coloni che governavano il Nuovo Galles del Sud cedettero alle pressioni, creando istituzioni
economiche sempre più inclusive, che si svilupparono parallelamente a istituzioni politiche inclusive.
In Australia ciò accadde persino con meno conflitti rispetto alla Virginia, e i successivi tentativi di
invertire questa tendenza fallirono.
L'Australia, come gli Stati Uniti, seguì un percorso verso istituzioni inclusive assai distinto
rispetto all'Inghilterra. Le rivoluzioni che scossero l'Inghilterra durante la guerra civile e poi la
Glorious Revolution non furono necessarie negli Stati Uniti o in Australia, grazie alle diverse
circostanze in cui le due nazioni vennero fondate - sebbene ciò non significhi certo che le istituzioni
inclusive siano emerse senza alcun conflitto, e in ogni caso gli Stati Uniti dovettero sbarazzarsi del
colonialismo britannico. L'Inghilterra aveva una lunga storia di governo assolutista, che era
profondamente radicato e richiedeva una rivoluzione, per essere rimosso. Negli Stati Uniti e in
Australia, invece, non c'era nulla di tutto questo. Anche se Lord Baltimore nel Maryland e John
Macarthur nel Nuovo Galles del Sud aspiravano ad assumere un potere assoluto, non furono in grado di
esercitare un controllo sufficientemente stretto sulla società perché i loro piani dessero frutti. Le
istituzioni inclusive degli Stati Uniti e dell'Australia fecero sì che la rivoluzione industriale si
estendesse presto ai loro territori, e iniziarono ad arricchirsi. La via esplorata da questi paesi fu seguita
da colonie come il Canada e la Nuova Zelanda.
Ci furono anche altre traiettorie verso istituzioni inclusive. Gran parte dell'Europa occidentale
intraprese una terza strada, grazie allo slancio impresso dalla Rivoluzione francese, che spodestò
l'assolutismo in Francia e in seguito innescò una serie di conflitti internazionali che diffusero riforme
istituzionali nel continente. La conseguenza economica di tali riforme fu l'affermazione nella maggior
parte dell'Europa occidentale di istituzioni economiche inclusive, della rivoluzione industriale e della
crescita economica.
Abbattere le barriere: la Rivoluzione francese
Nei tre secoli precedenti al 1789, la Francia fu governata da una monarchia assolutista. La
società francese era divisa in tre segmenti, detti stati. Il clero costituiva il Primo stato, l'aristocrazia il
Secondo e tutti gli altri il Terzo stato. I tre stati erano soggetti a leggi diverse e i primi due avevano
diritti da cui il resto della popolazione era escluso. I nobili e il clero non pagavano le tasse, mentre i
cittadini dovevano versare svariate imposte, come ci si può aspettare da un regime altamente estrattivo.
Non solo la Chiesa era esente dalle tasse, ma possedeva anche ampie distese di terra e poteva imporre
tributi ai contadini. Il sovrano, i nobili e il clero godevano di uno stile di vita lussuoso, mentre gran
parte del Terzo stato viveva in estrema povertà. Le diverse leggi non solo garantivano ai nobili e al
clero una posizione economica fortemente vantaggiosa, ma conferivano loro anche il potere politico.
La vita nelle città francesi del XVIII secolo era dura e malsana. La produzione era
regolamentata da potenti corporazioni, che generavano introiti considerevoli per i propri membri, ma
impedivano ad altre persone di trovare occupazione nei relativi settori o fondare nuove imprese. Il
cosiddetto Ancien régime era fiero della propria continuità e stabilità. L'ingresso di imprenditori e
individui di talento in nuove attività avrebbe creato instabilità e non era tollerato. E se la vita nelle città
era dura, nei villaggi era probabilmente peggiore. Come abbiamo visto, in questa fase la forma più
estrema di servitù della gleba, che legava le persone alla terra costringendole a lavorare per i feudatari e
versare loro dei tributi, era in declino da lungo tempo in Francia. Tuttavia, c'erano restrizioni alla
mobilità delle persone e una pletora di imposte feudali, che i contadini francesi dovevano versare al
monarca, ai nobili e alla Chiesa.
In questo contesto, la Rivoluzione francese fu un evento radicale. Il 4 agosto 1789, l'Assemblea
nazionale costituente cambiò interamente le leggi francesi deliberando un decreto di fondamentale
importanza. L'articolo 1 recitava:
L'Assemblea nazionale distrugge completamente il regime feudale e decreta che, nei diritti e
nei doveri, sia feudali che censuali, quelli che hanno relazione alla manomorta reale o personale e alla
servitù personale, e quelli che li rappresentano, sono aboliti senza indennità.
Continuava poi l'articolo 9:
I privilegi pecuniari personali o reali, in materia di sussidi, sono aboliti per sempre. La
riscossione verrà fatta su tutti i cittadini e su tutti i beni nello stesso modo e con le stesse modalità; si
provvederà ai mezzi onde effettuare il pagamento proporzionale di tutti i contributi, anche per gli ultimi
sei mesi di imponibile per l'anno in corso.
Così, in un sol colpo, la Rivoluzione francese abolì il sistema feudale e tutti gli obblighi e le
imposte connessi, ed eliminò interamente le esenzioni fiscali dei nobili e del clero. Forse, però,
l'aspetto più radicale, persino impensabile per l'epoca, fu l'articolo 11, che dichiarava:
Tutti i cittadini, senza distinzione di nascita, potranno essere ammessi a tutti gli impieghi e a
tutte le dignità ecclesiastiche, civili e militari e nessuna professione utile comporterà deroga.
L'uguaglianza di tutti di fronte alla legge era ora realtà, non solo nella vita quotidiana e negli
affari, ma anche in politica. Le riforme della Rivoluzione continuarono anche dopo il 4 agosto. Fu
soppressa l'autorità della Chiesa nell'imposizione di tasse speciali, e i membri del clero divennero
dipendenti dello stato. Insieme all'eliminazione dei rigidi ruoli politici e sociali, alcune decisive
barriere alle attività economiche furono abbattute. Le corporazioni e tutte le restrizioni nell'accesso alle
occupazioni vennero cancellate, determinando condizioni di partenza più uniformi per tutti, almeno
nelle città.
Queste riforme rappresentarono il primo passo verso la conclusione del dominio dei monarchi
assoluti francesi. Alle dichiarazioni del 4 agosto seguirono parecchi decenni di instabilità e guerra. Ma
fu compiuto un distacco irreversibile dall'assolutismo e da un regime estrattivo, in direzione di
istituzioni politiche ed economiche inclusive. A questi cambiamenti se ne sommarono altri
nell'economia e nella politica, per arrivare infine alla Terza repubblica nel 1870, che avrebbe affermato
in Francia lo stesso tipo di sistema parlamentare che la Glorious Revolution aveva introdotto in
Inghilterra. La Rivoluzione francese generò molta violenza, sofferenza, instabilità e guerra. Eppure,
grazie a questi eventi, i francesi non rimasero intrappolati in istituzioni estrattive che bloccavano la
crescita economica e la prosperità, come fecero regimi assolutisti dell'Europa orientale quali
l'Austria-Ungheria e la Russia.
Come fece la monarchia assoluta francese ad arrivare alla rivoluzione del 1789? Dopotutto,
abbiamo già visto che molti regimi assolutisti riuscirono a sopravvivere per lunghi periodi di tempo,
anche in condizioni di ristagno economico e agitazione sociale. Come per la maggior parte delle
rivoluzioni e dei cambiamenti radicali, fu un concorso di fattori ad aprire la strada alla Rivoluzione
francese, profondamente legati alla contemporanea, rapida industrializzazione della Gran Bretagna. E
ovviamente il percorso fu, anche questa volta, contingente, dal momento che i numerosi tentativi
monarchici di stabilizzare il regime fallirono, e che la rivoluzione, nel cambiare le istituzioni, in
Francia come altrove in Europa, si rivelò più efficace di quanto molti potessero immaginare nel 1789.
Molte leggi e privilegi francesi erano residui dell'epoca medievale. Non solo favorivano il
Primo e il Secondo stato rispetto alla maggioranza della popolazione, ma conferivano loro privilegi
anche al cospetto della corona. Luigi XIV, il Re Sole, governò la Francia per 54 anni - dal 1661 alla
morte nel 1715, anche se in realtà salì al trono nel 1643, all'età di cinque anni -, consolidando il potere
della monarchia e il processo verso un maggiore assolutismo avviato secoli prima. Molti sovrani
consultavano di frequente la cosiddetta Assemblea dei notabili, formata da aristocratici di spicco,
accuratamente selezionati dalla corona. Pur avendo funzioni perlopiù consultive, l'assemblea costituiva
un lieve vincolo al potere del re; proprio per questo, Luigi XIV governò senza convocarla. Sotto il suo
regno, la Francia registrò una certa crescita economica, per esempio prendendo parte al commercio
atlantico e a quello coloniale. L'abile ministro delle Finanze del Re Sole, Jean-Baptiste Colbert,
sovrintese anche allo sviluppo dell'industria sovvenzionata e controllata dallo stato, un tipo di crescita
estrattiva: questo limitato sviluppo economico avvantaggiò quasi esclusivamente il Primo e il Secondo
stato. Luigi XIV voleva anche razionalizzare il sistema fiscale francese, poiché spesso lo stato aveva
difficoltà a finanziare le sue frequenti guerre, il vasto esercito permanente, e la lussuosa corte, i
consumi e i palazzi dello stesso sovrano. Inoltre, l'impossibilità di tassare anche solo i nobili di rango
minore limitava considerevolmente le entrate.
Nonostante ci fosse stata una limitata crescita economica, all'epoca in cui Luigi XVI giunse al
potere nel 1774, nella società si erano verificati grandi cambiamenti. Per di più, i problemi fiscali del
periodo precedente si erano trasformati in una crisi fiscale, e la Guerra dei sette anni con gli inglesi, dal
1756 al 1763, in cui la Francia perse il Canada, era stata particolarmente costosa. Numerosi personaggi
di rilievo cercarono di riequilibrare il bilancio reale ristrutturando il debito e aumentando le tasse: tra di
loro Anne-Robert-Jacques Turgot, uno dei più famosi economisti dell'epoca, Jacques Necker, che
avrebbe svolto un ruolo importante anche dopo la Rivoluzione, e Charles Alexandre de Calonne. Ma
nessuno ci riuscì. Calonne, seguendo una sua strategia, convinse Luigi XVI a convocare l'Assemblea
dei notabili. Il re e i suoi consiglieri si aspettavano che questa appoggiasse le sue riforme, esattamente
come Carlo I, convocato il Parlamento inglese nel 1640, si attendeva che accettasse senza batter ciglio
di finanziare un esercito per combattere gli scozzesi. Ma l'Assemblea, con un passo imprevisto, stabilì
che solo un organo rappresentativo, gli Stati generali, potesse ratificare le riforme fiscali.
Gli Stati generali erano un organismo molto diverso dall'Assemblea dei notabili. Mentre
quest'ultima era composta da nobili, in massima parte selezionati fra gli aristocratici più prossimi alla
corona, i primi riunivano rappresentanti di tutti e tre gli stati. L'ultima volta gli Stati generali erano stati
convocati nel 1614. Quando si riunirono nel 1789 a Versailles, fu chiaro fin da subito che non poteva
essere raggiunto alcun compromesso. C'erano divergenze inconciliabili, dato che il Terzo stato
intravedeva l'opportunità di incrementare il proprio potere politico, reclamando un peso maggiore nelle
votazioni degli Stati generali, un esito a cui i nobili e il clero si opposero con fermezza. L'incontro si
concluse il 5 maggio 1789 senza alcuna risoluzione, fatta salva la decisione di convocare un organismo
più potente, l'Assemblea nazionale, che aggravò la crisi politica. Il Terzo stato, in particolare i
mercanti, gli uomini d'affari, i professionisti e gli artigiani, che recriminavano tutti un maggior potere,
videro in tali sviluppi una prova della propria crescente influenza. Pretesero dunque ancora più voce in
capitolo nelle procedure dell'Assemblea nazionale, e in generale maggiori diritti. Il supporto che
ricevettero nelle strade di tutto il paese da parte dei cittadini, infiammati da questi passi avanti, portò il
9 luglio alla ricostituzione dell'assemblea come Assemblea nazionale costituente.
Nel frattempo, lo stato d'animo del paese, e in particolare a Parigi, si fece più acceso. Per tutta
risposta, i circoli conservatori attorno a Luigi XVI lo convinsero a rimuovere Necker, il ministro delle
Finanze riformista, il che portò a un'ulteriore radicalizzazione della piazza. L'esito fu la famosa presa
della Bastiglia, il 14 luglio 1789. Da quel momento, la rivoluzione ebbe inizio sul serio. Necker venne
riabilitato e il rivoluzionario marchese di Lafayette fu messo a capo della Guardia nazionale di Parigi.
Ancora più importanti della presa della Bastiglia furono le dinamiche dell'Assemblea nazionale
costituente, che il 4 agosto 1789, forte della sua nuova consapevolezza, approvò l'abolizione del
feudalesimo e i privilegi speciali del Primo e del Secondo stato. Una radicale evoluzione che tuttavia
provocò un frazionamento all'interno dell'Assemblea, in cui si fronteggiavano diverse visioni sulla
forma che la società doveva assumere. Il primo passo fu la formazione di circoli locali, in particolare il
radicale club dei Giacobini, che in seguito avrebbe assunto il controllo della rivoluzione. Nel frattempo,
i nobili fuggivano in massa dal paese - i cosiddetti émigrés. Molti inoltre incoraggiavano il re a
rompere i rapporti con l'Assemblea e ad agire, da solo o con l'aiuto di potenze estere, come l'Austria, il
paese nativo della regina Maria Antonietta, in cui la maggior parte degli émigrés si era rifugiata. Per le
strade molti iniziarono a presagire un'imminente minaccia alle conquiste ottenute dalla Rivoluzione nei
due anni precedenti, e la situazione si radicalizzò ulteriormente. L'Assemblea nazionale costituente
approvò definitivamente la Costituzione il 29 settembre 1791, trasformando la Francia in una
monarchia costituzionale con pari diritti per tutti gli uomini, ponendo fine a obblighi o tributi feudali e
a tutte le restrizioni commerciali imposte dalle corporazioni. La Francia restava una monarchia, ma a
quel punto il re aveva un ruolo assai limitato e, di fatto, non era neppure un uomo libero.
In seguito però il processo rivoluzionario fu alterato in modo irreversibile dalla guerra,
scoppiata nel 1792, tra la Francia e la Prima coalizione, guidata dall'Austria. La guerra accentuò la
determinazione e il radicalismo dei rivoluzionari e delle masse (i cosiddetti sanculotti, cioè
sans-culottes, privi di culotte, dato che non potevano permettersi di indossare i pantaloni alla moda
dell'epoca). Il risultato di questo processo fu il periodo noto come Terrore, sotto il comando della
fazione giacobina capeggiata da Robespierre e Saint-Just, inaugurato dopo l'esecuzione di Luigi XVI e
Maria Antonietta. Non solo schiere di aristocratici e controrivoluzionari, ma anche importanti
personaggi della Rivoluzione, tra cui gli ex leader popolari Brissot, Danton e Desmoulins, furono
giustiziati.
Ma ben presto il Terrore perse il controllo, ed ebbe fine nel luglio 1794 con l'esecuzione dei
suoi stessi leader, compresi Robespierre e Saint-Just. Seguì inizialmente una fase di relativa stabilità
dal 1795 al 1799, sotto la guida del poco efficace Direttorio, e poi con un potere più concentrato nelle
mani di un Consolato di tre membri, ovvero Ducos, Sieyès e Napoleone Bonaparte. Già nel periodo del
Direttorio, il giovane generale Napoleone Bonaparte era salito alla ribalta grazie ai suoi successi
militari, e dopo il 1799 la sua influenza non fece che aumentare. Ben presto il Consolato si trasformò
nel governo personale di Napoleone.
Gli anni dal 1799 alla fine del regno di Napoleone, nel 1815, videro una serie di grandi vittorie
militari per la Francia, tra cui le battaglie di Austerlitz, Jena e Auerstadt, e Wagram: l'Europa
continentale era in ginocchio. Napoleone riuscì a imporre le sue volontà, le sue riforme e il suo codice
civile in un territorio assai ampio. La sua caduta, dopo la definitiva sconfitta del 1815, avrebbe aperto
un periodo di riflusso, con diritti politici più limitati e la restaurazione della monarchia francese sotto
Luigi XVIII. Ma tutti questi fattori stavano soltanto rallentando l'affermazione di istituzioni politiche
inclusive.
Le forze scatenate dalla Rivoluzione del 1789 posero fine all'assolutismo francese e
inevitabilmente, anche se in modo lento, fecero emergere istituzioni inclusive: la Francia e le zone
europee in cui le riforme rivoluzionarie furono esportate presero parte al processo di
industrializzazione, già in corso nel XIX secolo.
Esportare la rivoluzione
Nel 1789, alla vigilia della Rivoluzione francese, gli ebrei dovevano affrontare severe
restrizioni in tutta Europa. Nella città tedesca di Francoforte, per esempio, la loro vita era disciplinata
dalle disposizioni formulate in uno statuto risalente al Medioevo. A Francoforte potevano abitare non
più di cinquecento famiglie ebree, costrette a vivere in una piccola parte della città cintata da mura, lo
Judengasse, il ghetto ebreo, dal quale non potevano uscire di notte, la domenica o nelle altre festività
cristiane.
Lo Judengasse era incredibilmente affollato: era lungo quattrocento metri, ma in larghezza non
superava i tre metri e mezzo, e in alcuni punti nemmeno i tre metri. Gli ebrei vivevano in un regime di
costante repressione e regolamentazione. Ogni anno non più di due nuove famiglie erano ammesse nel
ghetto, e non più di dodici coppie ebree potevano sposarsi, solo se entrambi avevano compiuto
venticinque anni. Gli ebrei non potevano dedicarsi all'agricoltura, né commerciare in armi, spezie, vino
o granaglie. Fino al 1726 dovettero indossare segni di riconoscimento, due cerchi concentrici gialli per
gli uomini e un velo a strisce per le donne. Tutti gli ebrei dovevano versare un'imposta pro capite
speciale.
Mentre la Rivoluzione francese scoppiava, nello Judengasse di Francoforte viveva un giovane
uomo d'affari di successo, Mayer Amschel Rotschild. Nei primi anni ottanta del Settecento, Rotschild
si era attestato come leader della città nel commercio di monete, metalli e pezzi d'antiquariato, ma
come tutti gli ebrei di Francoforte non poteva fondare un'impresa, e neppure vivere, al di fuori del
ghetto.
Tutto ciò stava per cambiare. Nel 1791, l'Assemblea nazionale affrancò la comunità ebraica
francese. In quel momento gli eserciti francesi avevano occupato anche la Renania, restituendo agli
ebrei della Germania occidentale i loro diritti. L'effetto su Francoforte fu ancora più brusco, anche se
forse in modo involontario. Nel 1796 i francesi bombardarono la città, demolendo, tra l'altro, metà del
ghetto. Circa duemila ebrei si ritrovarono senza un tetto e dovettero trasferirsi al di fuori dello
Judengasse. I Rothschild erano tra di loro. Una volta usciti dal ghetto, e ormai svincolati dalla miriade
di regolamentazioni che vietavano loro di dedicarsi all'imprenditoria, poterono cogliere nuove
opportunità d'affari. Tra queste, un appalto per la fornitura di granaglie all'esercito austriaco, attività
che in passato non avrebbero potuto intraprendere.
Alla fine del decennio, Rothschild era uno degli ebrei più ricchi di Francoforte e un uomo
d'affari affermato. Per la piena emancipazione degli ebrei si dovette aspettare fino al 1811; alla fine
venne attuata da Karl von Dalberg, nominato granduca di Francoforte nel 1806, nell'ambito della
riorganizzazione napoleonica della Germania. Mayer Amschel disse allora a suo figlio: "Adesso sei un
cittadino".
Questi eventi non posero fine alla lotta per l'emancipazione degli ebrei, poiché in seguito ci fu
una regressione, in particolare con il Congresso di Vienna del 1815, che instaurò l'ordinamento politico
postnapoleonico. Ma i Rothschild non avrebbero certo fatto ritorno nel ghetto. Presto Mayer Amschel e
i suoi figli sarebbero diventati i proprietari della banca più grande d'Europa nel XIX secolo, con filiali
a Francoforte, Londra, Parigi, Napoli e Vienna.
Non fu un evento isolato. Prima l'Esercito rivoluzionario francese e poi Napoleone invasero
ampie zone dell'Europa continentale, dove quasi tutte le istituzioni esistenti erano retaggi dell'epoca
medievale, che attribuivano il potere al re, ai prìncipi e ai nobili e limitavano il commercio sia nelle
città che nelle campagne. In molte di queste aree la servitù della gleba e il feudalesimo erano ben più
radicati che nella stessa Francia. Nell'Europa orientale, comprese la Prussia e la parte ungherese
dell'Impero asburgico, i servi erano del tutto assoggettati alla terra. Nell'Europa occidentale questa
severa forma di servaggio era già scomparsa, ma i contadini dovevano ai signori feudali numerose
tasse, balzelli e servizi. Per esempio, nel ducato di Nassau, i contadini erano soggetti a 230 versamenti,
tributi e servizi diversi. Fra i tributi, ce n'era uno da versare dopo la macellazione di un animale,
chiamato "decima sul sangue"; esistevano anche una decima sulle api e una sulla cera. Per ogni
acquisto o vendita di proprietà, il signore riceveva delle quote. Inoltre, le corporazioni, che nelle città
disciplinavano ogni tipo di attività economica, erano tipicamente più forti in queste zone che in
Francia. In città tedesche come Colonia e Aquisgrana, l'adozione di macchinari tessili per la filatura e
la tessitura era bloccata dalle corporazioni. Molte città, da Berna in Svizzera a Firenze in Italia, erano
sotto il controllo di poche famiglie.
I leader della Rivoluzione francese prima, e Napoleone poi, esportarono la rivoluzione in questi
paesi, abbattendo l'assolutismo, abolendo le corporazioni e i rapporti feudali nelle terre e affermando il
principio di uguaglianza di fronte alla legge, ossia l'importantissimo concetto di stato di diritto, che
tratteremo più in dettaglio nel prossimo capitolo. Quindi, oltre alla Francia, la Rivoluzione francese
preparò anche gran parte del resto d'Europa a istituzioni inclusive e alla crescita economica che ne
sarebbe derivata.
Come abbiamo accennato, numerose potenze europee, allarmate dagli sviluppi in Francia, nel
1792 si organizzarono intorno all'Austria per attaccare la Francia con il pretesto di liberare re Luigi
XVI, ma in realtà per soffocare la Rivoluzione. Ci si attendeva che gli improvvisati eserciti schierati dai
rivoluzionari crollassero in breve tempo. Ma dopo alcune sconfitte iniziali le forze armate della neonata
Repubblica francese uscirono vittoriose da una guerra nata come difensiva. C'erano gravi problemi
organizzativi da superare, ma i francesi erano più avanti di altri paesi in termini di un'innovazione
fondamentale: la leva di massa, che, introdotta nell'agosto 1793, permise loro di schierare vasti eserciti
e di raggiungere un vantaggio militare che rasentava la supremazia ancor prima che le celebri
competenze belliche di Napoleone entrassero in scena.
Il successo militare iniziale incoraggiò la leadership rivoluzionaria ad ampliare i confini della
Francia, con la prospettiva di creare un'efficace zona "cuscinetto" tra la nuova repubblica e le ostili
monarchie di Prussia e Austria. Ben presto i francesi assediarono i Paesi Bassi austriaci e le Province
Unite, in sostanza l'attuale territorio belga e olandese; inoltre occuparono gran parte dell'odierna
Svizzera. In tutte e tre le zone, esercitarono un controllo significativo per tutti gli anni novanta del
Settecento.
Al principio la Germania fu aspramente contesa. Ma già nel 1795, i francesi controllavano
saldamente la Renania, la zona tedesca occidentale che si estende sulla riva sinistra del Reno. Con la
pace di Basilea, i prussiani furono costretti a riconoscere il loro dominio. Tra il 1795 e il 1802 i francesi
governavano sulla Renania, ma nessun'altra parte della Germania. Nel 1802, la Renania fu
ufficialmente annessa alla Francia.
Negli anni novanta, gli scontri bellici si spostarono soprattutto in Italia, con gli austriaci come
avversari. La Savoia fu annessa alla Francia nel 1792 e in seguito si arrivò a un punto morto, almeno
fino all'invasione di Napoleone dell'aprile 1796. Al termine della sua prima campagna continentale di
rilievo, all'inizio del 1797, Napoleone aveva conquistato quasi tutta l'Italia settentrionale, con
l'eccezione di Venezia, che era stata presa dagli austriaci. Il trattato di Campoformio, firmato con gli
austriaci nell'ottobre 1797, pose fine alla guerra della Prima coalizione e riconobbe una serie di
repubbliche controllate dai francesi nell'Italia settentrionale. Tuttavia, i francesi continuarono ad
ampliare i propri domini italiani anche dopo l'accordo, invadendo lo Stato pontificio e istituendo, nel
marzo 1798, la Repubblica romana. Nel gennaio 1799, dopo la conquista di Napoli fu creata la
Repubblica partenopea. Tranne Venezia, che rimase austriaca, i francesi controllavano l'intera penisola
italiana, o direttamente, come nel caso della Savoia, o attraverso stati satellite, come le Repubbliche
cisalpina, ligure, romana e partenopea.
Cartina 17. Impero napoleonico.
Ulteriori sconvolgimenti si verificarono in occasione della guerra contro la Seconda coalizione,
dal 1798 al 1801, ma alla sua conclusione i francesi restarono in vantaggio. Gli eserciti rivoluzionari
avviarono un rapido e radicale processo di riforma nei territori conquistati, abolendo le ultime tracce di
servitù della gleba e di feudalesimo nelle campagne e istituendo l'uguaglianza di fronte alla legge. Il
clero fu privato del suo status speciale e del potere e le corporazioni urbane vennero represse, o
perlomeno assai indebolite. Tutto questo avvenne nei Paesi Bassi austriaci subito dopo l'invasione
francese del 1795, e nelle Province Unite, dove i francesi fondarono la Repubblica batava, con
istituzioni politiche molto simili a quelle esistenti in Francia. In Svizzera la situazione era simile e le
corporazioni vennero abolite ed espropriate; anche i latifondisti e la Chiesa furono sconfitti e i privilegi
feudali eliminati.
Ciò che l'Esercito rivoluzionario francese aveva iniziato fu portato avanti, in un modo o
nell'altro, da Napoleone. Bonaparte era interessato soprattutto a instaurare un saldo dominio sui
territori conquistati, il che a volte implicava la stipula di accordi con l'élite locale o l'investitura al
potere di suoi familiari e affiliati, come nel breve periodo in cui esercitò il controllo sulla Spagna e la
Polonia. Ma Napoleone era animato anche da un sincero desiderio di diffondere e far progredire le
riforme della Rivoluzione. In particolare, codificò le leggi romane e il principio di uguaglianza di
fronte alla legge in un sistema giuridico, che divenne noto come Codice napoleonico. Napoleone lo
considerava il suo lascito più importante, e volle imporlo in tutti i territori controllati.
Naturalmente, le riforme imposte dalla Rivoluzione francese e da Napoleone non erano
irreversibili. In alcuni luoghi, come Hannover in Germania, la vecchia élite fu restaurata poco dopo la
caduta di Bonaparte, e gran parte di ciò che i francesi avevano ottenuto andò perduta una volta per
tutte. Ma in molti altri paesi il feudalesimo, le corporazioni e la nobiltà furono definitivamente
soppressi o indeboliti. Per esempio, anche dopo il ritiro dei francesi il Codice napoleonico rimase
spesso in vigore.
Nel complesso, gli eserciti francesi causarono molte sofferenze in Europa, ma cambiarono
radicalmente lo stato delle cose. In gran parte dell'Europa sparirono i rapporti feudali, il potere
corporativo, il governo assolutista di monarchi e prìncipi, il controllo del clero sul potere economico,
sociale e politico; insomma le fondamenta dell'Ancien régime, che discriminava le persone sulla base
del loro status ereditario. Tali cambiamenti crearono in Europa il tipo di istituzioni economiche
inclusive che permise alla società industriale di attecchire. Alla metà del XIX secolo,
l'industrializzazione avanzò in quasi tutte le regioni controllate dai francesi, mentre paesi come
l'Austria-Ungheria e la Russia, che non furono conquistati, o la Polonia e la Spagna, in cui il potere
francese era stato temporaneo e contenuto, erano ancora fermi.
In cerca della modernità
Nell'autunno del 1867, Okubo Toshimichi, un cortigiano di spicco del dominio feudale
giapponese di Satsuma, viaggiò dalla capitale Edo, l'odierna Tokyo, alla città regionale di Yamaguchi.
Il 14 ottobre si riunì con i leader del dominio di Choshu. La sua proposta era semplice: unire le forze,
far marciare gli eserciti su Edo e rovesciare lo shogun, il sovrano del Giappone. Okubo Toshimichi
aveva già ottenuto l'appoggio dei capi dei domini di Tosa e Hizen; quando anche i leader del potente
dominio di Choshu accettarono, nacque l'alleanza segreta Satcho.
Nel 1868, il Giappone era una nazione economicamente sottosviluppata, dal Seicento sotto il
controllo della famiglia Tokugawa, il cui sovrano aveva assunto il titolo di shogun (comandante) nel
1603. L'imperatore giapponese svolgeva un ruolo marginale, puramente cerimoniale. Gli shogun
Tokugawa erano i membri dominanti di una classe di feudatari che governavano e tassavano i propri
domini, fra cui quelli di Satsuma, retti dalla famiglia Shimazu. Questi signori, insieme ai loro servitori
militari, i famosi samurai, dirigevano una società simile all'Europa medievale, con rigide categorie
professionali, restrizioni al commercio ed elevate imposte agricole. Lo shogun governava a Edo, da
dove monopolizzava e gestiva il commercio estero e metteva al bando dal paese gli stranieri. Le
istituzioni politiche ed economiche erano estrattive, e il Giappone povero.
Tuttavia, la supremazia degli shogun non era totale. Anche quando, all'inizio del Seicento, la
famiglia Tokugawa salì al potere, non fu in grado di assumere un completo controllo del paese. Nel
Sud, il dominio di Satsuma restava piuttosto indipendente, ed era persino autorizzato a commerciare
autonomamente con il mondo esterno attraverso le isole Ryukyu. Okubo Toshimichi nacque proprio
nella capitale di Satsuma, Kagoshima, nel 1830. Figlio di un samurai, anch'egli diventò un samurai. Il
suo talento fu scoperto fin dalla tenera età da Shimazu Nariakira, il signore di Satsuma, che lo
promosse rapidamente facendogli bruciare le tappe nella burocrazia locale. All'epoca, Shimazu
Nariakira aveva già formulato un piano per utilizzare le truppe di Satsuma con l'obiettivo di spodestare
lo shogun. Aspirava ad ampliare il commercio con l'Asia e l'Europa, abolire le vecchie istituzioni
economiche feudali e instaurare in Giappone uno stato moderno. Il piano fu stroncato sul nascere dalla
sua morte, nel 1858. Il suo successore, Shimazu Hisamitsu, fu più prudente, almeno all'inizio.
Okubo Toshimichi si convinse sempre più che il Giappone dovesse rovesciare lo shogunato
feudale, e alla fine persuase anche Shimazu Hisamitsu. Per guadagnare consensi alla loro causa, la
mascherarono dietro lo sdegno per la messa al margine dell'imperatore. Il trattato che Okubo
Toshimichi aveva già firmato con il dominio di Tosa proclamava: "Un paese non ha due monarchi, una
casa non ha due padroni; il governo spetta a un solo sovrano". Ma la reale intenzione non era
semplicemente riportare l'imperatore al potere, bensì trasformare del tutto le istituzioni politiche ed
economiche. Dalla parte di Tosa si schierò Sakamoto Ryuma, uno dei firmatari del trattato. Dopo che
Satsuma e Choshu ebbero mobilitato i propri eserciti, Ryuma presentò allo shogun un piano in otto
punti, esortandolo a dimettersi per evitare una guerra civile. Il piano era piuttosto radicale, e nonostante
l'articolo 1 dichiarasse che "il potere politico dovrà essere restituito alla Corte imperiale, e tutti i
decreti [dovranno essere] emessi dalla Corte", racchiudeva molto più della restaurazione
dell'imperatore. Gli articoli 2, 3, 4 e 5 recitavano:
2. Due organi legislativi, una Camera superiore e una inferiore, dovranno essere istituiti e tutte
le misure governative dovranno essere stabilite sulla base dell'opinione generale.
3. Gli uomini più abili fra i signori, i nobili e la cittadinanza in generale dovranno essere
impiegati come consiglieri e le tradizionali cariche del passato che hanno perso la loro ragion d'essere
dovranno essere abolite.
4. Gli affari esteri dovranno essere gestiti in base ad appropriate regolamentazioni studiate sulla
base dell'opinione generale.
5. Le leggi e le regolamentazioni di epoche precedenti dovranno essere accantonate e dovrà
essere adottato un codice nuovo e adeguato.
Lo shogun Yoshinobu accettò di dimettersi, e il 3 gennaio 1868 fu dichiarata la restaurazione
Meiji: l'imperatore Komei e, un mese dopo la sua morte, il figlio Meiji tornarono al potere. Anche se in
quel momento gli eserciti di Satsuma e Choshu occupavano Edo e la capitale imperiale Kyoto, si
temeva che i Tokugawa tentassero di riconquistare il potere e ristabilire lo shogunato. Okubo
Toshimichi voleva che i Tokugawa fossero annientati per sempre, e convinse l'imperatore ad abolire il
loro dominio e a confiscarne le terre. Il 27 gennaio, l'ex shogun Yoshinobu attaccò gli eserciti di
Satsuma e Choshu: scoppiò una guerra civile che infuriò fino all'estate, quando i Tokugawa vennero
definitivamente sconfitti.
Dopo la restaurazione Meiji, in Giappone si mise in moto un processo di incisive riforme
istituzionali. Nel 1869 il feudalesimo fu abolito, e i trecento feudi furono ceduti al governo e
trasformati in prefetture, sotto il controllo di un governatore nominato. Il sistema fiscale fu
centralizzato e un moderno stato burocratico rimpiazzò il vecchio regime feudale. Nel 1869 venne
riconosciuta l'uguaglianza fra tutte le classi sociali e si cancellarono le restrizioni sulle migrazioni
interne e sul commercio. La classe dei samurai fu soppressa, anche se ciò implicò la necessità di
reprimere alcune rivolte. Si affermarono i diritti di proprietà individuale sulla terra e le persone
ottennero la libertà di intraprendere e praticare qualunque tipo di commercio; lo stato fu largamente
coinvolto nella costruzione di infrastrutture. Discostandosi dagli atteggiamenti dei regimi assolutisti in
materia di trasporti, nel 1869 il regime giapponese creò una linea di navi a vapore fra Tokyo e Osaka e
costruì la prima ferrovia fra Tokyo e Yokohama. Cominciò inoltre a sviluppare un'industria
manifatturiera, e Okubo Toshimichi, in qualità di ministro delle Finanze, supervisionò l'avvio di un
progetto concertato di industrializzazione. Il signore di Satsuma fu capofila in quest'ambito, costruendo
stabilimenti per la produzione di ceramiche, la macellazione delle carni e la filatura del cotone, e
importando macchinari tessili inglesi per fondare nel 1861, la prima, moderna filanda di cotone
giapponese. Edificò inoltre due moderni cantieri navali. Nel 1890, il Giappone fu il primo paese
asiatico ad adottare una costituzione scritta, che istituì una monarchia costituzionale con un parlamento
eletto, la Dieta, e un sistema giudiziario indipendente. Cambiamenti decisivi affinché il Giappone
potesse diventare il principale beneficiario asiatico della rivoluzione industriale.
Alla metà del XIX secolo sia la Cina che il Giappone erano regioni povere, che languivano
sotto regimi assolutisti. Il governo cinese da secoli era sospettoso nei confronti dei cambiamenti. Pur
essendoci molte analogie - anche lo shogunato Tokugawa aveva bandito il commercio oltreoceano nel
XVII secolo, come in precedenza gli imperatori cinesi, e si opponeva al cambiamento economico e
politico -, tra Cina e Giappone c'erano anche notevoli differenze politiche. La Cina era un impero
burocratico centralizzato, governato da un imperatore assoluto. Certamente anche il potere di
quest'ultimo era soggetto a dei vincoli, il più importante dei quali era la minaccia di ribellioni. Nel
periodo dal 1850 al 1864, l'intera Cina meridionale fu devastata dalla rivolta dei Taiping, in cui milioni
di persone morirono o durante i conflitti o, in massa, a causa della fame. Ma l'opposizione
all'imperatore non trovò uno sbocco istituzionale.
La struttura delle istituzioni politiche giapponesi era diversa. Lo shogunato aveva emarginato
l'imperatore, ma, come abbiamo visto, il potere dei Tokugawa non era assoluto e domini come Satsuma
avevano conservato l'indipendenza, oltre alla capacità di commerciare autonomamente.
Come nel caso della Francia, per Cina e Giappone una rilevante conseguenza della rivoluzione
industriale inglese fu la vulnerabilità militare. In occasione della prima guerra dell'oppio, dal 1839 al
1842, la Cina venne umiliata dalla potenza marina britannica, e la minaccia che ciò potesse accadere
anche a loro fu fin troppo evidente per i giapponesi, quando le navi da guerra statunitensi guidate dal
commodoro Matthew Perry approdarono nella baia di Edo nel 1853. Il fatto che l'arretratezza
economica avesse originato arretratezza militare sollecitò il piano di Shimazu Nariakira di rovesciare lo
shogunato e avviare le trasformazioni che condussero infine alla restaurazione Meiji. I leader del
dominio di Satsuma intuirono che la crescita economica, e forse addirittura la sopravvivenza dei
giapponesi, potevano essere raggiunte soltanto attraverso riforme istituzionali, ma lo shogun contrastò
questa idea, poiché il suo potere era intrecciato con il sistema istituzionale vigente. Per realizzare le
riforme, lo shogun doveva essere spodestato, e così accadde. La situazione cinese era analoga, ma le
differenti istituzioni politiche di partenza resero molto più difficile scalzare l'imperatore, un evento che
si verificò solo nel 1911. Invece di riformare le istituzioni, i cinesi cercarono di eguagliare militarmente
i britannici importando armi moderne. I giapponesi, invece crearono un'industria di armamenti
autoctona.
Per effetto di queste differenze iniziali, ciascuna delle due nazioni reagì diversamente alle sfide
del XIX secolo; le strade di Giappone e Cina iniziarono a divergere drasticamente, di fronte alla
congiuntura critica che la rivoluzione industriale portò con sé. Mentre le istituzioni giapponesi
subivano una metamorfosi e l'economia imboccava la via della crescita, in Cina le forze che
promuovevano il rinnovamento istituzionale non erano abbastanza solide, e le istituzioni estrattive
rimasero perlopiù invariate, finché nel 1949 non giunsero a una svolta ancora peggiore con la
rivoluzione comunista di Mao.
Le radici della disuguaglianza mondiale
Questo capitolo e i tre precedenti hanno raccontato la storia di come istituzioni politiche ed
economiche inclusive si imposero in Inghilterra, rendendo possibile la rivoluzione industriale, e del
perché alcuni paesi beneficiarono dello sviluppo dell'industria e presero la strada della crescita, mentre
altri non lo fecero o, anzi, impedirono risolutamente che l'industrializzazione prendesse piede. Se un
paese si avventurò nell'industrializzazione, ciò dipese soprattutto dalle sue istituzioni. Entro la fine del
XVIII secolo, gli Stati Uniti, che subirono una trasformazione analoga alla Glorious Revolution
inglese, avevano già sviluppato una propria variante di istituzioni politiche ed economiche inclusive.
Diventarono quindi la prima nazione a sfruttare le nuove tecnologie provenienti dalle isole britanniche,
e presto sorpassarono la Gran Bretagna, rappresentando l'avanguardia dell'industrializzazione e del
cambiamento tecnologico. L'Australia seguì un analogo percorso verso istituzioni inclusive, anche se
un po' più tardi e attirando un po' meno attenzione. I suoi cittadini, proprio come quelli inglesi e
statunitensi, dovettero lottare per ottenere istituzioni inclusive. Quando infine vennero adottate,
l'Australia attivò il proprio processo di sviluppo economico. Australia e Stati Uniti riuscirono a
industrializzarsi e a crescere rapidamente perché le loro istituzioni relativamente inclusive non
bloccarono le nuove tecnologie, l'innovazione o la distruzione creatrice.
Non andò allo stesso modo nella maggior parte delle altre colonie europee, che conobbero
sviluppi diametralmente opposti a quelli australiani e statunitensi. L'assenza di una popolazione
indigena e di risorse da depredare rese il colonialismo di Australia e Stati Uniti una questione ben
diversa, anche se i loro cittadini dovettero combattere aspramente per assicurarsi diritti politici e
istituzioni inclusive. Nelle Molucche, come in molti altri territori colonizzati in Asia, nei Caraibi e in
Sudamerica, i cittadini avevano poche opportunità di vincere una tale battaglia. In questi luoghi, i
coloni europei imposero nuove istituzioni estrattive, oppure rilevarono tutte le istituzioni estrattive già
esistenti, per estrarre risorse di valore, dalle spezie allo zucchero, dall'argento all'oro. Avviarono una
serie di mutamenti istituzionali, che resero altamente improbabile l'affermazione di istituzioni
inclusive. In alcuni di questi territori, stroncarono esplicitamente qualsiasi industria in via di sviluppo e
qualsiasi istituzione economica inclusiva esistente. La maggioranza delle colonie europee non fu così in
condizione di avvantaggiarsi dell'industrializzazione nel XIX e neppure nel XX secolo.
Anche nel resto dell'Europa il corso degli eventi fu molto diverso rispetto ad Australia e Stati
Uniti. Mentre alla fine del XVIII secolo la rivoluzione industriale in Gran Bretagna acquistava velocità,
la maggior parte dei paesi europei era governata da regimi assolutisti, dominati da monarchi e da
aristocrazie che dovevano la propria principale fonte di reddito ai latifondi o a numerosi privilegi
commerciali, di cui godevano grazie a proibitive barriere all'ingresso. La distruzione creatrice che
scaturì dal processo d'industrializzazione erose i profitti commerciali delle élite, trasferendo risorse e
lavoro fuori dalle loro terre. Dal punto di vista economico, gli aristocratici furono gli sconfitti
dell'industrializzazione. Ma lo furono soprattutto dal punto di vista politico, poiché senza dubbio lo
sviluppo industriale generò instabilità e minacce politiche al loro monopolio sul potere.
Tuttavia, le transizioni istituzionali in Gran Bretagna e la rivoluzione industriale crearono nuove
opportunità e nuove difficoltà per gli stati europei. Benché nell'Europa occidentale l'assolutismo fosse
presente, la regione condivise gran parte del processo di divergenza istituzionale che aveva
contraddistinto l'Inghilterra nel millennio precedente. La situazione era molto diversa nell'Europa
orientale, nell'Impero ottomano e in Cina: differenze che si manifestarono con la diffusione
dell'industria. Proprio come la Peste nera o l'espansione del commercio atlantico, in molte nazioni
europee la congiuntura critica generata dall'industrializzazione intensificò gli onnipresenti conflitti
istituzionali. Un fattore decisivo fu la Rivoluzione francese del 1789. La fine dell'assolutismo in
Francia spianò la strada a istituzioni inclusive, e i francesi finirono per accogliere l'industrializzazione
e innescare una rapida crescita economica. Ma la Rivoluzione francese fece di più. Esportò le proprie
istituzioni invadendo diversi paesi confinanti e riformando con la forza le loro istituzioni estrattive. In
tal modo determinò le condizioni per l'industrializzazione non solo della Francia, ma anche di Belgio,
Paesi Bassi, Svizzera e alcune regioni tedesche e italiane. Più a est, la reazione fu simile a quella che
seguì la Peste nera, quando, invece di crollare, il feudalesimo si era intensificato. L'Impero
austro-ungarico, la Russia e l'Impero ottomano rimasero economicamente ancora più arretrati, ma le
loro monarchie assolute riuscirono a restare sul trono fino alla Prima guerra mondiale.
Altrove nel mondo, l'assolutismo si dimostrò resistente tanto quanto nell'Europa orientale. Ciò
fu particolarmente evidente in Cina, dove la transizione dai Ming ai Qing rafforzò uno stato dedito ad
affermare una stabile società di tipo agrario e ostile al commercio internazionale. Anche in Asia, però,
esistevano piccole ma importanti differenze. Se è vero che la Cina affrontò la rivoluzione industriale in
modo paragonabile all'Europa orientale, il Giappone reagì analogamente all'Europa occidentale.
Proprio come in Francia, per cambiare il sistema fu necessaria una rivoluzione, in questo caso guidata
dai signori ribelli dei domini di Satsuma, Choshu, Tosa e Hizen, i quali, spodestando lo shogun,
determinarono la restaurazione Meiji e portarono il Giappone su una traiettoria di riforme istituzionali e
crescita economica.
Abbiamo inoltre raccontato di come nell'isolata Etiopia l'assolutismo mostrò una notevole
capacità di resistenza. Altrove nel continente, fu lo stesso fattore che contribuì a trasformare le
istituzioni inglesi nel XVII secolo, il commercio internazionale, a intrappolare ampie parti dell'Africa
occidentale e centrale in una serie di istituzioni altamente estrattive, attraverso la tratta degli schiavi.
Alcune società africane ne uscirono distrutte, e in altre nacquero regimi estrattivi schiavisti.
Le dinamiche istituzionali che abbiamo descritto hanno in ultima analisi sancito quali paesi si
sono avvantaggiati delle opportunità sorte dal XIX secolo in poi, e quali non ci sono riusciti. Le radici
dell'attuale disuguaglianza mondiale sono da ricercare in tale divergenza. Con poche eccezioni, i paesi
ricchi di oggi sono quelli che accolsero il processo di industrializzazione e cambiamento tecnologico
iniziato nel XIX secolo, mentre i paesi poveri sono quelli che non lo fecero.
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FINE Parte 2.